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Signor Presidente, il Governo Berlusconi ha mentito per due anni agli italiani.
La crisi non c'è, diceva Tremonti aiutato dal suo miglior portavoce di questo periodo: Silvio Berlusconi, il Presidente del Consiglio. Anzi, è passata; all'improvviso l'ineffabile Ministro, che si vuol far credere filosofo, sempre Tremonti, scopre una crisi storica, con cui tutti gli italiani, in realtà, si scontrano da mesi, se non da anni.
Scopre, inoltre, che l'Italia, che ha governato Tremonti per più di otto anni su dieci, va male. Il Ministro ha aggiunto che aveva previsto tutto nei suoi libri, gli mancava solo la data.
Ci chiediamo, caro Ministro, perché lei non ha fatto nulla se aveva previsto tutto da anni.
Tremonti, poi, di recente, sembra anche aver scoperto qualcosa che si chiama Europa, che si chiama Unione europea.
Ne parla, male; la invoca, a sproposito; addirittura invoca oggi quella governance economica (non pronuncia mai la parola governo economico) che nel 2002 lui stesso in uno dei suoi libri scadenti definiva un pericoloso neofascismo.
Insomma, si conferma quello che è: incompetente, falso e pericoloso.
L'Europa ci chiede di mantenere certi impegni, non entra certamente nel merito e non ci chiede quelle non misure che invece voi state adottando con un ennesimo voto di fiducia. Anche da un punto di vista europeo, se entriamo nel merito, una manovra come la vostra, per come è strutturata, è inutile ed è tipica di un Governo che non ha strategia, che non ha visione e che non ha a cuore il futuro della gente e del Paese.
Il Governo ha improvvisato. Ho detto che il Governo ha mentito e ora aggiungo che il Governo ha improvvisato. Siamo partiti dalle province: province sì, province no. Poi aboliamo l'Istituto nazionale per il commercio estero, anzi no salviamolo. Eliminiamo, però, l'Istituto di studi e analisi economica. Certamente, rispetto all'Europa è troppo imbarazzante avere un istituto indipendente che svolge analisi indipendenti in materia di economia e finanza in Italia. È molto meglio riportarlo sotto controllo del Ministro.
Certamente, occorrono tagli non orizzontali. Occorrono tagli, ma sulla base di una valutazione di efficienza di tutte le amministrazioni centrali. È stato detto da vari colleghi, da ultimo Duilio, e non tornerò su questo punto. Il Governo, poi, ha smentito se stesso. Dopo averci attaccato dal 2006 al 2008 per la nostra lotta efficace all'evasione fiscale, dopo aver abolito tutte le misure antievasione varate dal nostro Governo precedente, ora basa praticamente la metà della sua manovra su misure ideate da noi e che ora Tremonti reintroduce in maniera parziale.
Secondo il Ministro queste misure di lotta contro l'evasione fiscale dovrebbero garantire dagli 8 ai 10 miliardi di nuove entrate. Se la matematica non è un'opinione ciò significa che se nel 2008 queste misure non fossero state abolite, oggi avremmo almeno tra i 18 e i 20 miliardi di entrate in più e questa manovra non sarebbe stata necessaria. Peccato, però, per noi tutti perché in realtà, anche in un quadro europeo, se guardiamo ad un'imposta che ha una dimensione europea, quale è l'IVA, e ne analizziamo i dati, la credibilità delle destre italiane nella lotta contro l'evasione fiscale è assolutamente zero. Infatti, se andate a guardare gli ultimi dieci anni e tutti i periodi in cui il centrodestra è stato al Governo, l'evasione dell'IVA è sempre aumentata, mentre è diminuita nei pochi periodi in cui noi del centrosinistra eravamo al Governo. Quindi, anche sull'evasione fiscale vi è un dato contabile e un'originalità, perché di solito non si prendono in considerazione i risultati che deriveranno dall'evasione fiscale. Vi è un dato di credibilità - soprattutto in materia di IVA, ma non solo - che depone in maniera molto negativa rispetto al Governo.
Ma veniamo ad altre considerazioni. L'Italia è, tra i Paesi europei e in generale tra i Paesi sviluppati, il Paese in cui stiamo vedendo le disparità di reddito più ampie. Le disparità di reddito in Italia crescono a ritmi molto più veloci e molto più preoccupanti rispetto ad altri Paesi europei e sviluppati. Si sta veramente creando un divario sempre più grande tra ricchi e poveri e tra i poveri ora vi sono anche i cosiddetti colletti bianchi, i liberi professionisti e la famosa classe media che anche in Italia soffre sempre di più, per non parlare degli operai. Il coefficiente di Gini, che calcola il tasso di disparità nella distribuzione del reddito dei Paesi, assegna a noi italiani un valore di 35, contro il 28 della Francia e il 23 di Svezia e Danimarca. Peggio di noi in Europa, per quanto riguarda le disparità del reddito, ci sono solo il Portogallo e la Polonia. Fuori dell'Europa fanno peggio di noi la Turchia e il Messico.
È stata presentata, quindi, una manovra «europea» dal Ministro, ma mica tanto europea. Nei Paesi del nord Europa si chiedono sacrifici maggiori ai cittadini più abbienti con le manovre (basta guardare alla Svezia). In Francia e in Germania certamente si tagliano gli sprechi, ma non si sacrificano famiglie e scuola. Se andiamo oltreoceano, gli Stati Uniti di Obama combattono la crisi con stimoli all'economia e con la riforma storica della sanità e del welfare.
Non chiediamo di punire i ricchi in Italia per una malcelata invidia sociale. Certo, in altri tempi questa manovra si sarebbe definita una manovra classista, perché colpisce solo alcuni ceti e, guarda caso, i ceti medi e quelli più deboli. Però, si tratta di chiedere a chi sta meglio un piccolo sacrificio, un aiuto per sostenere e riavviare l'economia di un Paese che non uscirà mai dalla crisi con queste misure.
Ce ne sono varie: invece di condannare il Paese alla stagnazione, basterebbe un contributo - e parlo solo dell'Italia - una tantum dello 0,3 per cento sul patrimonio dei 2 milioni di contribuenti superricchi, che sono compresi in quel 10 per cento della popolazione che in Italia detiene ormai più del 50 per cento della ricchezza nazionale, e si ricaverebbero 10 miliardi di euro.
Per non parlare di quanto si potrebbe fare contro la crisi a livello europeo: abbiamo già parlato della possibilità di una imposizione sulle operazioni finanziarie di borsa a livello europeo, ma Berlusconi si è opposto. Vorrei ricordare che, imponendo dello 0,05 per cento ogni singola operazione finanziaria nello spazio europeo, si ricaverebbero in Europa circa 200 miliardi, pari all'1,3 per cento del prodotto interno lordo. Ovviamente Berlusconi si è opposto nell'ultimo Consiglio europeo anche a questa ipotesi.
Non parliamo nemmeno del regalo che stiamo facendo con lo scudo fiscale: anche questo è un tema che è stato sollevato. Vengo, prima di terminare, ad alcuni punti che invece, non solo non ci mettono in linea politica con le grandi tendenze europee, ma ci mettono nella ambiguità comunitaria e nella piena illegalità comunitaria.
Ambiguità comunitaria significa che le poche disposizioni che dovrebbero, secondo Tremonti, favorire la crescita, come ad esempio la riduzione dell'IRAP o le agevolazioni fiscali per le imprese aderenti ai contratti di rete, sono misure del tutto ipotetiche. Lo sono perché ogni singolo progetto che riguardi la riduzione dell'IRAP in certe zone del Paese o le agevolazioni fiscali per i contratti di rete andrà previamente, progetto per progetto, notificato alla Commissione europea.
La Commissione europea, progetto per progetto, ci dirà se quelle agevolazioni fiscali sono o meno compatibili con le norme del mercato unico. Quindi, quelle pochissime misure che presentate per la crescita sono del tutto ipotetiche, non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista giuridico.
Vengo alla cosa più flagrante e veramente non credo vi siano precedenti nella storia della politica agricola comune, che è la vicenda delle quote latte. Si tratta di una vicenda veramente grave, perché per la prima volta abbiamo una maggioranza che sta adottando una manovra in flagrante violazione degli impegni giuridici e politici che abbiamo preso con un gentlemen's agreement con la Commissione europea (ma evidentemente ce ne sono pochi di gentiluomini della maggioranza). Durante l'approvazione il Ministro dell'agricoltura scrive al Commissario europeo che ritiene questa misura incompatibile e in violazione con gli impegni politici presi in materia di rateizzazione delle quote latte.
 

Superiamo il compromeso storico bonsai: Liberiamo l'Italia. Le nostre proposte a Bersani

PD. BIANCO RIUNISCE I LIBERAL: NO A COMPROMESSO STORICO BONSAI
'PARTITO PRENDA UN'INIZIATIVA VIGOROSA SULLA QUESTIONE MORALE'

(DIRE) Roma, 23 lug. - Si riuniscono i Liberal del Pd e chiedono
che il Partito intraprenda "una vigorosa iniziativa sulla
questione morale". Enzo Bianco ha riunito ieri a Largo del
Nazareno l'area Liberal, che fa riferimento "alla tradizione
repubblicana e liberale" del Pd.
Nel corso dell'incontro l'assemblea ha eletto un nuovo Vice
Presidente, il senatore Adriano Musi, presidente
dell'associazione Giovane Europa, che si aggiunge a Franco
Bassanini, Ludina Barzini, Sandro Gozi e Andrea Marcucci. Ha
inoltre nominato Roberto Balzani, sindaco di Forli', Responsabile
della Consulta degli Amministratori Locali dei Liberal Pd,
rispondendo alla crescente richiesta di un radicamento sul
territorio e nelle amministrazioni locali della componente
liberal del partito. Fra le prossime iniziative di rilievo
dell'Associazione, un convegno - in occasione del 140°
anniversario della Breccia di Porta Pia - su "Laici e Cattolici,
ieri e oggi", che avra' luogo il prossimo 20 settembre presso la
Sala Zuccari del Senato.
Il Presidente dei Liberal Pd Enzo Bianco ed il vicepresidente
Sandro Gozi hanno inoltre presentato un documento di analisi e
proposta - approvato dall'Assemblea con una sola astensione -
all'indirizzo del Segretario Pierluigi Bersani, che ha
partecipato all'incontro, sui temi piu' attuali nei quali il
Partito Democratico deve e dovra' confrontarsi nel Paese come
opposizione efficace e credibile, oggi, e forza di governo
domani; dall'economia alla giustizia; dai diritti civili
all'Europa ed all'ambientalismo.
"Noi crediamo fortemente- ha dichiarato Sandro Gozi,
vicepresidente Liberal Pd - nel progetto del Pd e con Bersani
vogliamo costruire il vero partito democratico, superando
l'attuale compromesso storico bonsai tra Ds e Popolari. Vogliamo
inoltre preparare un'alternativa di governo basata innanzitutto
su liberalizzazioni economiche e tutela dei diritti civili,
costruendo nuove alleanze internazionali con le grandi forze
democratiche a partire dai Democratici americani".




DOCUMENTO APPROVATO DAL COMITATO NAZIONALE LIBERAL PD

“ LIBERIAMO L’ITALIA”



Noi LiberalPD abbiamo da sempre auspicato la costruzione di un vero PD, dal profilo chiaramente riformatore, e moderno nell'azione politica. Crediamo sin dall’inizio nel progetto PD ma oggi dobbiamo constatare che il PD continua ad apparire come un compromesso storico fuori tempo massimo tra ex popolari e ex DS che ci impedisce di acquisire nuove forze ed energie .
Questa logica è negativa per tutti quelli che non appartengono a queste tradizioni: le discussioni di merito e le decisioni sugli incarichi sono fatte in questa logica di ex.
Ma è soprattutto negativo per lo stesso PD.
E’ una logica che non fa crescere il partito.
Non gli permette di rivolgersi alla società italiana.
Lo fa apparire come una somma di gruppi intenti a spartirsi un potere peraltro in calo costante.

Noi vogliamo che venga mantenuta la promessa fatta: che il PD sia il partito in cui, liberi dagli schemi del passato che sono morti nel secolo scorso, si elabori una nuova proposta riformatrice.

Una proposta che deve basarsi sulla liberalizzazione della società italiana ancora bloccata da corporazioni, gruppi di interesse, monopoli e oligopoli ma soprattutto da una logica politica ancora troppo rivolta al passato.

Siamo preoccupati che il PD non sia ancora pronto ad incarnare un’alternativa credibile e competitiva rispetto ad una maggioranza in crescente difficoltà e a rischio di disgregazione. E riteniamo che le difficoltà del PD dovute soprattutto ad una impostazione chiusa rispetto all’esterno e alla logica degli ex che qui contestiamo.


Cosa vogliamo dire? E come vogliamo declinare in concreto le nostre istanze? Prendiamo come esempio alcuni temi.

Nell’ultimo decennio, destra e sinistra hanno combattuto una battaglia sul terreno della libertà, attorno alla sua ridefinizione concettuale e pratica, che ne ha totalmente modificato i ruoli.
La destra ha giocato all’attacco: la libertà è diventata apparentemente il suo dominio e la sua bandiera.
Il centro-sinistra e il Pd, invece, si sono rinchiusi spesso in dialettiche di retroguardia, ripiegati su se stessi, tra tabù ed equilibrismi. Non sono stati in grado di interpretare le istanze di libertà provenienti dalla società e dalle forze più mature.
In questo modo il concetto di libertà ne è uscito stravolto, caratterizzato soprattutto nella sua declinazione antipolitica della destra.
La sinistra ha abbandonato il terreno; ha lasciato agli avversari un tema che ha costituito una delle ragioni più profonde della sua esistenza.
È arrivato il momento di riappropriarci e recuperare la parola libertà: occorre dinamismo, passione; un nuovo cantiere del centrosinistra, aperto a tutti coloro che vogliano costruire una vera alternativa per il paese.
È necessario riflettere su liberalismo economico, diritti civili, ambientalismo del fare, riforma della giustizia, sicurezza.

Il Pd, e il centrosinistra, devono affrontare questi temi senza ideologismi e chiusure, come uomini e donne liberi, e mettendoli al centro delle loro battaglie di esistenza e di rappresentanza.

Ci sono in particolare dei temi sui quali occorre un cambio di passo.

Liberiamo l’economia

Il liberalismo è una parolaccia per la sinistra o è una delle vie per rendere questo paese più moderno e più giusto? L’elettorato democratico, reale o potenziale, è ancora così rigidamente identificabile come poteva essere qualche decennio fa? Forse no, probabilmente no.
Naturalmente il nostro liberalismo non è liberismo, non è giungla.
Noi democratici dobbiamo pensare ad una nuova società, in cui libertà d'impresa e giustizia sociale, in cui merito e garanzie per le fasce più deboli possano coniugarsi in un punto di equilibrio nuovo e dinamico fondato su scelte radicali a favore della formazione e dell’innovazione; ed in cui il dinamismo sociale sia assicurato dal merito.

Liberiamo i diritti

Si parla ancora poco di diritti, o forse se ne parla in modo non innovativo e con tanti tabù.
C’è poco coraggio, poca chiarezza, troppi silenzi nei confronti della difesa dei diritti delle persone. Emerge l’assenza di una battaglia culturale, capace di disegnare e rappresentare la società, con scelte chiare e valori non negoziabili.
Il valore della laicità, il rispetto della diversità, la centralità dei diritti civili rappresentano i cardini intorno ai quali il centrosinistra e il Pd, devono costruire una proposta credibile, insieme all'etica del dovere.
Sono i diritti civili e le libertà individuali che rendono i cittadini più forti e le società più moderne, nel rispetto della centralità della persona e della sua libertà di scelta.

Liberiamo l’ambiente

Preservare l’ambiente è un obiettivo doveroso; utilizzare la salvaguardia dell’ambiente per bloccare tutto è un atteggiamento autolesionista. In Italia il dibattito ambientalista sembra polarizzato tra chi vorrebbe costruire tutto e dovunque e chi pretende di bloccare un’opera per salvare ogni singolo nido di passeri. Anche le procedure rispecchiano questo confronto, tra lo spirito originario della legge obiettivo (“si passa con le ruspe sopra tutto e tutti”) e i 1.000 giorni di tempo richiesti per la sola valutazione di impatto ambientale per uno svincolo autostradale.
Il Pd, deve farsi portatore di un ambientalismo del fare, una visione pragmatica che sappia coniugare il rispetto rigoroso dell’ambiente con le esigenze di modernizzazione nei settori infrastrutturale, energetico e dei rifiuti. Più in generale, dobbiamo realizzare una nuova governance del territorio, attraverso una riforma legislativa nazionale di tutela e sviluppo e nuove politiche locali.

Liberiamo la giustizia
Abbiamo rilevato un primo cambiamento sotto la gestione Bersani ma dobbiamo essere molto più decisi e credibili.
La “grande grande” riforma della giustizia che Berlusconi va promettendo, o minacciando, rischia di non essere altro che una “piccola piccola” (e cattiva) riforma dei giudici. Ma l’Italia ha bisogno di una riforma della giustizia? È tra le priorità? Sì.
Allora per il Pd, e per il centrosinistra, parlare di riforma della giustizia, senza tabù e senza pregiudizi, non deve essere proibito: la durata abnorme dei processi, civili e penali, lo scarso ricorso ai riti alternativi, la depenalizzazione di fattispecie che non provocano allarme sociale, sono questioni che vanno affrontate
Occorre abbandonare una visione e un approccio giustizialista, appropriandosi del tema di un garantismo equilibrato.Va rispettata l’autonomia della magistratura, che deve servire alla tutela del cittadino e non all’auto tutela di se stessa.


Dall’Europa al mondo

E’ evidente però che le esitazioni del PD e il nostro disagio nel partito emergono in maniera ancora più evidente nel momento in cui si discute della collocazione europea ed internazionale del PD.
Le numerose sconfitte subite in Europa da socialisti e socialdemocratici, soprattutto negli ultimi due anni, il successo delle forze liberali di sinistra e ecologiste – come nel Regno Unito, in Olanda o in Francia - ci obbligano ad alzare la testa, guardare un po’ più in là e interrogarci sulle vere questioni politiche di fondo per il futuro del centrosinistra italiano ed europeo.
Il progressismo europeo deve indicare una nuova via liberandosi di schemi politici e riflessi mentali che risalgono a prima del crollo del muro di Berlino. In Italia, il partito democratico non può servire a riscrivere la nostra storia, per relativizzare, ad esempio, la diffidenza dei socialisti italiani verso l’Europa comunitaria o gli errori storici che il PCI ha compiuto, dall’opposizione al mercato comune nel 1957 al No al sistema monetario europeo del 1979. L’europeismo di de Gasperi, La Malfa e Einaudi e l’eurocomunismo di Berlinguer non sono state la stessa cosa né possono essere messe oggi sullo stesso piano. Ma vivere il XXI secolo, e costruire veramente il “partito democratico”, vuol dire andare oltre anche a questo.
Il rischio che corriamo, infatti, è di inseguire perennemente il nostro passato politico, dimenticando che la sfida è fuori, è nel rapporto con la profonda trasformazione che attraversa la società. Ed è per questa sfida che abbiamo dato vita al PD.
Per farlo, la via non può essere quella di rifondare la socialdemocrazia, che peraltro in Italia è sempre stata minoritaria. E che non appartiene né alla storia dei popolari ex DC, né dei DS ex PCI, né degli ulivisti, tantomeno dei liberali, dei repubblicani o dei “ nativi democratici”. Il dibattito nel PD non può allora limitarsi al rapporto col PSE - nostro alleato nel Parlamento europeo - che potrà essere un nostro partner, ma non il nostro partito europeo. Perché se il PD entrasse, in qualunque modo (tanto più se surrettizio), nel PSE diverrebbe una cosa diversa da quella che abbiamo promesso a milioni di italiani e per cui tanti di noi si sono impegnati con convinzione e entusiasmo. Il PD non cambierebbe il PSE ma il PSE snaturerebbe il PD.
Il PD ha senso solo se esplora con coraggio la terra incognita del nuovo mondo post-crisi, non se veleggia con pilota automatico verso le terre socialiste, seppur ribattezzate. Occorre infatti superare le tradizionali divisioni politiche tra le diverse forze di centrosinistra: socialisti, liberali di sinistra, democratici, verdi. Non per riproporre su scala continentale l’esperienza italiana – peraltro ancora incompleta - ma per costruire una nuova proposta europea, nuove alleanze politiche tra forze e partiti alternativi alle destre. Alleanze di cui il PD potrà essere protagonista tanto più credibile in quanto libero da appartenenze alle famiglie politiche oggi esistenti in Europa. Alleanze indispensabili per il rilancio dell’Europa politica – dimensione ormai minima per affrontare le nuove sfide e per proporre un nuovo internazionalismo democratico guardando innanzitutto alla leadership di Obama.

 
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Ultimo aggiornamento (Giovedì 22 Luglio 2010 23:19)

 
Alcune agenzie stampa dei giorni scorsi hanno erroneamente inserito il mio nome tra i promotori del comitato contro il referendum sull’acqua “Acqualiberatutti”.

Tengo a precisare che non ho aderito a nessun comitato, né partecipato a nessuna iniziativa al riguardo, come non ho firmato il referendum poiché ritengo doveroso come parlamentare in primis ascoltare, su un tema cosi importante, tutte le diverse voci e posizioni.

L’acqua è un bene collettivo, non privato, che ha bisogno di nuove forme di controlli al fine di tutelare innanzitutto gli interessi dei consumatori.

Sandro Gozi

Ultimo aggiornamento (Giovedì 22 Luglio 2010 23:21)

 

Mari Kiviniemi è nata sugli sci, come capita a tante finlandesi. Ma era il pattinaggio la sua vera passione. Passione che coltivò, diventando una pattinatrice provetta. Passione che si accompagnava a quella per la società e per la politica. Per questo, Mari decise di laurearsi in scienze politiche e poi di impegnarsi nel Partito di Centro (conservatori). Un impegno non certo alternativo alla famiglia: Mari in effetti non ha mai dovuto scegliere tra sport, famiglia e politica.

Il 21 giugno di quest’anno, a 41 anni, madre di due figli, Mari è diventata Primo Ministro della Finlandia. Ma a Helsinki, il fatto che una donna sia diventata primo ministro non ha fatto poi tanta notizia. I finlandesi conoscevano già una donna ai vertici dello Stato dal 2000, rieletta nel 2006: Tarja Halonen, presidente della Repubblica. E hanno già avuto un governo in cui su 20 ministri, 11 erano donne.

Le donne sono in politica, si impegnano per la politica in un paese che valorizza il merito. Perchè donne e merito vanno di pari passo. Ed è in base al criterio del merito, e non con la tecnica delle quote o con la logica delle compensazione, che il tema va affrontato.

Non è un caso che in Finlandia al governo non ci siano solo giovani donne, ma anche giovani uomini, come Alexander Stubb, ministro degli esteri, che lavorava con me come consigliere ai tempi di Prodi Presidente della Commissione europea.

Certamente, in Finlandia la presenza femminile in politica ha radici solide e antiche. Le finlandesi hanno diritto di elettorato attivo e passivo  dal lontano 1906 e già nel 1926 una donna era ministro per gli affari sociali. Per questo, in Finlandia non si parla mai di “quote rosa”. Se scommetti sui talenti, sui diritti e sulla vera eguaglianza, se ancor prima scommetti sull’istruzione, poni le basi per una società socialmente equilibrata e competitiva. Non è un caso che la Finlandia non solo sia prima in Europa per le donne in politica, ma anche all’avanguardia nel sistema scolastico -  premiando e valorizzando anche economicamente la professione di insegnante -  nella ricerca e nell’innovazione, oltre a primeggiare nel continente con il suo sistema sanitario e di servizi sociali. La lezione è molto chiara: scommettere su merito, innovazione e competitività vuol dire creare una società più dinamica, avere un ascensore sociale che funziona e riporre fiducia nel futuro.

Ma la Finlandia, potremmo obiettare, è così lontana dall’Italia! Insomma, in un’estate così afosa, prendere a modello il paese delle renne è del tutto inutile…noi siamo così diversi…

Benissimo, allora proseguiamo nel nostro viaggio europeo e scendiamo molto più a sud e a ovest. Scendiamo in Spagna.

E che cosa troviamo dai nostri cugini latini, che 4 anni dopo di noi festeggiano in tutte le strade del Regno la fantastica vittoria della Coppa del Mondo di calcio?

Troviamo il secondo governo Zapatero. In cui ci sono 9 donne e 8 uomini al governo del paese.

Il ministro della Difesa è Carmen Chacon, che abbiamo visto tutti passare in rassegna incinta le truppe spagnole in Afghanistan. Il ministero dell’Economia è diretto da Elena Salgano (in Francia, invece da…..Christine Lagarde). Sono donne le due portavoce del PSOE e del PP alle Cortes, il parlamento spagnolo,  la presidente della Comunità Autonoma (regione) di Madrid, Esperanza Aguirre, di destra. E potrebbero essere proprio Carmen Chacon e Esperanza Aguirre à sfidarsi per la Presidenza del Governo alle prossime elezioni politiche!

Ma, potremmo dire, anche l’esempio spagnolo non ha nulla a che vedere con l’Italia. Là c’è quel pericoloso laico e socialista di Zapatero, con la sua mania di diritti civili per tutti, un femminista… No, Madrid non è un buon esempio per un’Italia che, dopo tutto, è ancora legata a valori conservatori.

Benissimo, allora andiamo al centro dell’Europa geografica e a destra di quella politica. Andiamo nella conservatrice Germania. E chi troviamo a Berlino come Cancelliere? Una certa Angela Merkel. Sì, proprio così, la Germania democristiana ha scelto una donna come cancelliere -  la seconda, dopo la Thacher, ad aver presieduto un G8 -   e “addirittura” un omosessuale, Guido Westerwelle, leader dei Liberali, come ministro degli Esteri. E ci sono donne a guidare i ministeri della Giustizia, dell’Agricoltura, del Lavoro, dell’Istruzione e della Famiglia.

Inutile andare nei fantascientifici Stati-Uniti d’America, in cui c’è un famoso “abbronzato” alla casa Bianca, una donna ministro degli affari Esteri, Hillary Clinton, e anche i posti chiave alla sicurezza nazionale e alla presidenza della camera sono ricoperti da due donne con… cognomi italiani: Janet Napolitano e Nancy Pelosi.

Se poi dall’Estremo Occidente via pacifico arriviamo all’Estremo Oriente scopriamo che forse anche il paese delle Geishe e dei gerontocrati, il Giappone, rischia di fare meglio di noi, sull’onda dell’entusiasmo per Rehno Lian Fang, una quarantenne al governo che ha deciso di scalare due generazioni e di portare i quarantenni al potere.

Terminiamo a questo punto il nostro viaggio (anche perché scendendo in Australia scopriremmo che le cose non cambiano molto, ma che vuoi, il paese dei canguri è strano…).

Torniamo in Italia. E cosa troviamo in Italia? Troviamo un paese arretrato e squilibrato. Un paese dove le donne in politica sono poche e quelle che ci sono entrate per merito, ad esempio in parlamento, ancora di meno.

E non perché le donne italiane valgano meno delle altre o gli uomini siano particolarmente cattivi. Ma perché tutto il sistema sociale italiano dà incentivi perché tutto rimanga così: dagli asili nido, che non ci sono, alle nomine nei consigli di amministrazione, che non arrivano

In questo contesto, le scelte femminili del Berlusconi politico sono state devastanti e il modo in cui sono state presentate offensivo per tutte le donne,  peggiorando un quadro già molto compromesso.

Ma anche il PD – che pure è il partito che si è impegnato più e meglio di tutti gli altri partiti italiani – ancora balbetta tra logica delle quote, che uccide il merito,  retorica delle pari opportunità e pratiche correntizie che spesso finiscono per promuovere donne non proprio per meriti…

Anche nel partito più avanzato - il PD, gli altri partiti neppure si pongono il problema – si fanno le liste, si attribuiscono gli incarichi, e poi ci si arrampica sugli specchi e si grida “mi manca la donna!”. E’ la sindrome di Amarcord, ricorda quella scena in cui Ciccio Ingrassia gridava dall’albero in dialetto romagnolo “a voi na dona!” (trad.: voglio una donna!).

E’ così: al rientro in Italia dal nostro viaggio scopriamo un paese di mogli, di mamme, di nonne e di amanti. Un paese in cui le pari opportunità per le donne non esistono, esistono solo protezione per le loro debolezze o parziali compensazioni per le discriminazioni subite durante tutta una vita.

Scommettere sul merito delle donne in politica vuol dire non doversi imprigionare nelle quote né dover arrampicarsi sugli alberi.

Vuol dire costruire una società aperta, ricca delle sua diversità, dinamica grazie alle sue competenze, fiduciosa grazie alla sua giustizia sociale, attrattiva, per investitori, ricercatori, lavoratori per queste sue caratteristiche messe insieme.

Vuol dire migliorare la politica.

Vuol dire cambiare l’Italia.

Ultimo aggiornamento (Domenica 18 Luglio 2010 22:33)

 

PRONUNCIATO IERI ALLA CAMERA ALLA PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO DEL PROF. MONTI

Se oggi facessimo una ricerca incrociata su Google con le parole Europa e crisi troveremmo una serie infinita di voci e documenti.

La più grande Storia di successo del nostro tempo è oggi quasi automaticamente associata con la parola crisi. Molti anche in Italia si dilettano e si sforzano di fare apparire l’Europa come un’idea perdente.

E’ un atteggiamento nichilista, irresponsabile e perdente.

Oggi l’Europa invece  appare quanto mai necessaria.

Rimane il nostro unico punto di riferimento politico per rispondere alla crisi, dare una speranza alle nuove generazioni, costruire il nostro futuro.

Non sempre perché le decisioni dell’Unione siano sempre le “migliori”, ma perché la stessa crisi ci ha dimostrato che alcune decisioni sono “possibili” solamente a livello europeo.

Per le medesimi e opposte ragioni l’Unione non va fatta laddove non è necessaria.

Allora dobbiamo scuoterci! Oggi gli Stati e i popoli europei hanno paura, sono ripiegati su sé stessi, hanno perso fiducia nelle loro forze e per il mondo esterno.

Ma oggi l’Europa appare anche quanto mai incompleta.

Il più grande errore che potremmo compiere è quello di considerare l’Europa cosa fatta, mentre fatta non è.

Il professor Monti, nel suo rapporto,  prova molto bene il costo della non Europa che stiamo pagando tutti.

L’Europa non è pronta per il mondo di oggi e di domani. Non lo è perché non ha ancora attuato i suoi obiettivi, né di mercato unico, né di unione economica, né di unione “tout court”, cioè politica.

In campo sociale, l’Unione è ancora in gran parte “virtuale”, quindi non esiste, non è unione.

Ed è invece fondamentale realizzare gli obiettivi comuni per ritrovare, come europei, la fiducia di poter contare.

Per farlo, l’Europa deve tornare ai suoi fondamentali:

-        la cooperazione, che rafforza;

-        la solidarietà, che unisce

-        la competizione, che stimola.

E ribadire le scelte dell’apertura e del mercato.

Le frontiere aperte, la libera circolazione di persone, beni, servizi e capitali, sono un bene collettivo da difendere e sviluppare. Lo sono in particolare per noi italiani che tanti benefici abbiamo già tratto e potremo trarre dal mercato unico. Pensiamo all’economia verde, al mercato dei servizi o a quello digitale.

Sono gli elementi che emergono chiaramente come filo rosso del rapporto del professor Monti.

Se non completiamo il mercato unico, l’Europa piomberà in uno scenario di  stagnazione economica “alla giapponese”.

Dobbiamo allora finire il lavoro iniziato 25 anni fa.

Dobbiamo  passare dall’Europa della poesia – e della retorica – all’Europa della prosa – e della pratica, delle decisioni concrete e tangibili per i cittadini e per le imprese. Un ottimo esempio di Europa concreta è quella che elimina la doppia tassa di immatricolazione.

Ciò richiede coraggio e un’assunzione di responsabilità collettiva da parte di tutte le forze europee più responsabili, a destra e a sinistra, per realizzare nuove convergenze economiche e sociali,  per evitare dumping sociale, per garantire crescita e competitività.

Finire il lavoro iniziato nel 1985, in un’Europa che nel frattempo è molto cambiata,  vuol dire quindi rafforzare la dimensione sociale, la cooperazione economica e fiscale e la vita democratica, prevista dal trattato di Lisbona.

Non ci può essere infatti mercato unico senza politica economica comune; non ci può essere Europa sociale  senza  democrazia sovranazionale.

Ultimo aggiornamento (Domenica 18 Luglio 2010 22:31)

 

Mio intervento video di oggi alla Camera in occasione della presentazione del rapporto del prof. Monti sul mercato unico

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 14 Luglio 2010 00:39)

 
- pubblicato su Europa il 6 giugno 2010 -

Le numerose sconfitte subite in Europa da socialisti e socialdemocratici, soprattutto negli ultimi due anni, il successo delle forze liberali di sinistra e ecologiste – come nel Regno Unito, in Olanda o in Francia -  ci obbligano ad alzare la testa, guardare un po’ più in là e interrogarci sulle vere questioni politiche di fondo per il futuro del centrosinistra italiano ed europeo.

Quando la maggioranza dei governi in Europa e Stati Uniti erano progressisti, non é stato veramente elaborato un pensiero politico alternativo al neo-capitalismo liberista di  Reagan e Thacher.

Ed è forse quella la ragione per cui anche di fronte al crollo di quel modello, che ha ispirato gran parte delle destre europee, oggi le forze socialiste non appaiono come un’alternativa credibile.

Questo è il problema.

Quali sono la cause principali del fallimento della socialdemocrazia e di cosa ha bisogno un nuovo progressismo oggi?

Una delle cause principali è quella di aver accettato crescenti disparità di reddito. Siamo passati da una disparità di reddito di 1 a 10, considerato accettabile ai tempi del boom economico degli anni ’60 ad un rapporto di 1 a 400 e oltre… Registriamo delle punte in cui un mese intero di lavoro di un operaio è minore ad 1 ora di retribuzione del manager di quell’impresa!

Perché i riformisti quando erano al governo non hanno avviato un movimento collettivo verso un sistema più equilibrato? Cosa hanno fatto per evitare  questa deriva finanziaria del capitalismo globale”? Si sono accorti della radicale perversione del modello neocapitalista? Sembra proprio di no.

Nè il dibattito  sul “riformismo” sinora ci ha portato molto lontano.

Anzi, ci ha lasciato - in Europa  -  privi di munizioni nel momento in cui le destre al potere, dopo essersi adoperate per 15 anni a buttare fuori lo Stato dall’economia, hanno riscoperto le virtù dell’economia sociale di mercato.

La lotta di Obama per un nuovo sistema sanitario, il braccio di ferro contro Wall Street, le nuove proposte sull’immigrazione sono delle svolte epocali.

Ma noi progressisti europei l’abbiamo veramente capito?

Il progressismo europeo deve allora indicare una nuova via liberandosi di schemi politici e riflessi mentali  che risalgono a prima del crollo del muro di Berlino. In Italia, il partito democratico non può servire a riscrivere la nostra storia, per relativizzare, ad esempio,   la diffidenza dei socialisti italiani verso l’Europa comunitaria o gli errori storici che il PCI ha compiuto, dall’opposizione al mercato comune nel 1957 al No al sistema monetario europeo del 1979. L’europeismo di de Gasperi e La Malfa e l’eurocomunismo di Berlinguer non sono state la stessa cosa né possono essere messe oggi sullo stesso piano. Ma vivere il XXI secolo, e costruire veramente il “partito democratico”, vuol dire andare oltre anche a questo.

Il rischio che corriamo, infatti, è di inseguire perennemente il nostro passato politico, dimenticando che la sfida è fuori, è nel rapporto con la profonda trasformazione che attraversa la società. Ed è per questa sfida che abbiamo dato vita al PD.

Il punto allora non è collocarsi nella tradizionale e logora toponomastica – sinistra, centro, destra con tutte le sue sintesi e variabili – ma riuscire a rappresentare una società sempre più complessa attraverso una nuova azione politica.

Il vuoto ideologico nel quale ci troviamo richiede una revisione profonda capace di superare la tradizionale inerzia del socialismo europeo e di riconoscere gli errori della “terza via”. Ciò significa innanzitutto affermare il primato della politica e lottare contro le crescenti disparità di reddito e le derive finanziarie dell’economia.

Il centrosinistra europeo oggi deve rivolgersi all’intera società,  affermare in modo radicale la promozione dei diritti civili e superare, nei fatti,  logiche e categorie mentali del ‘900. Le istanze di lavoratori, artigiani, piccole imprese, ad esempio,  non sono diverse tra loro, di fronte alle enormi concentrazioni di potere e di denaro, alle nuove oligarchie finanziarie nazionali e globali.

Non si tratta peraltro di salvare il capitalismo – si salva da solo – né di rifondarlo, ma di collocare al centro il lavoro e la produzione reale.

E dobbiamo « globalizzare » la politica. Le ragioni sono note: i mercati globali, la mobilità dei capitali, l’evoluzione tecnologica hanno indebolito i poteri di intervento dello Stato; sotto la spinta dei nuovi populismi nazionalisti e a causa della timidezza e delle esitazioni delle forze europeiste, una logica miope e regressiva sta prevalendo in Europa.

Occorre allora proporre un nuovo modello basato sulla europeizzazione dei partiti politici nazionali, la creazione di un vero spazio politico europeo e la piena realizzazione di quella vita democratica enunciata nello stesso trattato di Lisbona.

Per farlo, la via non può essere quella di rifondare la socialdemocrazia, che peraltro in Italia è sempre stata molto minoritaria, a differenza di altri paesi europei. E che non appartiene né alla storia dei popolari ex DC, né dei DS ex PCI, né degli ulivisti, tantomeno dei liberali, dei repubblicani o dei “ nativi democratici”. Il dibattito nel PD non può allora limitarsi al rapporto col PSE - nostro alleato nel Parlamento europeo -   che potrà essere un nostro partner molto stretto, ma non il nostro partito europeo. Perché se il PD entrasse nel PSE diverrebbe una cosa diversa da quella che abbiamo promesso a milioni di italiani e per cui tanti di noi si sono impegnati con convinzione e entusiasmo. Il PD non cambierebbe il PSE ma il PSE snaturerebbe il PD. Una cosa infatti è fare i conti con le regole di funzionamento del Parlamento europeo, in cui se non ci si allea con uno dei 3 gruppi principali si conta pochissimo. Per questo abbiamo dato vita all’ASDE. Un’altra è compiere una libera scelta sulla scena politica europea, e chiudere il potenziale del PD in schemi novecenteschi che poco hanno a che fare con quella “quarta via” democratica che abbiamo deciso di percorrere assieme. Il PD ha senso solo se esplora con coraggio la terra incognita del nuovo mondo post-crisi, non se veleggia con pilota automatico verso le terre socialiste, seppur ribattezzate. Occorre infatti superare le tradizionali divisioni politiche tra le diverse forze di centrosinistra: socialisti, liberali di sinistra, democratici, verdi. Non per riproporre su scala continentale l’esperienza italiana – peraltro ancora incompleta -  ma per costruire una nuova proposta europea, nuove alleanze politiche tra forze e partiti alternativi alle destre. Alleanze di cui il PD potrà essere protagonista tanto più credibile in quanto libero da appartenenze alle famiglie politiche oggi esistenti in Europa. Su questo però, a giudicare anche dal dibattito tenutosi la scorsa settimana a Roma sul ruolo dell’Italia in Europa, c’è ancora molto lavoro da fare. Le terre democratiche sono ancora lontane e i “nativi” del PD ancora troppo pochi.

Ultimo aggiornamento (Domenica 18 Luglio 2010 22:28)

 

Condivido alcune considerazioni che ho già sviluppato in precedenti articoli e che ho rivisto e approfondito per gli incontri  alla Festa PD di Cesena e all'incontro al Circolo PD Balduina di Roma assieme a Visco.

Molto tardi per ora non troppo poco.

Finalmente, dopo mesi di esitazioni e di miopie nazionali, l'Europa con tale intervento a favore della Grecia ha dato un segnale politico forte e ha reagito in modo convincente alle recenti speculazioni finanziarie contro l'euro e quindi contro noi tutti.

L'Europa ha finalmente dato un segno di vitalità, ma dobbiamo guardare un poco più lontano, trascorsi ormai 60 anni da quella prima dichiarazione sull'avvio del processo di integrazione europea, mi riferisco alla «dichiarazione di Schuman», che aveva pregi e qualità che i Governi di questa Europa oggi non hanno, ovvero l'essere coraggiosi e visionari.

Cerchiamo allora di capire cosa è mancato all'Europa anche in tale vicenda, nell'elaborazione e approvazione di questo accordo e cosa dobbiamo fare invece per ridurre questa incompletezza e adeguatezza dell'Unione europea a intervenire su materie come l'euro e l'unione monetaria, così importanti per il nostro presente e futuro.

Un’Europa – lo voglio ricordare come fa spesso e giustamente Bersani – dominata dalle destre, spesso populiste e nazionaliste, un’Europa in cui ci sono solo 6 governi di centrosinistra su 27, in cui il PPE e le altre destre xenofobe euroscettiche sono la maggioranza al PE.

Cerchiamo di capire come passare dall’Europa della poesia – e della retorica – all’Europa della prosa – e della pratica.

È innanzitutto mancato in questi mesi quello spirito di solidarietà «di fatto», proprio per citare la famosa «dichiarazione Schuman», senza la quale l'Europa e soprattutto anche l'unione economica sono semplicemente impossibili.

Se ognuno va per la sua strada i risultati non si raggiungono e i rischi monetari, economici e politici aumentano per noi tutti.
Quindi ci sarebbe bisogno di meno egoismo e di più lungimiranza.

Inoltre è mancata la tempestività: la decisione di cui stiamo discutendo oggi è stata presa il 9 maggio e poteva benissimo essere presa almeno sei mesi prima (poteva benissimo essere presa nel gennaio di quest'anno).

Le esitazioni delle Cancellerie nazionali ci hanno letteralmente portato sull'orlo del baratro; esitazioni dovute alla debolezza delle politiche nazionali delle destre, troppo dipendenti a breve termine, troppo legate all'ultimo sondaggio o all'imminente elezione locale o regionale.

Occorre molta meno miopia e molta più visione.

Inoltre è mancata la spinta a sfruttare finalmente i Trattati esistenti. Merkel, Sarkozy e Tremonti, addirittura per nascondere le loro esitazioni, si sono lanciati in proposte di revisione dei Trattati.

Non è necessaria alcuna revisione dei Trattati per dare all'Europa quegli strumenti di politica economica di cui ci sarebbe bisogno oggi per evitare, alla prossima crisi, di dovere intervenire nell'emergenza (così come si sta facendo con questo provvedimento).

L'Europa non dispone certo di tutti gli strumenti ordinari d'emergenza per governare la zona euro ma ne ha alcuni.

Tra questi c'è la possibilità appunto - è la base sulla quale il provvedimento che a favore della Grecia si fonda - di dare assistenza finanziaria ad uno Stato membro in caso di circostanze eccezionali.

È su questa possibilità che si basa l'intervento europeo. Occorrerebbero meno pretesti e più azione.

In questi mesi, insieme alla Grecia, tutta l’Unione Europea si trova a vivere una fase decisiva per il suo futuro.

La crisi economica della Grecia è la più grande mai verificatasi sin dalla creazione dell’Unione economica e monetaria. È certamente un problema europeo che richiede risposte comuni più rapide e più forti.

L’ipotesi di lasciare Atene al suo destino, sul criterio del “chi sbaglia paga” non meritava  nemmeno di essere discussa. Finiremmo per pagare tutti, e ben di più di quanto non richieda il salvataggio. (E per altro, più aspettavamo ad intervenire e più salto sarebbe stato il conto per tutti…)

Vi è poi un secondo problema di dimensione europea connesso alla vicenda, un problema di natura politica, forse anche più grave del primo.

Le resistenze, i tira e molla, le indecisioni manifestate dal governo tedesco prima dell’assenso, fortemente condizionato  da calcoli ed esigenze di politica interna, sul piano di salvataggio hanno aperto uno scenario molto preoccupante.

La Germania per giorni è apparsa ripiegata su se stessa, incapace di vedere come in passato nell’Europa la miglior tutela del proprio interesse nazionale e soprattutto lo spazio naturale della sua affermazione politica ed economica.

I tentennamenti di Berlino hanno lasciato intravedere un cambiamento di prospettiva: la Germania è intervenuta  non esercitando quella leadership che storicamente le compete, ma per un calcolo finanziario strettamente interno.

Già oggi, nonostante ciò venga completamente tralasciato dal dibattito tedesco, la Germania, in rapporto al proprio PIL, non si è affatto impegnata a pagare di più di noi italiani, dei francesi o degli stessi spagnoli.

Inoltre, il debito della Grecia rappresenta veramente una parte irrisoria rispetto ai volumi dell’U.E.M.. possiamo immaginare di non poter agire meglio e più rapidamente?

Per la prima volta la Germania si sottrae platealmente al ruolo di solido riferimento politico della vicenda europea. Sono lontani i tempi del cancelliere Helmut  Kohl. Angela Merkel non ha né il coraggio né la visione del suo mentore politico.

Oggi gli europei pagano il costo della “non Europa”, della mancanza di un governo europeo.

Alcune cifre per capirci:

  1. il deficit medio della zona euro è pari al 6.5%, quello americano e giapponese sono del 10%;
  2. il debito integrato europeo è 1/3 di quello giapponese e inferiore del 10% rispetto a quello USA, con 25 milioni di europei in più.

Traduzione: paghiamo tutti, molto care, le divisioni dell’Europa, la mancanza di politiche e regole comuni.

E chi presiedeva il consiglio Ecofin, nel 2003, quando le poche regole saltarono con la decisione - poi dichiarata illegittima - di non applicare le sanzioni contro Parigi e Berlino? Tremonti naturalmente. ….

Tutto nero dunque? No, non tutto.

Nei prossimi mesi sarà necessario, noi del PD lo auspichiamo vivamente, compiere un deciso passo in avanti verso l’integrazione delle politiche economiche dei paesi membri.

Dall’inizio di maggio, fino alla fine dell’anno, l’Europa è chiamata a prendere decisioni importanti per una più forte integrazione economica. Ciò significherà istituire dei meccanismi più efficaci di sorveglianza multilaterale e un coordinamento più forte delle politiche economiche e delle decisioni finanziarie nazionali (vedi comunicazioni Commissione europea).

Ciò significherà anche, inevitabilmente, impegnarsi su un altro punto fondamentale: nuove e vere politiche di crescita e miglioramento della competitività economica

Senza questo elemento infatti, la situazione diverrà insostenibile. Il rigore nei conti pubblici da solo, senza un vero impegno per la crescita,  non basta.

L’Europa deve finalmente avere una vera politica economica e industriale.

I vincoli di coordinamento europeo vanno rafforzati sfruttando pienamente il Trattato di Lisbona e il raggiungimento degli obiettivi di competitività va sostenuto da un meccanismo di premi e sanzioni legati ai fondi europei.

Se non mi impegno veramente a portare avanti le riforme strutturali necessarie a livello nazionale, se non oriento il mio bilancio verso gli obiettivi comuni, non c’è ragione che l’Europa metta a mia disposizione i fondi strutturali al servizio di quegli obiettivi.

Ma coordinamento e sorveglianza non possono significare solo rigore e tagli.

Devono essere anche messi al servizio della promozione di crescita e lavoro a livello europeo.

La Commissione Barroso ha fatto buone proposte per maggior sorveglianza multilaterale.

Ma rischia di commettere gli stessi sbagli del passato: cioè di trascurare i benefici potenziali di un coordinamento positivo delle politiche economiche nazionali ed europee per la crescita.

LA CRISI CI E’ GIA’ COSTATA 1000 MILIARDI DI EURO!

Cioè 2000 euro pagati da ogni cittadino europeo…

LA CRSI HA GIA DISTRUTTO 7 MILIONI DI POSTI DI LAVORO!

Alla fine del 2010, in Europa ci saranno 23 milioni di disoccupati.

  1. Coordinamento macroeconomico per la crescita
  2. Patto europeo per il lavoro: basato su sgravi fiscali su lavoro e impresa, formazione professionale, lotta contro la precarietà, accordi tra parti sociali per aziende in crisi o che intendono reinvestire in Europa
  3. Forte dimensione sociale per l’inclusione e la giustizia sociale: riduzione povertà, eguaglianza uomo/donna; occupazione giovanile
  4. Trasformazione delle nostre strutture di produzione, consumo e trasporto per “decarbonizzare” la nostra economia e per una società più sostenibile
  5. Legittimità e responsabilizzazione dei governi nazionali nel’attuazione delle strategie europee (Europa 2020)
  6. Vigilanza europea integrata sulle operazioni di borsa e finanziarie e divieto delle operazione finanziarie più pericolose (come i Credit Default Swaps – CDS)
DILEMMA: I CONSERVATORI GIA’ PARLANO DI “EXIT STRATEGY”.

MA OGNI RIDUZIONE DELLO STIMOLO FISCALE RISCHIA DI PEGGIORARE LA SITUAZIONE PER LA CRESCITA E IL LAVORO.

Cosa proponiamo?

Va rivista la struttura del bilancio comunitario già ora, e lo si dovrà aumentare dopo il 2013 andando oltre il risibile 0.98% del PIL europeo, per utilizzare almeno il tetto massimo dell’1,27%.

PERCHE’?

Perché qualsiasi analisi della produttività della spesa dimostra con facilità che 1 euro speso insieme con strategie europee è di gran lunga più efficiente di 4 centesimi spesi in modi diversi da 27 stati diversi.

E dove trovare ulteriori risorse per gli investimenti pubblici?

Attraverso nuovi partenariati con la Banca europea degli investimenti, con il ricorso a eurobond, introducendo nuove risorse proprie.

Facciamo la scelta dell’economia verde?

Introduciamo una tassa sulle emissioni di carbonio da destinare al bilancio europeo.

Vogliamo lottare contro un sistema finanziario che ha disumanizzato il lavoro ed esaltato una logica disumana?

Accordiamoci per tassare determinate transazioni finanziarie.

Una tassa dello 0,05% porterebbe al bilancio europeo 200 miliardi all’anno!

Ciò significherebbe un aumento del PIL europeo dell’1.3% e la creazione di 2 milioni di posti di lavoro.

Infine, la crisi è seria, i governi sono preoccupati, ma non hanno preso sinora seriamente nessuna delle strategie europee. Tempo scaduto. Occorre decisa inversione di rotta.

Un’assunzione di responsabilità politica collettiva è urgente e implica una mobilitazione dei governi e dei parlamenti nazionali. Abbiamo esaurito le nostre chances, non possiamo permetterci di sprecare anche questa crisi. Senza Europa non c’è futuro per gli europei, tedeschi inclusi.

SE IN EUROPA VIVIAMO UNA CRISI IN ITALIA VIVIAMO UN VERO E PROPRIO DRAMMA CAUSATO DA UN GOVERNO DA FARSA, DI PAGLIAGCCI E BUGIARDI

Il governo Berlusconi ha mentito per due anni agli italiani.

“La crisi non c’è”, diceva Tremonti, “anzi, è passata…”.

All’improvviso, l’ineffabile tributarista  che si vuol far credere filosofo, ministro per 8 anni negli ultimi 10, scopre una crisi storica. La sua risposta? “Lo avevo previsto nei miei libri… mancavano solo le date….”.

Peccato però che per 8 anni non abbia fatto nulla contro le speculazioni; anzi, ha esaltato il sistema turbocapitalista, la finanza creativa, le cartolarizzazioni. Ridicolo?  No, tragico: è il nostro ministro dell’economia…

Da qualche tempo, dopo aver lungamente criticato l’idea stessa dell’euro, il tributarista sembra pure aver scoperto l’Europa.

Addirittura evoca oggi quella “governance economica” che, nel 2002, lui stesso definiva “un  neo-fascismo”.

Insomma, si conferma quello che è: incompetente, falso e pericoloso.

 

Il governo ha poi smentito sé stesso.

Dopo averci attaccato dal 2006 al 2008 per la nostra lotta all’evasione fiscale, dopo aver abolito le misure antievasione del nostro governo, basa praticamente la metà della sua manovra reintroducendole.

Peccato però – per tutti noi in realtà – che Tremonti e Berlusconi non abbiano nessuna credibilità nella lotta contro l’evasione, dato che se si prende solo il dato IVA, l’evasione IVA è sempre diminuita sotto i governi di centrosinistra e sempre aumentata con le destre.

Il governo ha presentato la manovra come “europea”. Europea? Mica tanto…

Una manovra europea deve ridurre la spesa in modo permanente, garantire equità sociale e avere il minor impatto recessivo possibile.

Invece, con Tremonti la spesa pubblica ha continuato ad aumentare dal 2008, del 4,5% ogni anno. E continuerà a farlo dopo che si sarà esaurito l’effetto di queste misure “una tantum”.

Questa manovra non è socialmente equa e diminuirà ancora di più il potere d’acquisto di milioni di lavoratori dipendenti.

E cosa prevede per la crescita? Nulla, come rilevato dallo stesso Draghi nella sua relazione annuale.

Ma la crescita  è un problema o no? Se lo è, la manovra è sbagliata. Se non lo è, allora non c’è crisi, e perché si fa questa manovra?

Chi saranno le prime vittime della manovra? I giovani, sui quali in sostanza viene lasciata una montagna di ipoteche. E ancora di più quei 2 milioni di giovani scoraggiati, che da mesi non studiano, non trovano lavoro, non possono formarsi.

La manovra delle ineguaglianze. Va combattuta.

Come ci ha insegnato Amartya Sen, la recessione si supera combattendo le ingiustizie, non facendola pagare ai più deboli!

Ultimo aggiornamento (Lunedì 05 Luglio 2010 23:33)

 
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