La linea del governo e del Pd è di prendere molto sul serio il tema dell'autonomia «che riguarda il futuro dell'Ue e del Paese» ma allo stesso tempo derubricare a «regolamento di conti nella Lega» la consultazione del 22 ottobre. Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari europei, sta in questo solco: riconoscere le ragioni dei lombardo-veneti e attaccare la «demagogia» dei leader del Carroccio. La premessa dell'esponente dell'esecutivo è però una sentenza netta, lapidaria: «Sono due referendum inutili che costeranno ai cittadini oltre 70 milioni di euro. È un voto solo consultivo, non si deciderà nulla e non si metterà sul tavolo niente che non sia già previsto nella nostra Costituzione. Si chiede - prosegue Gozi - maggiore autonomia nell'ambito dell'articolo 116 della Carta. Traduco in parole povere: si chiede ai lombardi e ai veneti se sono d'accordo sul fatto che Regioni virtuose nei bilanci possano avere spazi fiscali propri per attrarre investimenti e aiutare lo sviluppo. La risposta è "sì", ovviamente. Ma era necessario mettere in piedi una macchina del genere per un quesito retorico?».

Nulla a che fare con la Catalogna, dunque?

I referendum del 22 ottobre nemmeno lontanamente accennano alla trasformazione di Lombardia e Veneto in regioni autonome speciali o addirittura in piccoli Stati indipendenti separati dall'Italia Per indire una consultazione del genere, prima si sarebbe dovuta cambiare la Costituzione.

Si può obiettare che sentine cosa dicono i cittadini è sempre importante...

E ci mancherebbe: la partecipazione democratica è sempre positiva. Non ce l'ho certo con i cittadini lombardi e i veneti, ce l'ho con i livelli politici e istituzionali che hanno messo in piedi questa consultazione demagogica. Il presidente dell'Emilia Romagna Stefano Bonaccini ha chiesto le stesse cose, in modo più rapido ed economico, con una lettera della Giunta e dell'Assemblea regionale al governo. Bastava una letterina in cui Maroni e Zaia chiedevano al governo di avviare un negoziato nei termini già previsti dalla Carta costituzionale. Ma forse la letterina non rispondeva ai loro obiettivi politici...

II referendum però potrebbe essere più forte e vincolare di più il governo a una risposta?

Il governo deve rispondere positivamente alla richiesta dell'Emilia Romagna e alle istanze che provengono da Regioni e territori virtuosi che, attraverso spazi di autonomia, possono aiutare la crescita del territorio e di tutto il Paese.

Quindi lei, dietro al referendum del 22 ottobre, vede solo una questione politica?

Questa consultazione è una faccenda interna alla Lega. Salvini vuole presentarsi al voto con una forza nazionale, lepenista, sovranista e antieuropea. I suoi competitor interni, Maroni e Zaia, con il referendum vogliono pesarsi e metterlo in guardia. Il 22 ottobre, in sostanza, si deciderà quanto "Nord" dovrà stare vicino al simbolo della Lega sulla scheda elettorale. Contenti loro... Per di più questo voto sta spaccando il centrodestra la dura reazione di Meloni, leader di una forza di destra nazionalista molto radicata al Sud, è dovuta al fatto che sarebbe difficile sostenere presso i propri elettori l'alleanza con una Lega che torna alle parole d'ordine secessioniste. Insomma, è un costoso regolamento di conti interno alla Lega e all'estrema destra.

Resta il tema dell'autonomia, che come sottosegretario agli Affari europei la interessa direttamente.

Un tema sul quale occorre essere seri, come serio si sta dimostrando Bonaccini. La nuova fase storica, politica ed economica richiede una Ue federale e un'articolazione federale degli Stati nazionali. È la risposta alla tentazione, che i demagoghi cavalcano, di tornare alle "piccole patrie". Ci sono politiche per le quali lo Stato centrale deve assumersi per intero le proprie responsabilità, come l'energia per fare un esempio, e altre sulle quali le Regioni virtuose possono fare meglio del governo. La nostra riforma costituzionale andava in questa direzione. Ma tant'è, è acqua passata. Ora possiamo fare dei passi avanti attraverso negoziati tra il governo e le Autonomie. Fossi stato in Maroni e Zaia, avrei seguito questa strada e, anzi, l'avrei attivata quando loro stessi erano ministri e potevano facilitarla.

Con gli occhi delle regioni del Sud Italia, bisogna preoccuparsi per ciò che accadrà in Lombardia e Veneto? È lecito temere in Italia situazioni simili alla Catalogna?

Sono situazioni totalmente differenti e le Regioni del Meridione non hanno nulla da temere. Da un accordo come quello chiesto dall'Emilia Romagna deriverebbero vantaggi economici che a cascata ricadrebbero sul sistema-Paese. In nessun modo questi spazi di autonomia possono andare ad aumentare diseguaglianze ed opportunità. La nostra Carta pone paletti precisi e i vincoli di solidarietà nazionale non sono messi in discussione nemmeno dai referendum di Lombardia e Veneto.

II Pd ha posizioni variegate su questo referendum. Può provare una sintesi?

Intanto ci sono molti sindaci in prima linea per il sì, come Gori a Bergamo e Sala a Milano. Ma non potrebbe essere altrimenti. Sarebbe illogico dire «no». È la via che è completamente sbagliata, costosa e, paradossalmente, più lenta.

Intervista a Marco Iasevoli, pubblicata su Avvenire l'8 ottobre 2017