ignor Presidente, parliamo oggi del cosiddetto decreto-legge «salva-Grecia» in un momento in cui l'attualità europea ci invita a dibattere in maniera ancora più approfondita sia sul rapporto fra noi e la Grecia sia sulla governanceeconomica. Basta leggere le pagine dei giornali di questa mattina, relative alle posizioni che anche il nostro Governo ha tenuto all'ultimo Consiglio di Lussemburgo di ieri, e i comunicati delle agenzie, che non sono certamente rassicuranti rispetto alla situazione in Grecia e alla valutazione dello stato finanziario della stessa. Vi sono due aspetti, signor Presidente, sui quali vorrei attirare l'attenzione dell'Aula: uno di ordine più generale e politico, propriamente legato alla questione dell'immediato e prossimo futuro, anzi presente, dell'Unione economico-monetaria e dei rischi che essa sta correndo; l'altro, quale questione specifica, relativa al modo in cui il Governo propone di recepire o meglio di introdurre nel nostro ordinamento l'accordo politico raggiunto dall'Ecofin proprio per salvare la Grecia. Dal punto di vista generale, ritengo sbagliato quanto è stato dichiarato anche ieri da alcuni governi europei, secondo i quali, per fare un passo in avanti ed evitare un domani situazioni come quella che si è determinata in Grecia, occorrerebbe procedere attraverso la revisione dei trattati; credo sia un modo per non fare nulla, con il quale i governi, ed in particolare quello tedesco e francese, vogliono nascondere la loro incapacità di trovare un accordo, la loro assenza di volontà politica di fare ciò che sarebbe più naturale e nell'interesse di tutti gli Stati membri della zona euro, ovvero sfruttare pienamente le disposizioni del trattato di Lisbona, attribuendo poteri di realegovernance economica all'Eurogruppo, cioè di gestione comune della politica economica, e mettendo in fase i processi di elaborazione delle scelte finanziarie fondamentali dei vari Paesi della zona euro. Potremmo indicarlo come una sorta di documento di programmazione economica e finanziaria che tutti i Paesi della zona euro dovrebbero discutere insieme, nello stesso momento e a livello europeo, prima di sottoporre ai Parlamenti nazionali le specifiche scelte relative alle leggi di bilancio. È inoltre evidente oggi il rifiuto di dotarsi di veri strumenti di reale stabilità e crescita e lo riscontriamo nel caso della Grecia, in discussione, esemplare di come oggi il Patto di stabilità e di crescita non assicuri né stabilità né crescita. Occorrono nuovi strumenti di stabilità e noi non condividiamo l'atteggiamento riluttante e timido della Commissione europea e di vari governi di non considerare l'introduzione nel nostro sistema di nuovi veri strumenti di stabilità, come ad esempio il Fondo monetario europeo. Non abbiamo strumenti di crescita: è evidente che il Patto di stabilità e di crescita non ha assicurato neppure la crescita, altrimenti la zona euro non si troverebbe nella situazione in cui si trova oggi. Anche da questo punto di vista vorremmo che il nostro Governo difendesse in maniera molto più convinta e convincente la necessità di dotare a livello europeo l'Unione economica e monetaria di reali strumenti di crescita, attraverso dei partenariati con la BEI o fra pubblico e privato, favorendo il ricorso ad obbligazioni del debito pubblico europeo, ovvero agli eurobond per avere, a livello integrato, quegli strumenti di crescita che oggi non abbiamo e che il Patto di per sé non può certo assicurare. Con riferimento al contesto politico-generale, in cui si colloca il provvedimento in esame, si evidenzia anche la questione relativa alla revisione del bilancio comunitario. Al riguardo, signor Presidente, vorrei di nuovo stigmatizzare il fatto che ieri, in sede di discussione sulle linee generali dello stesso disegno di legge, il Ministro Tremonti ha ritenuto di non essere presente - e del resto vediamo che egli «brilla» per la sua assenza in Aula anche oggi - perché è evidente che tutte queste discussioni e anche uno specifico decreto-legge «salva-Grecia», come quello che stiamo discutendo, diventano inutili se in Parlamento non avremo la disponibilità di discutere con il Governo su quali siano le sue posizioni in materia di revisione del bilancio comunitario. Esso andrebbe rivisto dal punto di vista qualitativo, per metterlo maggiormente al servizio degli obiettivi di crescita, competitività ed occupazione; ed andrebbe rivisto anche sotto il profilo quantitativo, perché è evidente che, nel momento in cui tutti i Governi adottano delle manovre restrittive a livello nazionale, qualsiasi analisi dell'efficacia della spesa pubblica dimostra che un euro speso in comune a livello europeo ha un impatto molto più efficace, molto maggiore di 27 centesimi di euro spesi a livello nazionale. È quindi evidente che, proprio nel momento in cui noi, sotto una fortissima influenza tedesca, sotto una fortissima influenza della politica economica decisa a Berlino più che a Bruxelles, adottiamo delle manovre particolarmente rigorose, e non adatte alla situazione economica in cui il nostro Paese si trova, a maggior ragione dovremmo poter discutere in Parlamento di come mettere meglio il bilancio comunitario al servizio degli obiettivi che l'Unione europea enuncia, che sono quelli della crescita, dell'occupazione e della competitività. Ad ogni occasione che si presenta in Aula di dibattere su tali materie con il Ministro Tremonti, egli non si presenta e si segnala per la sua assenza. Ed è molto grave, anche perché stiamo discutendo di un decreto-legge «salva-Grecia», di cui noi condividiamo gli obiettivi ed il merito; riteniamo anzi che l'Europa abbia atteso sin troppo per intervenire a favore della Grecia. È mancata in questi mesi la tempestività dell'azione europea; è mancata la solidarietà nei confronti della Grecia. Quanto stiamo decidendo oggi e quanto è stato deciso dai Governi europei il 9 maggio avrebbe potuto essere deciso già in gennaio, e forse, se avessimo dato segnali molto più convincenti, solidali e tempestivi in gennaio a favore della Grecia, oggi le agenzie che leggiamo non sarebbero mai uscite, rispetto allo scetticismo che circonda le scelte del Governo Papandreou in materia di finanza pubblica. Tutto ciò deve spingerci a compiere un vero salto in avanti, per quanto riguarda l'integrazione a livello di Unione economico-monetaria. Leggiamo questa mattina sui giornali che il Ministro Frattini ha affermato che non è stato tenuto conto delle proposte del Ministro Tremonti in sede di Consiglio Ecofin; e che il Ministro Frattini è stato obbligato a minacciare il veto per modificare un aspetto molto importante della materia che stiamo discutendo, cioè la necessità di considerare il debito in maniera integrata: non limitarsi solo, nella valutazione dello stato dei conti pubblici nazionali, al debito pubblico, ma integrare anche la componente del debito privato. Questo certamente trova il nostro appoggio; vorremmo però che questa volta alle minacce seguissero i fatti: non vorremmo che, dopo aver minacciato il veto, il Ministro Frattini o comunque i rappresentanti del Governo accettassero poi una soluzione a livello europeo che va contro l'interesse nazionale italiano. Ciò, d'altra parte, risponde ad una logica: il piano spagnolo ci insegna che si può avere anche un debito pubblico abbastanza basso, ma se poi il debito privato è molto elevato, si manifestano i problemi che conosciamo in quel caso. Credo, signor Presidente, che sia arrivato il momento di dibattere in maniera molto più approfondita e più aperta (magari attirando di più l'attenzione dei vari gruppi e dei vari colleghi), su delle materie da cui veramente dipende il futuro del nostro Paese, e da cui dipende il futuro dell'Europa. Un punto specifico, signor Presidente, è il modo in cui, all'articolo 1, comma 2, il Governo intende dare esecuzione all'Accordo in esame. Già l'espressione: «dare esecuzione» è profondamente sbagliata: abbiamo un Accordo politico, raggiunto sia in sede di Consiglio Ecofin e ancor prima in sede di Eurogruppo, in base al Protocollo n. 14, allegato al Trattato di Lisbona. Si tratta di un atto atipico di diritto comunitario, e quindi certamente non richiede un ordine di esecuzione. Se lo richiedesse, e se letteralmente il Governo intendesse dare esecuzione all'Accordo, attraverso un processo di ratifica ordinario, violerebbe innanzitutto delle prerogative parlamentari, perché è evidente che non sipuò utilizzare un decreto-legge per ratificare un Accordo internazionale, in base all'articolo 72, comma quarto, della Costituzione; ma soprattutto creerebbe un precedente molto pericoloso, perché, se dovessimo ricorrere agli strumenti di ratifica ogni qual volta l'Aula è chiamata ad esaminare degli Accordi atipici con contenuto politico raggiunti a livello comunitario, faremmo un salto indietro di più di cinquant'anni. È infatti dal 1957 che è chiaro che quanto si fa a livello comunitario, quanto si fa a livello europeo, non ha bisogno di autorizzazione alla ratifica, salvo si tratti di modifica dei Trattati fondamentali. Tutto quello che è prodotto del sistema, tutti gli atti tipici o atipici, regolamenti, direttive o accordi politici dell'Ecofin, che vengono raggiunti a livello europeo, non hanno assolutamente bisogno né di ordine di esecuzione, né ovviamente di autorizzazione alla ratifica. Ritengo che sia molto grave l'errore che il Governo ha fatto, e che riveli l'assenza di coordinamento in politica europea da parte dell'Esecutivo. Su questo il nostro gruppo ha presentato anche delle proposte di revisione legislativa, perché è evidente che è interesse nazionale nel nostro Paese coordinare meglio la politica europea dell'Italia. Oggi invece l'Amministrazione degli Esteri non sa cosa fa quella del Tesoro, e quest'ultima non sa cosa fa il Dipartimento politiche comunitarie della Presidenza del Consiglio. Non faccio carico al Governo di questo problema, ma voglio farmene carico come parlamentare, vogliamo farcene carico come gruppo, perché è evidente che il modo di fare politica europea dell'Italia è assolutamente inadeguato. Questo errore che è stato fatto, specifico (dare ordine di esecuzione e richiedere la ratifica di un accordo Ecofin) è il frutto dell'assenza vera di coordinamento, del fatto che non vi è un vero coordinamento presso la Presidenza del Consiglio della politica europea e che ogni amministrazione procede per il suo binario. Sarebbe bastato un contatto, una riunione tra il Dipartimento politiche comunitarie, l'Amministrazione del Tesoro e l'Amministrazione degli Esteri per evitare di cadere in questo errore. Questo deve essere tenuto presente nel momento in cui noi e tutti i gruppi hanno presentato proposte di legge di revisione della legge n. 11 del 2005 (la legge che disciplina i rapporti tra Italia e Europa). Usiamo questo precedente negativo per produrre qualcosa di positivo, per rivedere i meccanismi di coordinamento e per seguire dei modelli più efficaci. Penso, ad esempio, al modello francese, in cui certamente questi errori non accadono perché vi è un coordinamento molto forte presso il Primo Ministro, che secondo noi dovrebbe essere replicato in Italia presso la Presidenza del Consiglio
Discussione del disegno di legge: S. 2171 - Conversione in legge del decreto-legge 10 maggio 2010, n. 67, recante disposizioni urgenti per la salvaguardia della stabilità finanziaria dell'area euro. Ordine di esecuzione dell'accordo denominato «Intercreditor Agreement» e dell'accordo denominato «Loan Facility Agreement» stipulati in data 8 maggio 2010 (Approvato dal Senato) (A.C. 3505)
Signor Presidente, con tutto il rispetto per la rappresentante del Governo presente qui in Aula, per il fatto che vi è una giovane rappresentante proprio del Governo mentre stiamo parlando del futuro dei nostri giovani, gravati da milioni di ipoteche di debito pubblico, e per il fatto che vi è anche un relatore che è considerato giovane, nonostante la sua età ormai avanzata, tuttavia mi permetta di far notare che su un tema di tal genere, caro Presidente, non è possibile che il Ministro Tremonti non sia presente. Su tutti i punti nodali della questione economica euro-italiana (e dovrei dire questione esclusivamente economica, perché ormai le questioni economico-finanziarie si svolgono ovviamente tra Bruxelles, Lussemburgo e Roma) non è possibile che il Ministro Tremonti, che ha trascorso un weekend in giro per l'Italia a predicare da Milton Friedman a Kennedy, non si prenda poi il tempo di venire in Aula e ascoltare quanto i rappresentanti della maggioranza e dell'opposizione hanno da dire su una materia così importante come questa. Nonostante dunque tutto il nostro sostegno al merito e nonostante gli errori che il Governo ha commesso sull'articolo 1, comma 2, del disegno di legge di conversione - e sul quale, malgrado quanto ci ha detto il relatore, certamente tornerò nel corso dell'intervento - e, tengo a ripeterlo, con tutto il rispetto per il Ministro Meloni - «nulla di personale», come si direbbe in altri Parlamenti - credo veramente che un altro segnale così brutto il Ministro Tremonti non poteva darlo a questo Parlamento. A mio avviso, come definizione del provvedimento si potrebbe dire: molto tardi per ora non troppo poco. Si tratta certamente di una critica a tutto il sistema comunitario e a tutti i Governi europei. Finalmente, dopo mesi di esitazioni e di miopie nazionali, l'Europa con tale intervento a favore della Grecia ha dato un segnale politico forte e ha reagito in modo convincente alle recenti speculazioni finanziarie contro l'euro e quindi contro noi tutti e tutti ci auspichiamo che non sia solo per ora, ma in maniera definitiva. Possiamo dunque dire che l'Europa ha dato un segno di vitalità, ma dobbiamo guardare un poco più lontano, trascorsi ormai 60 anni da quella prima dichiarazione sull'avvio del processo di integrazione europea, mi riferisco alla «dichiarazione di Schuman», che aveva pregi e qualità che i Governi di questa Europa oggi non hanno, ovvero l'essere coraggiosi e visionari. Cerchiamo allora di capire cosa è mancato all'Europa anche in tale vicenda, nell'elaborazione e approvazione di questo accordo e cosa dobbiamo fare invece per ridurre questa incompletezza e adeguatezza dell'Unione europea a intervenire su materie come l'euro e l'unione monetaria, così importanti per il nostro presente e futuro. È innanzitutto mancato in questi mesi quello spirito di solidarietà «di fatto», proprio per citare la famosa «dichiarazione Schuman», senza la quale l'Europa e soprattutto anche l'unione economica sono semplicemente impossibili. Se ognuno va per la sua strada i risultati non si raggiungono e i rischi monetari, economici e politici aumentano per noi tutti. Quindi ci sarebbe bisogno di meno egoismo e di più lungimiranza. Inoltre è mancata la tempestività: la decisione di cui stiamo discutendo oggi è stata presa il 9 maggio e poteva benissimo essere presa almeno sei mesi prima (poteva benissimo essere presa nel gennaio di quest'anno). Le esitazioni delle Cancellerie nazionali ci hanno letteralmente portato sull'orlo del baratro; esitazioni dovute alla debolezza delle politiche nazionali, troppo dipendenti a breve termine, troppo legate all'ultimo sondaggio o all'imminente elezione locale o regionale (tanto per citare il caso tedesco). Occorre molta meno miopia e molta più visione. Inoltre è mancata la spinta a sfruttare finalmente i Trattati esistenti. Merkel, Sarkozy e Tremonti, addirittura per nascondere le loro esitazioni, si sono lanciati in proposte di revisione dei Trattati. Non è necessaria alcuna revisione dei Trattati per dare all'Europa quegli strumenti di politica economica di cui ci sarebbe bisogno oggi per evitare, alla prossima crisi, di dovere intervenire nell'emergenza (così come si sta facendo con questo provvedimento). L'Europa non dispone certo di tutti gli strumenti ordinari d'emergenza per governare la zona euro ma ne ha alcuni. Noi abbiamo avuto occasione nei dibattiti in Commissione, e anche in questa Aula durante l'esame di precedenti provvedimenti, di indicarli, e tra questi c'è la possibilità appunto - è la base sulla quale il provvedimento che stiamo esaminando si fonda - di dare assistenza finanziaria ad uno Stato membro in caso di circostanze eccezionali. È su questa possibilità che si basa l'intervento europeo. Occorrerebbero meno pretesti e più azione. La decisione in ordine al Fondo europeo e ai prestiti condizionati è un passo avanti importante ma non basta. Vediamo allora che cosa dobbiamo fare per avere un'Unione europea più solidale, più tempestiva e più completa. Il dispositivo di crisi predisposto dal Consiglio Ecofin a favore della Grecia è in grandissima parte intergovernativo, cioè basato su una serie di rapporti bilaterali tra alcuni Stati membri della zona euro e la Grecia. È sbagliato quindi dire - come ha fatto il Governo - che è un pezzo di quel governo economico europeo che noi tutti auspichiamo. La Commissione Barroso in questa vicenda per una volta si era ricordata del suo ruolo, e aveva proposto una soluzione molto più ambiziosa, utilizzando il bilancio comunitario come garanzia dei fondi da erogare alla Grecia; ciò avrebbe significato creare uno strumento di gestione delle crisi permanente ed estendere la solidarietà a tutti e 27 gli Stati membri. Guarda caso, proprio pochi giorni dopo che è stato introdotto questo meccanismo, un'altra possibile crisi stava per scoppiare fuori dalla zona euro ma dentro all'Unione europea (il caso dell'Ungheria). Strumenti permanenti nella logica comunitaria sono di gran lunga più efficaci che accordi ad hoc come questo; e vorremmo sapere se il Governo italiano si è battuto per questa proposta (proposta che sarebbe stato molto più efficace di quella della Commissione Barroso), e se non lo ha fatto vorremmo saperne il motivo. È evidente infatti che l'Eurogruppo deve diventare il centro del coordinamento economico e di bilancio e, quindi, occorrerebbe rafforzarne i poteri ricorrendo ad una cooperazione rafforzata. Ho ascoltato il relatore, e certamente sono d'accordo con alcune cose che ha detto, però non so perché il Governo in sede Ecofin non proponga semplicemente di rafforzare l'Ecofin utilizzando il Trattato di Lisbona e avviando una cooperazione rafforzata. Ciò non sarebbe impossibile; gli strumenti sono lì, non possiamo fare della retorica europea a Roma e poi essere molto silenziosi o timidi a Lussemburgo e a Bruxelles quando si prendono veramente le decisioni (prima e non dopo, come siamo discutendo noi oggi) sulle questioni economiche e monetarie. Anche su questo - lo ripeto - non c'è bisogno di modificare i Trattati. È evidente anche che proprio in periodi di ristrettezze finanziarie ed economiche, in periodi di crisi, è tempo di rivedere il bilancio europeo. Perché? Perché qualsiasi seria analisi della spesa dimostra che la produttività della spesa risulta di gran lunga accresciuta se è spostata dal livello nazionale al livello comunitario. Ciò avrebbe importanti effetti macroeconomici anche in tempi di crisi, e anche a favore dei Paesi più in difficoltà come la Grecia. Avrei voluto sapere, avrei voluto chiedere al Ministro Tremonti qual è la posizione del Governo sulla questione del bilancio comunitario rispetto, soprattutto e non solo, a situazioni di crisi come quella greca, e se prima o poi - speriamo prima che venga rivisto il bilancio comunitario - vorrà venire in questa Aula a dibatterne con la sua maggioranza e l'opposizione, perché queste sono solo alcune delle azioni necessarie per fare veramente quel passo in avanti per evitare tra un anno (magari con un altro Paese, certo non lo auspichiamo) di ritrovarsi nella stessa situazione. Sono azioni che, però, non basterebbero se le forze politiche non trovano il coraggio di denunciare quella illusione della sovranità che continua ad accompagnare ogni vertice europeo, perché anche la soluzione trovata per far fronte alla crisi è appesantita e indebolita dal rifiuto dei Governi nazionali di mettere insieme la loro finta sovranità economica. Metterla insieme, perché all'Unione non verrebbe trasferito proprio nulla, dato che i Governi, in sede Ecofin, manterrebbero il proprio potere decisionale. Finzione della sovranità perché è altresì evidente - e questo provvedimento lo dimostra - che i Governi nazionali, da soli, non possono più nulla. Oggi, i Governi rimangono imprigionati nella logica dell'emergenza, che è la logica che ha caratterizzato questo provvedimento. Pur sostenendo il provvedimento nel merito, c'è un altro aspetto che va sottolineato, che dimostra la disattenzione del Ministro Tremonti (forse, appunto, distratto da altri impegni extraparlamentari ed extragovernativi): obiettivamente, non sono convinto della soluzione che è stata trovata rispetto all'articolo 1, comma 2, del disegno di legge di conversione. Credo che sia stato commesso un errore madornale, da parte del Governo, avallato dal Senato. Non si è mai visto, in cinquant'anni di integrazione comunitaria, dare esecuzione ad un accordo raggiunto in sede di Consiglio dei ministri dell'Unione europea; non si è mai visto che si dia ordine di esecuzione ad un accordo politico del Consiglio Ecofin. È evidente che, dal punto di vista formale e giuridico, occorrerebbe una legge di autorizzazione alla ratifica; è anche evidente che il Governo dovrebbe ammettere lo scivolone che ha fatto, perché è un errore macroscopico che, tra l'altro, dal punto di vista dei rapporti tra l'Italia e l'Unione europea, avrebbe potuto rischiare e rischierebbe di creare un precedente che, certo, nessuno vuole. Se ogni volta, infatti, che viene raggiunto un accordo, tra l'altro di tipo politico-finanziario, in sede Ecofin, dovessimo, nelle Camere, dare ordine di esecuzione e, poi, farlo accompagnare da una legge di autorizzazione alla ratifica, veramente faremmo un passo indietro di mezzo secolo. Abbiamo presentato un emendamento, su questo punto, per correggere la situazione; ci sarebbe il tempo di approvare il provvedimento con questa modifica. Riteniamo, infine, che, veramente, sia un errore che il Governo avrebbe potuto e dovuto evitare. Rispetto alla Grecia: è evidente che il Governo greco, e soprattutto la maggioranza di destra greca che ha preceduto il Governo Papandreou, ha commesso dei gravissimi errori. È anche vero che l'Europa non aveva gli strumenti per verificare esattamente la veridicità dei conti della Grecia e, quindi, credo che un altro degli aspetti sia proprio quello di rafforzare la possibilità di verifica preventiva e di controllo dei conti da parte della Commissione europea rispetto agli Stati membri della zona euro. È anche vero che l'ipotesi di lasciare Atene al suo destino, come alcuni Governi avevano proposto inizialmente secondo il criterio del chi sbaglia paga, non meritava e non merita nemmeno di essere discussa. È palese, però, che c'è un altro problema, un problema politico su cui noi tutti, forze della maggioranza e dell'opposizione, dovremmo oggi interrogarci e concerne le resistenze, i tira e molla, le indecisioni, manifestate dal Governo tedesco prima dell'assenso, fortemente condizionato da calcoli ed esigenze di politica interna, sul piano di salvataggio. Credo che questa Germania ripiegata su se stessa, che guarda unicamente al suo interno, sia veramente una delle questioni più preoccupanti che dobbiamo affrontare in Europa. I tentennamenti di Berlino hanno lasciato intravedere un cambiamento di prospettiva e credo, tra l'altro, che dovremmo, dal punto di vista nazionale, dell'interesse nazionale, in sede di Ecofin - magari se, oggi, il Ministro Tremonti fosse stato qui avrebbe potuto sentirlo -, sottolineare che la Germania, in rapporto al proprio PIL, non si sta affatto impegnando a favore della Grecia più di quanto stiamo facendo noi italiani, più di quanto stiano facendo i francesi, più di quanto stiano facendo gli spagnoli. Questo atteggiamento, quindi, della Germania, per cui essa starebbe facendo uno sforzo enorme e non dovuto per un partner della zona euro, è assolutamente non supportato dalle cifre, perché - ripeto - in rapporto al PIL, stiamo facendo uno sforzo equivalente e le nostre banche non hanno la stessa esposizione, nei confronti della Grecia, che hanno invece le banche tedesche e che si aggira tra i 35 e i 40 miliardi di euro. Anche su questo, quindi, ritengo che dovremmo confrontarci e proseguire il dibattito. L'ultimo punto e concludo, signor Presidente: il relatore parlava della necessità di non guardare soltanto ai conti, solo al rigore ma anche alla crescita. È la famosa questione del denominatore: impossibile avere una diminuzione del deficit e del debito se non si agisce anche sul lato della crescita e della competitività. Ora questo vuol dire anche affrontare la questione di quale tipo di debito viene preso in considerazione: accanto al debito pubblico occorre computare anche il debito privato, e ciò è la prima questione. La seconda questione, di cui parleremo quando affronteremo la manovra economico-finanziaria, riguarda il fatto che è evidente che la risposta italiana alla situazione economica e finanziaria europea è del tutto inadeguata; infatti, non è previsto nulla dal lato della crescita. Soltanto Tremonti finge - perché lo sa benissimo - di non averlo capito. Se verrà in Aula cercheremo di farglielo capire durante la discussione della manovra economico-finanziaria
Ultimo aggiornamento (Martedì 15 Giugno 2010 17:08)
Ferrovie, Gozi (Pd): Maroni spieghi perche' Body scanner in stazioni - Roma, 14 GIU (Il Velino) - "Ancora prima di aver reso noti al parlamento e all'opinione pubblica i risultati della sperimentazione dei body scanner, misura sulla quale l'Europa non ha ancora prudentemente adottato un orientamento, il ministro Maroni annuncia una misura di ordine pubblico assolutamente inattesa". Lo dichiara Sandro Gozi, capogruppo del Pd nella commissione Politiche della Ue di Montecitorio, commenta l'introduzione di questi strumenti di controllo delle stazioni ferroviarie. "A questo punto - aggiunge Gozi - chiediamo di sapere quali siano le notizie di cui dispone il ministro che renderebbero necessaria questa scelta. Vorremmo sapere, cioe', se si tratta di una misura dettata da un allarme sicurezza o se sara' solo un modo per spendere denaro pubblico. Inoltre aspettiamo ancora di avere risposte alla nostra interrogazione nella quale chiediamo di sapere quale sia l'azienda scelta per la costruzione di questi apparecchi e in base a quali criteri sia stata scelta". (com/asp) 141906 GIU 10 NNNN
TERRORISMO: GOZI (PD), BODY SCANNER STAZIONI? MARONI SPIEGHI - (V. 'TERRORISMO: MARONI, BODY SCANNER...' DELLE 17.57) (ANSA) - ROMA, 14 GIU - 'Ancora prima di aver reso noti al Parlamento e all'opinione pubblica i risultati della sperimentazione dei body scanner, misura sulla quale l'Europa non ha ancora prudentemente adottato un orientamento, il ministro Maroni annuncia una misura di ordine pubblico assolutamente inattesa'. Lo dichiara Sandro Gozi (Pd), commentando l'annuncio dell'introduzione di questi strumenti di controllo delle stazioni ferroviarie. 'A questo punto - osserva Gozi - chiediamo di sapere quali siano le notizie di cui dispone il ministro che renderebbero necessaria questa scelta. Vorremmo sapere, cioe', se si tratta di una misura dettata da un allarme sicurezza o se sara' solo un modo per spendere denaro pubblico. Inoltre - conclude - aspettiamo ancora di avere risposte alla nostra interrogazione nella quale chiediamo di sapere quale sia l'azienda scelta per la costruzione di questi apparecchi e in base a quali criteri sia stata scelta'. (ANSA). NE 14-GIU-10 19:02 NNNN
Libia, Gozi (Pd): Grave disinteresse Berlusconi su UNHCR - Roma, 14 GIU (Il Velino) - "Berlusconi pretende di essere un grande mediatore: poteva dimostrarlo ottenendo la riapertura dell'Unhcr in Libia, piuttosto che tentare, senza riuscirci, di imitare la diplomazia di Sarkozy che riporto' a casa le infermiere bulgare". Lo dichiara in una nota Sandro Gozi, capogruppo del Pd nella commissione Politiche della Ue, il quale aggiunge: "E' molto grave che la sua visita non sia stata finalizzata all'urgenza del momento: la chiusura dell'ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Ora i migranti verranno semplicemente respinti anche quando sono in pericolo di vita o perseguitati. Noi facciamo percio' appello alle autorita' europee affinche' intervengano subito per evitare casi drammatici come il recente respingimento di un barcone con a bordo un bimbo di pochi mesi". (com/bic) 141417 GIU 10 NNNN
LIBIA: GOZI (PD), GRAVISSIMO DISINTERESSE PREMIER PER UNHCR - (ANSA) - ROMA, 14 GIU - 'Berlusconi pretende di essere un grande mediatore: poteva dimostrarlo ottenendo la riapertura dell'Unhcr in Libia, piuttosto che tentare, senza riuscirci, di imitare la diplomazia di Sarkozy che riporto' a casa le infermiere bulgare'. Lo dice Sandro Gozi, capogruppo del Pd nella commissione Politiche Ue. 'E' molto grave che la sua visita non sia stata finalizzata all'urgenza del momento: la chiusura dell'ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Ora i migranti verranno semplicemente respinti anche quando sono in pericolo di vita o perseguitati. Noi facciamo percio' appello alle autorita' europee affinche' intervengano subito per evitare casi drammatici come il recente respingimento di un barcone con a bordo un bimbo di pochi mesi'. (ANSA). PH 14-GIU-10 14:20 NNNN
LIBIA: POLEMICHE GOVERNO-OPPOSIZIONI SU VISITA PREMIER - E' polemica tra governo e opposizioni sulla visita del presidente del Consiglio in Libia. "Al presidente Berlusconi va un doppio grazie per aver risolto la questione dei tre pescherecci italiani trattenuti in Libia e per aver sbloccato, giocando un ruolo decisivo per la liberazione, la delicata situazione di Max Goeldi, l'imprenditore svizzero da due anni in prigione a Tripoli afferma il ministro Giafranco Rotondi. "Mentre in Italia non si perde occasione per denigrare il nostro presidente del Consiglio - afferma Rotondi - Berlusconi continua a lavorare e a risolvere i problemi. Con grande merito e plauso internazionale". "Con la liberazione dell'ostaggio svizzero e il rilascio dei tre pescherecci siciliani si conferma l'autorevolezza e l'efficacia della politica estera di Silvio Berlusconi, con buona pace di chi parlava di "politica delle pacche sulle spalle" concorda il presidente della commissione Trasporti Mario Valducci. "Le buone relazioni pazientemente tessute tra il Premier e Gheddafi si sono rivelate utilissime per il buon esito di una vicenda difficile in campo internazionale, oltre a essere determinanti per la lotta all'immigrazione clandestina, e per le necessita' energetiche italiane". (AGI) - Roma, 14 giu. - Ma le opposizioni attaccano il premier e sottolineano che la Libia e' un Paese che di recente ha chiuso l'ufficio dell'Unhcr. "Berlusconi pretende di essere un grande mediatore: poteva dimostrarlo ottenendo la riapertura dell'Unhcr in Libia, piuttosto che tentare, senza riuscirci, di imitare la diplomazia di Sarkozy che riporto' a casa le infermiere bulgare" dice Sandro Gozi, capogruppo del Pd nella commissione Politiche della Ue, il quale aggiunge: "E' molto grave che la sua visita non sia stata finalizzata all'urgenza del momento: la chiusura dell'ufficio dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Ora i migranti verranno semplicemente respinti anche quando sono in pericolo di vita o perseguitati. Noi facciamo percio' appello alle autorita' europee affinche' intervengano subito per evitare casi drammatici come il recente respingimento di un barcone con a bordo un bimbo di pochi mesi". Stessa critica anche da parte dell'Idv: "Nonostante la passerella mediatica del 'dittatortello' Berlusconi, l'ufficio dell'Onu a Tripoli per i rifugiati continua ad essere chiuso. Berlusconi ne ha parlato con il dittatore libico, suo amico, che non riconosce la convenzione di Ginevra del 1951? Ed e' andato a visitare i campi di concentramento dove sono torturati gli uomini che il nostro Paese respinge? Comprendiamo l'imbarazzo di Frattini ma non il suo grave silenzio. Chiediamo che il ministro degli Esteri venga a riferire in Parlamento sull'illegale chiusura dell'Agenzia dell'Acnur a Tripoli"afferma in una nota il portavoce dell'Italia dei Valori, Leoluca Orlando. Mentre la radicale Emma Bonino critica anche il Pd e afferma: "Il trattato italo-libico in questa forma (dal momento che nella versione preparata dal govero Prodi la parte sui respingimenti era diversa) e' stato il frutto di una intesa bipartisan, cosa che oggi L'Unita' ha il pudore di non dire, alla quale oltre a noi Radicali si sono opposti solo tre deputati del Pd, come Furio Colombo. Massimo D'Alema sostenne quell'accordo intervenendo prima in commissione per chiarire la linea e contrastare l'attivita' di Mecacci, e poi in Aula. E io penso che da ex presidente del consiglio D'Alema conoscesse i risvolti affaristici che erano in quel trattato. I risvolti economici chiaramente non sono illegittimi, ma in questo caso sono ad un livello di opacita' superiore alla media". (AGI)
= Roma, 13 giu. - (Adnkronos) - 'Prodi dice tre cose semplici e incontestabili: che chi perde deve fare un passo indietro; che il ricambio e' indispensabile; e che lo spazio in politica occorre conquistarlo facendo rete e gioco di squadra. Altrove questi concetti sarebbero banali, In Italia invece fanno notizia perche' possono alimentare la polemica politica. Ebbene, ha ragione Prodi, queste tre cose nel paese e nel Pd non stanno succedendo'. Lo sottolinea in una nota Sandro Gozi, deputato del Pd, commentando le parole dell'ex premier Romano Prodi sulla necessita' di un ricambio generazionale. 'Sono d'accordo anche sull'ultimo punto. In Italia -avverte Gozi- la grande debolezza di trentenni e quarantenni e' di non saper fare squadra, tutti convinti di essere leader e di non aver bisogno di nessuno. Bisogna fare rete e superare la cooptazione e i troppi individualismi. E' quello che stiamo facendo con 'Insieme per Il Pd', ci stiamo rimboccando le maniche, dimostrando con le idee e con i fatti che vogliamo davvero cambiare questo paese. Ai democratici che condividono le nostre idee di cambiamento ma che non partecipano, voglio dire che anche il rimanere fermi e' una grave responsabilita' sullo status quo, e non attrbuisce alcun diritto di critica. Il cambiamento non lo si predica, lo si pratica', conclude Gozi.
E' l'articolo che ho scritto con Cesare Damiano. Abbiamo lavorato assieme vari mesi, lo scorso anno, su questo tema e avevamo in vari modi avvertito il governo che la soluzione su cui Sacconi e Brunetta stavano lavorando sarebbe stata bocciata....ed è stata bocciata. Ora occorre usare questa occasione per avviare una vera riforma, basata sulla flessibilità. Ed è ciò che proponiamo in questo articolo.
Il governo italiano è stato nuovamente bocciato in Europa. Ieri la Commissione europea ha dichiarato che la soluzione proposta dall’Italia sull’età pensionabile non risolve nulla, poiché mantiene il trattamento discriminatorio tra uomini e donne. Va chiarito innanzitutto che l’Europa non ci impone un’età determinata – 60, 65 o 70 anni -, ma ci chiede di eliminare tutte le discriminazioni. La sentenza del 2008 della Corte di Giustizia è stata invece strumentalizzata dal governo italiano per raggiungere obiettivi ben lontani da quelli previsti dai trattati europei. Oggi, il governo italiano si nasconde dietro l’Europa per imporre un semplice innalzamento dell’età pensionabile delle donne a 65 anni senza, peraltro, una esplicita destinazione delle risorse risparmiate a vantaggio delle donne stesse.
Il risultato sarebbe un netto peggioramento delle condizioni delle lavoratrici presentato come “imposto da Bruxelles”, utilizzando di nuovo l’Unione europea come comodo capro espiatorio.Quali soluzioni alternative a quelle di Brunetta e Sacconi? Partiamo dalla sentenza stessa.
Secondo la Corte, la motivazione all’origine della differenza di età pensionabile tra uomini e donne - risarcire le donne per la mancanza di reale parità mandandole in pensione prima - in realtà non le risarcisce affatto. Anzi, è una comoda scusa per non affrontare il vero nodo: un welfare che deve garantire un’effettiva eguaglianza tra uomini e donne e meglio conciliare vita familiare e vita professionale. Noi riteniamo che sia arrivato il tempo di decidere un'unica età pensionabile. Dobbiamo ripristinare il periodo flessibile di pensionamento, per le lavoratrici e per i lavoratori, già previsto dalla legge Dini del 1995. Si parla tanto di flessibilità e di libertà di scelta. Consentiamo allora che ciascuna e ciascuno di noi possa scegliere, tenendo conto dello stato di salute, del lavoro svolto, della situazione personale e familiare, della situazione contributiva.
La strada dovrebbe, in altri termini, passare per l’ampliamento delle opportunità e non per la decimazione di diritti acquisiti o quanto meno di legittime aspettative. Le donne non sono una categoria omogenea: la loro situazione dipende dal tempo di lavoro che hanno alle spalle, dal lavoro che stanno svolgendo e dalle condizioni in cui è svolto, dalle scelte di vita e dalle condizioni di reddito. Inoltre, nel nostro paese, come ha riconosciuto la Corte, la discriminazione non è solo relativa all’età anagrafica, bensì ma economica e di opportunità.
Se confrontiamo l’Italia con gli altri paesi europei, infatti, vediamo che da noi vi è la maggiore differenza fra uomini e donne rispetto alla media europea: gli uomini ricevono il 64%, contro il 46% delle donne, rispetto all’ultimo stipendio.
Noi proponiamo un’età pensionabile inserita in un range compreso tra i 60 e i 70 anni, all’interno del quale prevedere la massima flessibilità. Chi vorrà andare in pensione prima potrà farlo volontariamente e chi vorrà restare attivo nel mercato del lavoro potrà restarci.
Questa soluzione sarebbe molto più conforme alla nuova struttura della società italiana, che invecchia sempre di più, con un notevole risparmio per le casse previdenziali. Da questo risparmio si libererebbero risorse per realizzare modelli più inclusivi, per consentire alle donne non tanto di andare in pensione prima o dopo, quanto di andare in pensione in condizioni migliori.
Dovremmo infine utilizzare i risparmi derivanti dal nuovo regime per disegnare un nuovo sistema di welfare basato sull’effettiva eguaglianza di opportunità tra uomini e donne. Sarebbe un passo avanti importante verso vere pari opportunità e più giustizia sociale. Un passo che il Governo Berlusconi, come dimostra la nuova Manovra Finanziaria, evidentemente non vuole fare.
Cesare Damiano Capogruppo Commissione Lavoro Pd Camera dei Deputati Sandro Gozi Capogruppo Commissione Politiche dell’Unione Europea Camera dei Deputati
05 giugno 2010
Ultimo aggiornamento (Domenica 06 Giugno 2010 18:57)
Venerdì e sabato scorsi sono stato a Savignano per un dibattito sulla Sanità pubblica con Ignazio Marino. Bellissima atmosfera. Tanto gente che ha voglia di fare buona politica. Entusiasmo e partecipazione. La strada è lunga. ma con gente come quella che abbiamo incontrato ieri a Savignano, possiamo farla senza alcun problema!
Dopo Savignano a Imola abbiamo tenuto un dibattito sul testamento biologico, sempre con Ignazio. Di nuovo, tanta partecipazione, tanta voglia di discutere, di cambiare. Io credo che la gente, i militanti, i simpatizzanti di questo partito sia un grande patrimonio, da valorizzare, con gente come quella incontrata in quersti giorni possiamo farlo veramente questo partito! Un grazie sentito a tutti i democratici di Imola che ho rivisto con grande piacere dopo le nostre primarie!
Ultimo aggiornamento (Sabato 05 Giugno 2010 20:45)
Perché Tremonti ha sbagliato manovra
L’Unità – 02/06/10
Sandro Gozi – responsabile nazionale PD politiche europee
Il governo Berlusconi ha mentito per due anni agli italiani.
“La crisi non c’è”, diceva Tremonti, “anzi, è passata…”. All’improvviso, l’ineffabile tributarista che si vuol far credere filosofo, ministro per 8 anni negli ultimi 10, scopre una crisi storica. La sua risposta? “Lo avevo previsto nei miei libri… mancavano solo le date….”.
Peccato però che per 8 anni non abbia fatto nulla contro le speculazioni; anzi, ha esaltato il sistema turbocapitalista e la finanza creativa.
Da qualche tempo, dopo essersi lungamente opposto all’euro, il tributarista sembra pure aver scoperto l’Europa. Addirittura evoca oggi quella “governance economica” che, nel 2002, lui stesso definiva “un neo-fascismo”. Insomma, si conferma quello che è: incompetente, falso e pericoloso.
Oggi gli europei pagano il costo della “non Europa”, della mancanza di un governo europeo. Alcune cifre per capirci: il deficit medio della zona euro è pari al 6.5%, quello americano e giapponese sono del 10%; il debito pubblico integrato europeo è 1/3 di quello giapponese e inferiore del 10% rispetto a quello USA, con 25 milioni di europei in più. Traduzione: uniti, la speculazione non ci attaccherebbe. Paghiamo tutti, molto care, le divisioni dell’Europa, la mancanza di politiche e regole comuni. E chi presiedeva il consiglio Ecofin nel 2003, quando si decise – in modo illegittimo – di non applicare le poche regole e sanzioni che avevamo contro Parigi e Berlino? Tremonti naturalmente...
Il governo ha presentato la manovra come “europea”. Europea? Mica tanto…Il governo continua a mentire.
Una manovra europea deve ridurre la spesa in modo permanente, avere il minor impatto recessivo possibile e garantire equità sociale.
Invece, la spesa pubblica continuerà ad aumentare dopo che si sarà esaurito l’effetto di queste misure “una tantum”. La manovra vuole solo fare cassa rapidamente, non assicura risparmi duraturi e dà l’impressione di un paese sull’orlo del baratro. Altro che salvatori dell’euro, come farnetica Berlusconi!
Cosa prevede per la crescita? Nulla, come rilevato dallo stesso Draghi nella sua relazione annuale. Ma la crescita è un problema o no? Se lo è, la manovra è sbagliata. Se non lo è, non c’è crisi, e allora perché si fa questa manovra? Per sostenere crescita e competitività, si dovrebbero innanzitutto liberare le imprese e i lavoratori da burocrazia e fisco, troppo pesanti. Dove trovare le risorse? Aumentando l’imposizione sui capitali che rientrano grazie allo scudo fiscale dal 5 al 10-15% e sulle rendite finanziarie: oggi l’Italia è un vero e proprio paradiso fiscale, con imposizione del 12,5%, lo stesso Lussemburgo tassa le rendite al 17%, la media UE è del 25%....!
E chi saranno le prime vittime della manovra?
I giovani, sui quali in sostanza viene lasciata una montagna di ipoteche.
E soffrono ancora di più quei 2 milioni di giovani scoraggiati, che da mesi non studiano, non trovano lavoro, non possono formarsi. Sono il 10,5%, contro una media UE del 5%. I nuovi esclusi, gli intoccabili di una società sempre più ingiusta: con le due mani del governo dentro le loro tasche e l’Europa sempre più lontana……La manovra? No grazie, tutta da riscrivere, proprio come i libri di Tremonti.
Ultimo aggiornamento (Mercoledì 02 Giugno 2010 21:54)
Manovra: Bugie, Improvvisazioni, Smentite.
Il governo Berlusconi ha mentito per due anni agli italiani.
“La crisi non c’è”, diceva Tremonti aiutato dal suo nuovo portavoce Silvio Berlusconi, “anzi, è passata…”. All’improvviso, l’ineffabile tributarista che si vuol far credere filosofo, Tremonti, scopre una crisi storica, con cui tutti gli italiani si scontrano da mesi, e scopre che l’Italia che ha governato per più di 8 anni su 10 va male.
Serviranno altri 10 anni ai due per capire che la loro manovra serve a poco o a nulla perché ripete i loro errori del passato: condoni per i ricchi, sacrifici per i poveri, nulla per i giovani e la crescita. Ma non dobbiamo lasciarglieli, dobbiamo mandarli a casa il prima possibile.
Il tributarista Tremonti poi sembra pure aver scoperto l’Europa, ne parla – male – la invoca – a sproposito – addirittura invoca quella “governance economica” che nel 2002, lui stesso definiva “un neo-fascismo”. Insomma, si conferma quello che è: incompetente, falso e pericoloso. Forse chi – anche (ma non solo!) nel mio partito - continua a intrattenere rapporti amichevoli, a collaborare col tributarista in vari convegni e iniziative o addirittura a esaltarne le doti politiche dovrebbe rendersene conto, dovrebbe rendersi conto della pochezza e dell’inaffidabilità del ministro.
Su questo la nostra risposta deve essere molto semplice: il costo della “non Europa”, della mancanza di un governo europeo a causa della miopia dei governi nazionali oggi quegli stessi governi lo stanno facendo pagare ai cittadini, e in particolare ai più deboli. Ed è inaccettabile.
Il governo ha improvvisato.
Province sì, province no, aboliamo l’Istituto per il Commercio Estero, anzi no; manteniamo l’Istituto di Matematica, anzi no. E così via…..e la storia continua, perché a mio parere ci saranno molte altre modifiche e retromarce di questo tipo prima che il decreto venga definitivamente approvato. Su questo sono molto radicale: occorrono tagli non orizzontali, ma sulla base di una valutazione di efficienza di tutte le amministrazioni centrali; occorre tagliare tanti costi di Camera e Senato, bene dimezzare i rimborsi elettorali ai partiti e non darne se la legislatura si interrompe. Ma non basta. Dobbiamo anche prevedere la fusione dei piccoli comuni, favorire le unioni comunali, abolire le province e ridurre i costi amministrativi delle regioni.
Il governo ha smentito sé stesso.
Dopo averci attaccato dal 2006 al 2008 per la nostra lotta all’evasione fiscale, dopo aver abolito le misure antievasione del nostro governo, basa praticamente la metà della sua manovra su misure da noi ideate e che Tremonti ora reintroduce. Secondo il ministro tributarista queste misure dovrebbe garantire 10 miliardi di nuove entrate. Ciò significa che se nel 2008 non le avesse abolite, oggi avremmo almeno 20 miliardi in più a praticamente questa manovra non sarebbe stata necessaria! Peccato però – per tutti noi in realtà – che Tremonti e Berlusconi non abbiano nessuna credibilità nella lotta contro l’evasione, dato che se si prende solo il dato IVA, l’evasione IVA è sempre disunita sotto i governi di centrosinistra e sempre aumentata con i due. E che credibilità ha un governo che scopre solo ora che ci sono gettoni dati per riunioni inutili, auto blu da tagliare, falsi invalidi, immobili fantasma (per i quali viene previsto un nuovo condono)? Se tutto questo appare così ovvio, perché non lo hanno fatto prima?
Veniamo ora ad altre considerazioni.
La manovra non ha praticamente nulla di strutturale. Vuole solo fare cassa, non risolve i problemi e rischia di farci trovare tra qualche tempo nella medesima situazione, con la differenza che i deboli e i poveri lo saranno ancora di più.
E stata presentata come una manovra “europea”. Europea? Mica tanto. Sbagliata? Sicuramente.
Una buona manovra infatti dovrebbe ridurre la spesa in modo permanente. Invece, con Tremonti la spesa pubblica ha continuato ad aumentare dal 2008, del 4,5% ogni anno. E continuerà a farlo dopo che si sarà esaurito l’effetto di queste misure “una tantum”.
Una buona manovra dovrebbe avere il minor impatto possibile, prevedendo non solo tagli ma anche misure per la crescita.
Questa manovra invece diminuirà il potere d’acquisto di milioni di lavoratori, ciò vorrà dire meno consumi, meno venidte, più imprese che licenzieranno – innanzitutto i precari – e chiuderanno.
Questa manovra non è equa: vogliamo nuove risorse? Tassiamo al 10% o 15% e non al 5% i miliardi di euro oggetto di evasione o riciclaggio che ora rientrano in Italia. Quanto ricaveremmo con il 5 o il 10%? Tra i 5 e i 10 miliardi! Altro che aumentare i ticket sanitari o diminuire (perché congelare, con l’inflazione, vuol dire diminuire) gli stipendi!
In un decennio di governo Berlusconi, l’Italia è cresciuta dell’1,4%, La zona EURO del 10%, L’Unione europea del 14%. Cosa prevede la manovra per la crescita? Nulla. Le poche misure come ad esempio i contratti di produttività non sono cifrate, non viene cioè indicato da dove il governo prenderebbe le risorse per premiare quale imprese che aumentino la produttività. Cosa dovremmo fare invece? Liberare i lavoratori e le imprese dal peso della burocrazia e del fisco, semplificare le loro attività, ridurre le imposte sul lavoro e aumentare quelle sulle rendite finanziarie e le operazioni speculative di borsa più pericolose. Ma la crescita per loro è un problema o no? Se lo è, la manovra è sbagliata. Se non lo è, allora non c’è crisi, e perché si fa questa manovra?
Chi saranno le prime vittime di questa manovra? I giovani, sui quali viene lasciata una montagna di ipoteche. Quei giovani che avrebbero bisogno di una vera riforma del mercato del lavoro per eliminare la precarietà, con il contratto unico di lavoro, quei giovani che avrebbero bisogno di formazione nel passaggio da un lavoro ad un altro; quei giovani che sarebbero i primi beneficiari da investimenti per la crescita in settori del futuro come le tecnologia dell’informazione, le energie rinnovabili, la banda larga…quei giovani che rappresentano il 79% della nuova disoccupazione dell’ultimo anno in Italia. E nulla, proprio nulla, per quei 2 milioni di giovani scoraggiati, ai margini dell’situazione e del lavoro, che da mesi non studiano, non possono formarsi né possono lavorare. I nuovi esclusi, gli intoccabili di una società sempre più ingiusta.
La manovra delle ineguaglianze. Dobbiamo combatterla con tutte le nostre forze.
Come ci ha insegnato Amartya Sen: “la recessione si supera combattendo le ingiustizie, non facendola pagare ai poveri”!
Ultimo aggiornamento (Mercoledì 09 Giugno 2010 15:58)
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