Una tragedia senza fine. Morti, dispersi, feriti, migliaia di persone in fuga dalla loro terra. Al terribile bilancio della guerra in Siria si è aggiunta anche la morte chimica, con il ricorso ad armi bandite da ogni convenzione internazionale. Continua il drammatico conteggio delle vittime del bombardamento chimico nella città di Kha Shaykhun, nel Governatorato di Idlib, nord-ovest della Siria.

Un conteggio destinato a salire, secondo le agenzie umanitarie che riferiscono di centinaia di persone intossicate in quello che sarebbe il peggior attacco dal 2013 della sanguinosa guerra civile siriana. A farne le spese, ancora una volta, sono stati civili inermi, tra cui donne e bambini. Il diritto internazionale in proposito parla chiaro: si tratta di crimine contro l’umanità, un’assoluta mostruosità. La comunità internazionale deve fare sentire la sua voce.

Alle Nazioni Unite si sta discutendo di una bozza di risoluzione che unitamente alla condanna per l’orrore di Kha Shaykhu, richiede a Damasco di fornire un resoconto dettagliato di quanto accaduto. Il dibattito prosegue in modo piuttosto concitato per le note frizioni tra Paesi sulla questione siriana, dopo che per mesi l’ONU ha continuato a negoziare l’attuazione del proprio piano umanitario, concentrandosi sulle evacuazioni mediche. Le diplomazie di tutto il mondo sono al lavoro a New York in questo momento.

L’Italia dichiara di essere presente e di farlo in prima linea. Lo abbiamo detto e ripetuto in questi anni: non esistono soluzioni semplici e immediate alla drammatica crisi siriana. La strada, stretta, difficile ma irrinunciabile è quella di una soluzione politica. E’ fondamentale garantire la prosecuzione dei colloqui intrasiriani di Astana e riprendere i colloqui di Ginevra tra governo e opposizioni (mediati dall’ONU).

Di fronte ad orrori come quello di Kha Shayku non possiamo però limitarci ad un appello ecumenico al dialogo. La buona volontà è necessaria ma largamente insufficiente. E’ nostro dovere fare tutto il possibile per ripristinare la legalità internazionale. Ne va della credibilità dell’ONU. Ne va del diritto umanitario. Ne va della nostra stessa umanità.

L’Europa deve intensificare gli sforzi per trovare una soluzione. I colloqui odierni di Bruxelles sulla Siria si inseriscono nel solco di un percorso politico iniziato nel 2015 in Consiglio e che ha portato il 3 aprile scorso all’adozione di una strategia relativa alla Siria.

Tra gli obiettivi che l’Ue si è data vi è quello di porre fine alla guerra attraverso un’autentica transizione politica. Cruciale resta l’emergenza umanitaria delle fasce più vulnerabili della popolazione siriana, nonché l’attribuzione delle responsabilità per i crimini di guerra.

Bruxelles resta ad oggi il principale donatore a favore dei civili, che continuano inesorabilmente a fare le spese del conflitto (sono oltre 13 milioni i siriani che necessitano di assistenza umanitaria).

C’è un punto ineludibile della strategia europea per la Siria: Assad se ne deve andare. Non c’è soluzione possibile se un dittatore sanguinario, capace di usare il gas contro il suo popolo, rimanesse al governo in un’area segnata da tanti anni di guerra e da una scia di sangue che non ha risparmiato civili, donne e bambini.

La scomparsa di Assad dal panorama politico siriano è la condizione necessaria, ma certo non sufficiente, a risolvere il terribile puzzle di una terra martoriata. E l’Europa dovrebbe farsene garante.

Intervento pubblicato sul sito www.italiaincammino.it il 6 aprile 2017