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“Morale” controcorrente? Alcune riflessioni su giustizia e politica

Il rapporto tra politica e giustizia è un nodo ancora irrisolto.

Troppi in questi ultimi tempi per comodità e conformismo parlano di questione morale, confondendola però con un moralismo strisciante, che fa il paio con l’ andazzo populistico ed intimamente antidemocratico ed illiberale  cui ci stiamo pericolosamente abituando.

L’Europa, che così spesso invochiamo,  richiama sistematicamente l’Italia per le tante, troppe violazioni di diritti umani, civili e di cittadinanza, connesse non sempre e necessariamente all’azione di un governo e di un Parlamento che hanno perso il senso dell’interesse generale, ma anche alle condizioni con cui viene esercitato il potere giudiziario, alla lunghezza dei tempi processuali, alle invasioni di campo del potere giudiziario nell’agone politico-istituzionale.

Il clima fintamente rivoluzionario determinatosi nell’ultimo ventennio, in conseguenza della crisi della cosiddetta prima repubblica, ha indebolito pericolosamente l’equilibrio costituzionale tra i poteri dello Stato, e sopra tutto ha creato un corto circuito tra azione giudiziaria e rappresentanza politica, e quindi, in ultima analisi, tra potere costituito ( spesso in forma corporativa) e democrazia.

L’anomalia costituita dall’attuale Presidente del Consiglio, dal suo conflitto di interessi, dalle sue vicende giudiziarie, dalla sua protervia che paralizza politica e giustizia italiana non può giustificare l’abbandono di quella cultura delle garanzie e dell’equilibrio dei poteri che sono fonte costitutiva del riformismo italiano ed europeo, e più profondamente la stessa idea di democrazia dei padri costituenti, come spesso e motivatamente ci ricorda il Presidente della Repubblica.

Se qualcuno pensa che la Politica debba essere posta sotto tutela ( o, peggio, sotto ricatto) , sappia che il passo verso lo svuotamento sostanziale e definitivo del regime democratico sarà conseguente ed immediato.

Sono troppe le coincidenze che nelle ultime settimane ( anzi negli ultimi mesi ed anni) si sono determinate, lasciando prima attoniti, poi dubbiosi.

La risposta che la Politica , e quindi le istituzioni rappresentative , devono dare deve essere alta, di sistema, certo  non corporativa ma nemmeno banalmente e conformisticamente rinunciataria.

Si metta in campo una azione concreta volta a dare definitiva attuazione al principio di responsabilità civile dei magistrati, chiesto a gran voce , con un referendum storico, dai cittadini di questo paese.

Non dimentico che Enzo Tortora é stato massacrato dalla superficialità ( accertata giudiziariamente) di un magistrato ed il suo “massacratore” abbia fatto carriera, senza aver dovuto dare conto in  alcun modo e ad alcuno della sua condotta professionalmente indecente.

E sono tanti i casi Tortora, spesso frutto di quella certezza di impunità ed irresponsabilità, che costituisce il controsenso più macroscopico in una democrazia fondata sull’equilibrio tra potere e responsabilità. E spesso con la notorietà che si acquista con inchieste non sempre fondate si finisce al parlamento nazionale o europeo…

La “questione morale” è una questione centrale, ma che viene prima della politica; è un prerequisito essenziale.  Non diventi allora un feticcio buono per giustificare l’assenza di proposta politica e di capacità di dialogare con la società.Troppo facilmente – per inespresso e malcelato istinto moralistico – molti tra noi , dinanzi ad una inchiesta trovano più semplice rimuovere o condannare anticipatamente, tradendo così lo spirito più profondo dello stato di diritto, che impone alla magistratura inquirente di accertare le accuse e ricercare le prove, anche a favore del soggetto indagato, riservando al magistrato giudicante la valutazione delle prove ed eventualmente condannare.Io invito il PD a rispettare la magistratura, e la sua funzione, ma anche a rispettare il cittadino, che ha tutto il diritto di vedere affermata la sua estraneità ai fatti contestati.La democrazia vive di un delicato equilibrio tra potere e rappresentanza. La democrazia liberale , ancora più avanzata e complessa, introduce quali variabili indipendenti ed irrinunciabili la libertà , la responsabilità, la tutela delle minoranze.Riuscire a far vivere, rinnovato e vivificato, questo spirito, significa svolgere il nostro compito di riformisti.

Ultimo aggiornamento (Domenica 31 Gennaio 2010 23:42)

 

Radio Radicale Giornata sull’Europa di venerdi 15 gennaio 2010 “Oltre Lisbona, dove sta andando l’Europa?”

 

 

Finalmente, bene o male, qualcosa si muove nel nostro PD. Dopo (troppo) lunghe discussioni, siamo arrivati alle due soluzioni più evidenti, di buon senso ancor prima che politicamente opportune: la candidatura della Bonino in Lazio e le primarie in Puglia. Sì, è vero, potevamo arrivarci diversamente. Avevamo proposto la Bonino già in novembre. E Boccia non andava presentato in quel modo in Puglia, quasi come condizione assoluta nel nome e nelle modalità imposta dall'UDC e subito da un PD che sta costruendo l'alternativa politica nazionale a PDL e Berlusconi.  Questa è stata la percezione, giusta a mio avviso, dei nostri elettori e dell'opinione pubblica. Ora però si andrà alla primarie, il centrosinistra avrà due possibili candidati validi, si deciderà. Rimangono aperte altre questioni, tra queste l'Umbria, in cui dovremmo dire che il tempo della ricreazione è finito e che dato che l'accordo tarda a venire, sarebbe bene che tutti i vari nomi si confrontassero e presentassero i loro programmi e le loro idee per l'Umbria attraverso le primarie. Ma le incertezze, gli errori, le frasi usate in questi passaggi - e anche la foto sul Corriere della sera di oggi di Dalema accanto a Boccia, che diceva molto da sè....- mi hanno fatto molto pensare. E credo che, dopo tutto, confermino il deserto politico in cui ci troviamo in Italia: una destra con un padrone e ormai subordinata alle scelte ideologiche e strategiche della Lega Nord nella sua azione di governo; un centro/UDC che sempre di più rivendica la sua politica da "Prima Repubblica", teorizzando e lavorando per il superamento del bipolarismo (Casini che si confronta a Craxi...); un centrosinistra e un PD che dimostra ancora di più dopo il congresso il bisogno urgente di nuove idee e nuove persone. Perchè le idee continuano a non esserci (le candidature alla regionali sono state di nuovo un totonomi, mentre avremmo bisogno di un totoidee...) e le persone non sono in grado di incarnare quel rinovamento di cui ha bisogno il paese. E' questa una classe dirigente che ha perso le sue battaglie contro le destre, ma è riuscita a vincere, sinora, e a nostre spese, quella dell'autoconservazione e della cooptazione. La battaglia deve continuare, allora, a partire dalle regionali, perchè è evidente che lo spazio politico va conquistato. Per questo, occorrono delle idee forti; perchè ormai alle idee forti l'attuale classe dirigente non riuscirà più a mettere delle barriere. In Umbria, alcuni giovani dirigenti hanno rilanciato proprio il dibattito sulle idee, per ora nel deserto; ma è questo l'unico modo per trovare consensi dentro e fuori il partito, consensi nuovi, freschi, rivolti a costruire il futuro e non a conservare le posizioni passate. Per questo, anche in altre regioni, come in Puglia, attenti a quelle "foto", attenti - "giovani dirigenti" - a non pensare che basti la parola innovazione. perchè l'attuale classe dirigente si sta impossesando anche di quella, in modo gattopardesco ovviamente, perchè ancora una volta tutto rimanga come è ora. Solo con le idee il nostro PD potrà tornare a fare opinione. Oggi si sta limitando a gestire voti tradizionali e clientele. L'unica novità, tattica ma non strategica, è l'apertura all'UDC, ma da sola non basta. Senza idee, il PD rimarrebbe in questo pantano di doppiezza e ipocrisia. Questa battaglia dobbiamo cominciarla dalle regionali, lavorando per vincere, ma facendo  soprattutto vincere quelle idee, e quei candidati, che possono permetterci di tornare a parlare ad una società in cui i bisogni si sono frammentati, ritrovando una capacità di rappresentanza che abbiamo perduto. Idee e candidati che ci permettano di recuperare la capacità - persa da gran parte della politica (eccezion fatta forse per la Lega, anche se in negativo...) di leggere esigenze che la società ha ormai  già anticipato. Come mi  diceva un democratico umbro oggi, mai come oggi agenda politica e agenda sociale si sono scollate, allontanate. Nulla di più concreto delle idee allora, per tornare ad un patto fondamentale con i cittadini. E' molto in salita, le resistenze sono tantissime, io  stesso ne devo affrontare ogni giorno. Perchè questi discorsi danno molto fastidio. Perchè la nostra dirigenza ha perso di vista la nozione di interesse generale. Perchè l'Italia ha bisogno di aprire un nuovo ciclo con nuovi interpreti.  E il modo in cui la vicenda della regionali è stata ed è gestita mi sembra non faccia che dimostrarlo.

Ultimo aggiornamento (Lunedì 18 Gennaio 2010 00:36)

 

Signor Presidente,

onorevoli colleghi,

Il testo che oggi esaminiamo è molto più frutto di un compromesso all’interno della maggioranza che sintesi  positiva delle diverse posizioni che si sono espresse sul tema.

Compie la scelta della chiusura, della diffidenza, guarda al passato.

Chiusura e diffidenza verso i cittadini stranieri con prevalenza dello ius sanguinis, con indebolimento dello ius soli, in netta controtendenza rispetto alle tendenze dei principali paesi  dell’Unione europea.

Certo, la cittadinanza è una fondamentale scelta nazionale, una scelta che corrisponde alla visione di società e di convivenza civica di un paese. Ma per un paese europeo, è anche un contributo alla realizzazione di una spazio di libertà, di diritti e di cittadinanza condiviso nella stessa Unione.

Vorrei allora ricordare come il Parlamento europeo, nella sua risoluzione del 2 aprile 2009, spronava gli stati membri a rivedere  i modi di acquisto e perdita della cittadinanza per " offrire ai cittadini dei paesi terzi che soggiornano legalmente in maniera prolungata l'opportunità di ottenere la cittadinanza dello Stato membro in cui risiedono"; invitava a riesaminare le loro leggi sulla cittadinanza e ad esplorare le possibilità di rendere più agevole per i cittadini non nazionali l’acquisizione della cittadinanza e il godimento dei pieni diritti, superando la discriminazione fra cittadini nazionali e non nazionali, in particolare a favore dei cittadini dell’Unione; e suggeriva di favorire lo scambio di esperienze sui sistemi di naturalizzazione in essere, al fine di pervenire, nel rispetto della competenza dei singoli Stati membri, ad un maggiore coordinamento quanto ai criteri ed alle procedure di accesso alla cittadinanza dell'Unione, in maniera tale da limitare le discriminazioni che i diversi regimi giuridici comportano.

Certo, la cittadinanza non garantisce automaticamente l’integrazione, ma non c’è vera integrazione senza cittadinanza. E il modo in cui legiferiamo sulla cittadinanza dà il senso della nostra visione della comunità nazionale, del grado di apertura che intendiamo adottare nei confronti degli stranieri, di come vogliamo vivere meglio insieme.

Guardando al tempo di residenza richiesto, il testo attuale rimane fermo a dieci anni, che sono senz’altro troppi e ci pongono molto al di sopra della media europea. Un periodo di cinque anni, come accade ad esempio in  Francia o nel Regno Unito, è senza dubbio più adeguato.

Occorrono regole certe che definiscono un percorso definito, in tempi prevedibili,  per l’ottenimento della cittadinanza, per una vera e completa integrazione.

Percorso che voi rendete ancora più difficile con le complesse procedure e i requisiti aggiuntivi che chiedete per il processo di naturalizzazione.

Pensiamo ad esempio al requisito del possesso del permesso CE per soggiornanti di lungo periodo. Che succede se un individuo non lo ha richiesto, limitandosi al rinnovo del permesso annuale?

Pensiamo alla frequentazione di un corso di educazione civica e linguistica: può essere utile, è previsto in vari altri paesi, io stesso, con Fouad Allam, avevo fato proposte simili nella passata legislatura. Ma laddove è previsto, penso ad esempio alla Germania, serve ad accorciare i tempi previsti per la naturalizzazione, proprio perché dimostra una forte volontà di aderire alla comunità nazionale che va prima incentivata e poi premiata. Mentre nella vostra proposta diviene unicamente requisito aggiuntivo a quanto già previsto.

Cosa vuol dire “ frequentare con profitto le scuole” come voi scrivete nell’articolo 1. Vuol dire che il ragazzo che frequenta regolarmente le nostre scuole ma non ha buoni risultati non potrà essere cittadino italiano? Allora facciamola anche retroattiva questa norma, e togliamo la cittadinanza a tutti i nostri ragazzi che vengono sempre rimandati o hanno troppi debiti alla fine dell’anno scolastico…e qui mi fermo perchè non vorrei dare qualche malsana idea al Ministro Gelmini per una nuova riforma dell’ordinamento scolastico…

Un altro criterio riguarda l’ambito familiare. Una prima assoluta! In nessun paese dell’Unione europea si parla di verificare il rispetto anche in ambito familiare dei principi costituzionali fondamentali. Ogni individuo viene considerato come singolo, per quanto riguarda i diritti e per quanto riguarda i doveri. Che assurdità è questa? Come possiamo pensare che un giovane straniero che voglia la cittadinanza italiana non possa ottenerla perché magari in ambito familiare vigono forti legami con la cultura di appartenenza?

Ma il punto determinante è sicuramente l’estensione – o meglio la restrizione (da voi prevista) – del principio dello jus soli.

Principio che si sta affermando nella maggior parte dei paesi avanzati. Penso al caso francese, in cui l’acquisizione automatica della cittadinanza può ora anche essere anticipata a 16 anni.

Penso a quello tedesco, che ha profondamente modificato al sua legislazione in materia, consentendo, dal 2000, ai nati in Germania, di diventare automaticamente tedeschi, oltre ad acquisire la nazionalità dei genitori.

Il nostro paese, in base al testo in esame, si distinguerebbe ancora una volta in Europa per andare nella direzione opposta. Nella proposta resta la prevalenza dello jus sanguinis, e si restringe addirittura la portata dello jus soli.

In una realtà sociale profondamente mutata come quella italiana, dove le ultime stime attribuiscono al nostro paese 4 milioni  e mezzo di stranieri regolari, dei quali solo 40.000 arrivano ad acquisire la cittadinanza, la vostra proposta sembra molto lontana dalla realtà italiana.

Ciò che proprio non capisco è la ragione per cui la proposta non tratti in modo specifico dei minori stranieri.

Anche se fate finta di ignorarli, i dati non cambiano e i dati ci dicono che al 1 gennaio 2008 i residenti stranieri nati in Italia, la cosiddetta “seconda generazione” erano circa 457.000, e i minori stranieri in Italia rappresentavano il 22.2% degli stranieri residenti.

Ne ho sentite tante in questi giorni: voi della maggioranza avete addirittura parlato della crisi di identità delle seconde generazioni adducendola come motivazione a non forzare l’integrazione, sostenendo che non si può dare per scontato che chi nasca in Italia voglia essere italiano.

Ma cosi si ribaltano i termini della questione!

La crisi di identità c’è in chi non ha senso di appartenenza…e come volete che lo abbiano se i provvedimenti che proponiamo li emarginano rispetto ai coetanei, se frequentano le stesse scuole, hanno le stesse aspirazioni, gli stessi sogni ma ad un certo punto scoprono di non avere gli stessi diritti, le stesse opportunità.

Sono la “generazione Ballottelli” come li ha definiti il Presidente Fini.

Ci dimostrano quanto sia vecchio un paese che ragioni ancora sul diritto di sangue per  distinguere i propri cittadini. Sono le famose “seconde generazioni”, i giovani che sono nati in Italia o che si sono  arrivati in Italia prima di cominciare la scuola, o anche tra i 5 e i 12 anni -  che non possono essere definiti immigrati, perché non lo sono, ma nemmeno italiani perché non avendo ancora 18 anni non hanno potuto ottenere la cittadinanza.

Sono sospesi tra due mondi, quello di origine e quello nel quale si trovano a vivere. Ciò nonostante sono loro a mostrarci la possibile soluzione. Sono loro a mostrare una convergenza di abitudini, di costumi con i coetanei italiani, una voglia di integrazione con gli italiani  e un’apertura mentale che si scontra la chiusura della nostra società, della nostra legislazione e della vostra proposta.

M se vogliamo una vera integrazione non possiamo certo trattarli come figli di un diritto minore.

Lo sforzo che questo dibattito impone è grande, me ne rendo conto, richiede una tale apertura mentale che ci faccia capire e accettare che si può essere italiani “per scelta”.

L’unico strumento per costruire insieme, con un atto di volontà individuale e collettiva, un nuovo patto repubblicano è la piena integrazione sancita dalla cittadinanza.

Alle piccole patrie etniche care alla Lega, rispondiamo con un nuovo patriottismo costituzionale italiano ed europeo.

Grazie Presidente.

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 23 Dicembre 2009 00:35)

 
Che Natale venga presto! Non ne posso più di interviste di vecchi elefanti della Prima Repubblica che tornano a parlarci di compromessi. Veltroni si è dimenticato la prima mossa fatta da segretario del PD: proporre a Berlusconi un accordo, in pieno governo Prodi, quando dopo la mancata "spallata" con la finanziaria del 2007 Fini e Casini gli stavano voltando le spalle, lo stavano isolando. Mi ricordo Franceschini che alla fine di quell'incontro disse: "ora non potrà più chiamarci comunisti....". Dalema vuole dimenticarsi di come è finita la bicamerale e continua a pensare di dover essere nominato a qualcosa (il perchè, lo sa solo lui). L'intervista di Tremonti di oggi è patetica, come sempre: i tributaristi devono occuparsi di fisco, non di politica nè di istituzioni o di filosofia. Quella di Violante  serve solo a....Violante, che ci ricorda che anche lui è finalmente tornato nel circo politico-mediatico romano. Le stesse facce, con le stesse frasi, le stesse bozze, gli stessi titoli firmati dai soliti retroscenisti (giornalisti d'Italia, volete cominciare a fare informazione e analisi anzichè favori e servizi a chi vi fa comodo?). Ora ci manca solo una "bella" intervista di Letta-nipote, a cui risponderà la Bindi...Bersani mi sta ricordando tanto Veltroni, che correva dietro tutte le correnti per rimanere in mezzo al guado...Così non va! Riprendiamo la battaglia  delle primarie, rilanciamo l'azione di rinnovamento del PD, a partire dai temi di società, per rinnovare il Paese, non diamola vinta a questi elefanti, grandi e piccoli, giovani e vecchi, della Prima Repubblica. La fine della seconda deve celebrarsi con la loro uscita, non con il loro  riciclo a danno nostro e del Paese. Forza ragazzi,  dall'inizio del nuovo anno la battaglia deve riprendere dura e forte.

Ultimo aggiornamento (Domenica 20 Dicembre 2009 21:15)

 
Ciclo di incontri per capire chi siamo e dove andiamo
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Ultimo aggiornamento (Sabato 12 Dicembre 2009 18:54)

 

Presidente, onorevoli colleghi,

questo provvedimento non fa alcuna scelta strategica di medio – lungo periodo su come riorientare il sistema economico italiano dopo la crisi. E’ un provvedimento che ignora il presenta e non si ricorda del futuro come economia verde, banda larga, ricerca pubblica. Non guarda al lungo periodo, è infarcito con misure una tantum che non avranno alcun impatto reale o che sono estranee ad una legge di bilancio.

Io mi soffermo su due punti: le modalità con le quali il Governo ha deciso di affrontare la crisi economica e le riduzioni degli stanziamenti destinati alle politiche comunitarie .

Il Governo afferma di aver organizzato la politica economica su tre linee fondamentali: la finanza pubblica, la tenuta della struttura sociale, il credito alle imprese.

Vorrei brevemente commentare alcune di queste misure.

La finanza pubblica.

Non avevate previsto la crisi al di là di quanto continuano a dire Tremonti e il relatore Corsaro. Non avete previsto nulla per la crisi. Anche in assenza di veri interventi, il debito sta tornando ai livelli dei primi anni ’90. I conti peggiorano, la vita degli italiani pure.

La tenuta della struttura sociale. disoccupazione in aumento 8%

Se calcolassimo anche il milione di lavoratori in Cassa integrazione la disoccupazione sarebbe al 10%. Il tutto a carico del contribuente mentre non volete abbassare veramente le tasse sul lavoro per la maggior parte dei lavoratori. E non prevedete nulla per quel mezzo milione di persone che il lavoro lo ha già perso.

Il credito alle imprese.

Secondo Tremonti “gli interventi del Governo italiano sono assolutamente in linea in valore assoluto con quelli fatti dagli altri Paesi.” Ma i dati di crescita parlano chiaro. Le imprese, pressate dalla crisi, chiedono certezze.

Il credito alle imprese non è stato adeguatamente sostenuto. Non c’è nulla per i crediti né nulla per i debiti!

Oggi il ritardo nei pagamenti alle imprese dal parte della PA alle aziende è di 138 giorni contro i 30 richiesti dall’Unione europea. Peggio di noi fa solo il Portogallo. Come giustificate alle imprese questo ritardo? Come giustificate ai contribuenti gli interessi e le sanzioni che dovrete pagare su questo ritardo? Da dove prenderete le risorse? Anziché tentare di risolvere ritardi su cui dovremo pagare compensazioni pari al 5% della somma dovuta, oltre agli interessi per il ritardo, mandate documenti a Bruxelles cercando di annacquare o ritardare le nuove direttive a tutela delle PMI.

A proposito di Europa, con questa finanziaria avete deciso di tagliare il Fondo di rotazione per le politiche comunitarie per un miliardo e cinquecento milioni di euro: quel fondo ha un ruolo strategico in ordine agli obiettivi della convergenza, della competitività regionale e dell'occupazione, nonché in relazione alla cooperazione territoriale europea. Con questa riduzione state togliendo al nostro paese - tenendo conto dei possibili confinanziamenti comunitari - un potenziale di circa sei miliardi di euro di risorse che non potranno più essere utilizzate in Italia per progetti di investimento. E’ cosi che intendete risollevare il nostro paese?

Basta leggere la stampa internazionale di oggi per preoccuparsi ancora di più. Ieri il Governo giapponese ha annunciato un piano di stimolo economico pari a 7 MLD di Yen, Angela Merkel si prepara a far adottare un pacchetto di diminuzione delle tasse pari a 8 MLD di euro.

Il Ministro Tremonti –invece -  con l’entusiasmo e l’approssimazione del neofita è diventato più realista del re, più rigorista dei rigoristi. Non poteva scegliere momento peggiore per questa sua conversione fuori tempo massimo. Ciò sta provocando gravi danni al paese. Né gli servirà per presiedere l’eurogruppo (rimarrà Juncker, l’ennesima sconfitta per l’Italia – complimenti – una vittoria dietro l’altra!) un perfetto gioco a somma negativa sulla testa e nelle tasche degli italiani.

Ci aspettavamo e volevamo dal Governo maggiore attenzione alla realtà sociale del nostro paese con maggiori interventi in favore dello sviluppo. Ci aspettavamo, quanto meno, un’analisi più attenta della situazione economica reale del paese, del crescente disagio sociale. Ci aspettavamo, come milioni di italiani, soluzioni. E molto probabilmente avremo invece l’ennesima scappatoia, il voto di fiducia, su un provvedimento del tutto insufficiente.

Ultimo aggiornamento (Sabato 12 Dicembre 2009 18:45)

 
Di Pietro la smetta. La nostra è serietà, non collusione.
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Scarica questo file (09_12_05_ilriformista.pdf)Il Riformista 5 dicembre 2009Di Pietro la smetta. La nostra è serietà non collusione.
 

Dopo il congresso, il PD sta finalmente uscendo dal gossip e dall’approssimazione.

Siamo all’inizio, dobbiamo ancora trovare ritmo e tono.

Urlare alla Di Pietro non serve. Ma non basta nemmeno fare meno rumore per fare meglio l’opposizione. Dobbiamo scegliere subito dei temi qualificanti in cui appaia la novità della nostra proposta, facciamo un agenda partendo dai nostri contenuti, non dalle iniziative della maggioranza.

La giustizia è una delle priorità per un programma di riforma dell’Italia.

Dobbiamo finalmente aprire una nuova pagina nella questione “Giustizia”.

La Costituzione italiana e la convenzione europea dei diritti dell’uomo stabiliscono che ogni cittadino ha diritto ad un processo equo che si concluda entro un termine ragionevole, sia esso civile o penale. Ciò non vuol dire certo farlo estinguere dopo 2 anni, ma organizzare  in modo che finisca in tempi certi e rapidi.

Non è vero che in Italia il problema giustizia e percepito unicamente come un problema di Berlusconi. E’ un problema di tutti i cittadini, di chiunque abbia a che fare con un tribunale. Teniamolo presente nella nostra posizione, che non può essere solo opposizione ma anche proposta alternativa nell’interesse dei cittadini.

Non possiamo stare a guardare senza trarne alcun esempio da processi come quello di Madoff, negli USA, durato 6 mesi e terminato con una condanna a 150 anni. In Italia, sarebbe durato 150 anni e terminato con una pena di 6 mesi…

Non possiamo neppure gridare al colpo di stato ogni volta che si discute di riforma del sistema giudiziario - il più condannato dalle istituzioni internazionali e comunitarie -  ma dobbiamo farci portatori di una proposta che responsabilizzi finalmente il giudice-funzionario dello stato e dia certezze al cittadino-utente del servizio giustizia.

Il punto da cui necessariamente partire è dato dalla consapevolezza che il sistema giustizia in Italia non funziona, non solo per le croniche carenze strutturali che vengono – a volte retoricamente – denunciate ( mancano i computer, il personale, la carta….), ma anche per molte, troppe resistenze corporative ( coniugate a privilegi obbiettivamente indifendibili) e per effetto di una legislazione farraginosa, arcaica, contraddittoria

Facciamo alcune provocazioni.

Il Paese, le istituzioni sono coinvolte in un dibattito infinito sul processo penale ( per i motivi che conosciamo), ma ignora le condizioni della giustizia civile ( oggetto di una riforma in itinere), di quella amministrativa e di quella tributaria.

Si tratta di una dimostrazione ulteriore di lontananza dal paese reale, che chiede – è vero – efficienza e certezza…ma nel settore della giustizia civile prima che su quella penale.

E’ indiscutibile che la giustizia penale necessiti di un ripensamento complessivo. che coinvolga – senza inerzie corporative – tutti i protagonisti ( avvocati e magistrati in primis), nel rispetto dell’autonomia del Parlamento.

In particolare la fase investigativa, deve arricchirsi di quella cultura europea della tutela del cittadino indagato ( in Inghilterra l’habeas corpus è stato introdotto nel 1215!) che rende un paese effettivamente civile.

Necessario corollario è l’adozione di una nuova etica di comportamento al magistrato inquirente ( ed a maggior ragione a quello giudicante).

Se si vuole confermare il sistema italiano di unicità dell’ordine giudiziario, allora che i magistrati parlino solo con i provvedimenti, o nell’ambito delle istituzioni preposte, e comunque senza toni che poco hanno da spartire con la funzione giudiziaria, e spesso assomigliano a quelli di tribuno. Senza parlare di quei magistrati (??) che hanno addirittura preparato la loro entrata in politica attraverso teoremi giudiziari forse affascinanti dal punto di vista teorico, in realtà del tutto infondati. Infondati ma molto appetibili per media - siano essi a destra o sinistra -  sempre pronti a sbranare chiunque sia sfiorato da un inizio di inchiesta.

La Magistratura – quale ordine ( non potere) – va difesa, come qualsiasi altra istituzione della Repubblica.

Altro però è difendere la singola inchiesta ( a volte con motivazioni inconfessabili), che deve rimanere collocata nell’ambito di pesi e contrappesi propri delle norme processuali.

Perché? Perché altrimenti il rischio di corto circuito è sempre in agguato.

Garantire autonomia ed indipendenza impone alla politica di astenersi da interferenze. E quelle attuali, di Ghedini e Alfano, esecutori della volontà del “Capo supremo”,  basate sulla teoria per cui il consenso popolare giustificherebbe qualsiasi attacco a qualsiasi istituzione, come se il voto popolare fosse una sorta di ordalia, di giudizio divino, sono veramente inaccettabili.   Ma autonomia e indipendenza impongono anche  all’ordine giudiziario di non travalicare la propria funzione, e rispettare il sistema di tutele, garanzie proprie di uno stato di diritto. Cosa che alcuni pm nostrani sembrano aver del tutto dimenticato. I nomi sono noti, inutile ricordarli….

A tali riflessioni, va aggiunta l’altra – decisiva – che riguarda l’avvio di un processo serio di depenalizzazione.

I processi italiani durano troppo, è vero. E non solo per le carenze strutturali. Ma anche per l’eccessiva durata della fase delle indagini, e per la mole enorme di procedimenti bagatellari o relativi a condotte la cui antisocialità è tutta da provare ( basti pensare alle recenti ed aberranti norme sulla immigrazione clandestina).

Ma durano troppo anche perché in Italia non si è dato seguito ad una grande vittoria referendaria dei cittadini italiani: la responsabilità civile dei magistrati. Vittoria mutilata dalla ipocrisia del sistema.

La risposta non può – non deve – essere quell’obbrobrio giuridico partorito dall’Avv. Ghedini ( in questo caso più parlamentare che giurista, visti gli esiti cui è giunto).

Ma certo una riflessione sulla durata del processo va condotta.

Va quindi colto il segnale positivo – riformista – che il segretario Bersani ha lanciato alla maggioranza sull’apertura di un tavolo serio sulla riforma ( sgombrando il campo da questa proposta di riforma aberrante, in particolare per la norma transitoria ad personam).

Ma – ripeto – il cittadino vuole riforme nel campo della giustizia civile.

Oggi un credito rischia di essere una chimera, così come la risoluzione delel cause commerciali, affidate ad una procedura stratificata, che allunga tempi ed allontana – spesso – gli investitori non italiani.

Senza fare numeri – noti anche ai non addetti – suona strano che a fronte di un numero di magistrati superiore a quello di qualsiasi altro paese europeo , la durata media dei processi civili in Italia sia la più lunga d’Europa.

Vogliamo parlare della Giustizia tributaria?

Oggi affidata a commissioni tributarie provinciali e regionali composte di professionisti tratti anche dagli albi dei geometri, dei ragionieri, dei periti.

Le conseguenze sono immaginabili.

Ancora. E’ accettabile che giudici ( amministrativi, a quelli ordinari è stato – per fortuna - precluso) siedano in collegi arbitrali, con compensi anche di svariate centinaia di migliaia di euro, per dirimere controversie che hanno già deciso o che dovranno decidere in caso di mancato accordo?

Sono queste le riforme su cui aprire il confronto, su cui la Politica dovrebbe misurarsi per dare risposte moderne ai bisogni di una collettività che vede la giustizia come un onere e non come una garanzia.

Bene. Il nostro compito di riformisti europei, deve essere quello di restituire al sistema giustizia la sua funzione di garanzia, propria di una visione liberale del diritto, e liberarlo dalle incrostazioni proprie di uno stato corporativo ed autoritario.

La costruzione della società aperta passa anche,e forse soprattutto,  da qui.

Ma è pensabile che si possa avviare un vero processo condiviso di riforma, magari partendo dalla bozza Violante e in parallelo vivere uno scontro al calor bianco sul processo breve? Sentiero strettissimo. La riforma della giustizia è in buona parte la riforma della Costituzione nella parte che riguarda il sistema giudiziario. Non dobbiamo provarci? Sì, non abbiamo scelta: l’alternativa è una legislatura sulle barricate.

Veniamo quindi al B-Day. Tutto il tema è ruotato al dubbio amletico: esserci o non esserci?

Possiamo essere d’accordo con Bersani: se lo scopo è quello di erodere il consenso a Berlusconi, non conviene radicalizzare lo scontro: il più antiberlusconiano sarà quello che riesce a mandarlo a casa, non quello che grida di più. Ciò diventa ancora più vero se cominceremo a rendere più visibili e comprensibili le nostre proposte di riforma della giustizia per 57 milioni di italiani, non per i problemi di uno solo, e per giunta il più ricco tra loro.

Ma attenzione: dobbiamo certamente erodere parte del consenso a Berlusconi, dobbiamo anche continuare a fare tornare il consenso che abbiamo perso in questi due anni al PD, dobbiamo cioè dare segnale ai nostri elettori e ai nostri “ex-elettori”. Però non possiamo più permettere che Di Pietro e i suoi accoliti presentino la nostra prudenza, la nostra ragionevolezza e la nostra volontà di lavorare per una giustizia più giusta per tutti  venga presentata, all'immaginario collettivo, come collusione con l'avversario.

E' un fatto che lasciare a Di Pietro l'esclusiva della opposizione forte a Berlusconi ha fatto perdere voti al PD. E’ un altro fatto che la manifestazione del 5 è una manifestazione spontanea, nata dal basso, dai blog, da tante persone che vogliono partecipare in prima persona, senza ulteriori mediazioni.
Viviamo la manifestazione del 5 dicembre come una testimonianza, un momento di unità, un momento di umiltà da parte nostra. Sì, umiltà, perché il dato politico che deve farci riflettere è che sempre di più, la protesta e l’opposizione nasce in maniera spontanea, diffusa, dal basso. Non si tratta allora né di “accettare lezioni..” , né di fare del giustizialismo autoritario stile Travaglio, né tanto meno di “metterci il cappello”, come stanno facendo maldestramente Di Pietro e Ferrero. Si tratta di capire il messaggio: la gente vuole partecipare, ha tanta voglia di partecipare in prima persona, di dialogare, ne ha sempre meno di delegare. Ascoltiamola.

Ultimo aggiornamento (Lunedì 30 Novembre 2009 17:24)

 
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