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UNA NUOVA POLITICA

Il video

Nel 1994 l’imprenditore americano Ray Anderson era molto soddisfatto. La sua azienda, la Interface, era leader nella produzione di moquette e guadagnava bene. In quello stesso anno Anderson lesse un libro che accusava le aziende come la sua di distruggere il pianeta con il loro modello produttivo.

Per vendere moquette, Interface, estraeva materiali dalla terra, li lavorava utilizzando energia di origine fossile, li vendeva e gettava gli scarti. Un modello semplice: prendi, produci e butta via.

Anderson decise di cambiare. Cominciò a usare materie prime rinnovabili, rinunciò, per quanto possibile, all’energia da combustibili fossili, ridusse la produzione di rifiuti. Oggi, quindici anni dopo, Interface ha diminuito l’emissione di gas serra dell’82 per cento, il consumo di acqua del 75 per cento, e ha prodotto 74mila tonnellate di rifiuti in meno. Un bel risultato, specialmente se, com’è successo, le vendite crescono di due terzi e i profitti raddoppiano.

E’ un esempio di come si possono trovare nuove soluzioni a nuovi problemi. Questo principio, adattato alla politica, vuol dire che crisi economica, crisi energetica e inquinamento non sono semplicemente temi alla moda da inserire nella nostra agenda. La sfida non è solamente sui contenuti. Questi problemi ci impongono di cambiare il nostro stesso modo di fare politica. Che cosa ha fatto Anderson con la sua Interface? Ha modificato radicalmente le caratteristiche principali della sua azienda. Ma per cambiare le cose serve una nuova visione, come aveva lui. A noi serve una nuova politica.

Serve qualcuno che stabilisca cosa è strategico e cosa no. Vuol dire, per esempio, che non ci si può mascherare dietro la crisi economica per non attuare una politica industriale e fiscale che favorisca gli innovatori invece dei conservatori. Vuol dire che il PD deve essere più trasparente, deve aprirsi al dialogo con i cittadini, e soprattutto deve prendere decisioni coraggiose, perché andare incontro alle richieste dei cittadini richiede coraggio. La gente vuole allo stesso tempo lavoro e meno inquinamento, energia e libertà economica, privacy e sicurezza. La gente chiede cose difficili da conciliare tra loro, ed ha ragione. Ha ragione quando pretende che la politica faccia uno sforzo epocale per tenere insieme esigenze complesse, perché viviamo nel mezzo di una svolta epocale, e le pretese dei cittadini sono adeguate al momento storico eccezionalmente difficile.

Noi dobbiamo fare in modo che anche la politica faccia la sua rivoluzione. Perché non ci sono alternative. Ci serve molta più Europa, per non rimanere schiacciati dalla crisi globale. Gli attacchi all’euro diventano possibili perché nella zona euro abitano sedici debiti pubblici diversi, invece di avere un governo economico comune. Se si mettono insieme i debiti pubblici dei sedici paesi della zona euro otteniamo un debito complessivo che è metà di quello giapponese e inferiore a quello americano, pur con una popolazione che supera di 25 milioni quella degli Stati Uniti. Per far tornare i conti non serve smantellare il Welfare come vorrebbero fare Tremonti e Sacconi. Se l’Europa fosse unita sarebbe forte, mentre divisi siamo deboli. Gli attacchi all’euro non si basano sui numeri, che sono favorevoli, ma sulla divisione politica degli europei. E’ evidente che ci serve molta più integrazione tra popoli e Stati. In compenso, ci servono meno esibizioni comiche del premier, che parla del motore di ricerca Gogol, Google per i profani, come se fosse una formula magica per uscire dalla crisi. Nel momento stesso in cui Berlusconi si misura con la modernità dimostra quanto è inadatto a governarla.

Oggi ci servono nuove soluzioni per nuovi problemi. Ma questo nuovo modo di proporsi non emergerà se perdiamo tempo in vecchie liti correntizie, tra fazioni che vengono dal secolo scorso. Abbiamo da poco eletto un segretario, che ha un mandato pieno a guidare il partito. Perciò caro Pierluigi, ti chiedo una cosa semplice: mandiamo in pensione i caminetti e rilanciamo il Pd. Dobbiamo rinnovare la classe dirigente perché non possiamo presentare come candidati alle prossime elezioni ex segretari di partiti morti nel ventesimo secolo oppure ex dirigenti ed ex ministri, competenti nel passato, ma che non hanno idea di come si naviga nelle difficoltà del presente. Se vogliamo essere credibili dobbiamo fare proposte concrete e facilmente comprensibili. E, poi, proporre ai nostri elettori facce nuove. Insomma, cambiare interpreti e cambiare copione. Siamo capaci di farlo? Io credo di sì, anche perché, in caso contrario, saranno gli elettori a spedirci un messaggio fin troppo chiaro.

Tra le nuove proposte da portare avanti in Italia e in Europa c’è quella di favorire con agevolazioni fiscali solo le aziende che puntano su un ciclo produttivo virtuoso. Ray Anderson ha cambiato il modello industriale della sua azienda sedici anni fa, senza agevolazioni pubbliche, e ci ha guadagnato. Se la nostra industria è più timida, è la politica che deve indicare la direzione giusta, altrimenti la politica viene meno al suo ruolo. D’altra parte, la pochezza di Tremonti e dei sacerdoti del turbocapitalismo ci ha portati dove siamo adesso, dentro la crisi più nera. La loro ostilità verso l’Europa e le loro false formule per lo sviluppo si sono rivelate come una mistura folle di banalità e inconsapevolezza del disastro. Qualcosa che l’Italia non si può permettere e che noi abbiamo il dovere di contrastare fino in fondo.

Ultimo aggiornamento (Domenica 23 Maggio 2010 18:20)

 
Intervento al convegno di Radio Radicale:
"Israele, Palestina, Europa - Il processo di pace in Medio Oriente e lo Stato di Israele. Quali risposte?"
Roma, 13 maggio 2010

L'adesione di Israele all’Unione europea è una prospettiva affascinanate ma, se la si evoca, occorre poi realizzarne le condizioni altrimenti indebolisce. Lasciando da parte gli ostacoli giuridici alla questione, ovvero che secondo i Trattati, possono essere membri dell'Unione europea solo gli stati geograficamente “europei” (vedasi il diniego alla richiesta di membership del Marocco di qualche anno fa);  nonché il fatto che Israele non ne ha mai fatto richiesta; e gli ostacoli “di Principio” - ribaditi dall'Alto rappresentante UE, la baronessa Ashton e dal Presidente della Commissione europea Barroso, per i quali un qualsiasi rafforzamento del legame UE/Israele dipende innanzitutto dai progressi sulla via della pace, con l'interruzione della politica degli insediamenti e delle restrizioni a merci e persone imposte a Gaza e in Cisgiordania e la demolizione di case palestinesi a Gerusalemme; forse dal punto di vista israeliano – anche i vincoli – che cresceranno – sulla politica di difesa dei singoli stati membri.

A parte questo quindi, non è stato considerato, da nessun commentatore delle esternazioni di Berlusconi, se non dal sottoscritto sulle pagine di Europa, che già oggi l’Ue potrebbe realizzare un rapporto speciale con Israele come con tutti i paesi vicini dell’Europa. E’ questo il potenziale – inespresso – su cui possiamo e dobbiamo lavorare oggi.

Non vi è solo lo stato di membro come modalità per avere una relazione politica forte ed inedita con l'Unione europea, che superi anche quei tentativi di guerra tra culture. E questa relazione non sarebbe alternativa a quella com gli Stati uniti, ma integrativa, tenendo presente che l’Unione europea è l’unica a poter offrire un quadro e una prospettiva di relazioni stabili.

Innanzitutto però dovremmo chiederci non solo “dove” finisce l’Europa ma anche “come” e cosa può iniziare ai suoi confini.

Dovremmo cioè affrontare la questione delle frontiere dell’Unione europea nel Mediterraneo in modo innovativo, partendo dal potenziale politico del Trattato di Lisbona.

Dopo aver rivoluzionato le sue frontiere interne, che sono state trasformate da luogo di divisione e scontro in area di condivisione e incontro, infatti, l’Unione europea dovrebbe procedere ad una profonda revisione della concezione nazionale e ottocentesca di confine, superando il dilemma “in” o “out”, o si è membri a pieno titolo dell’Unione europea o si è destinati a rimanere paesi terzi, cioè esterni alle dinamiche europee più forti. Una prospettiva che ha trovato un ruolo slancio dopo il crollo del muro di Berlino. Una prospettiva che deve aiutare ad abbattere muri reali, muri economici , muri culturali.

Con Israele, e con tutti i paesi vicini, l’Unione europea dovrebbe invece percorrere una “terza via”, ispirando una nuova filosofia delle relazioni internazionali, e dare un significato politico forte all’idea di vicinato dell’Europa. E questa sarebbe la migliore garanzia per Israele stesso. Una terza via che dovrebbe sostenere e rafforzare il lavoro di normalizzazione delle relazioni di Israele con i paesi arabi moderati del nord Africa e del Golfo che era stato avviato qualche anno fa.

L’obiettivo di condividere con i paesi vicini i benefici dell’allargamento, senza coinvolgere e aprire le istituzioni europee era riassunto nella formula “tutto tranne le istituzioni”. La possibilità di instaurare nuove forme di cooperazione privilegiata è condizionata dall’impegno a rispettare valori comuni quali quelli della democrazia, dello stato di diritto, dei diritti dell’uomo, del buon governo, i principi di un’economia di mercato e di sviluppo sostenibile. E’ evidente che tra le varie, (incapacità del’Unione europea di esprimere una sola voce; assoluta inconsistenza di azioni come quella di Blair; impressione che l’Unione europea non tenga abbastanza conto delle esigenze di rassicurazione di Israele) una delle ragioni all’origine dello squilibrio tra la dimensione commerciale delle relazioni tra Unione europea e Israele – molto avanzata – e quella politica – insufficiente è causata dall’incapacità dei paesi dell’Unione europea di esprimere una sola voce riguardo alla questione mediorientale.

Per l’Unione, sostenere un nuovo rapporto politico ed economico con Israele  - una volta raggiunto il consenso degli stati membri dell’Unione - rappresenta la miglior garanzia di pace e di sicurezza nel lungo periodo. Bene, questo è il massimo – diciamo cosi – dell’ordinario.

Per i paesi vicini  la posta in gioco è l’integrazione delle loro economie al mercato unico europeo, attraverso la graduale estensione delle libertà di movimento di merci, persone, e servizi e capitali. E’ evidente che l’ANP è un vicino molto particolare. E’ evidente anche che l’Unione europea deve essere in prima linea per un sostegno al piano di sviluppo economico.

La politica di vicinato può cosi divenire l’esempio più avanzato di una politica estera strutturata, di “soft power”, di potere normativo europeo, che superi la tradizionale concezione di politica estera. Lo scopo è favorire la stabilità regionale e socializzare i paesi terzi al perseguimento di valori comuni e alla cooperazione europea, coinvolgendoli in modo graduale e differenziato in una serie crescente di politiche comuni.  L’ambizione ultima  è trasformare l’Unione in un polo di attrazione geopolitico, funzionale all’espansione di  democrazia, stabilità e sviluppo in tutte le regioni confinanti.

Oggi però dobbiamo passare ad un livello stra-ordinario: la necessità di costruire veramente una grande regione politica economica e il nuovo dato della costituzione di Lisbona:

1. Per rispondere a tali esigenze, la strategia di vicinato deve essere ambiziosa e andare di pari passo al processo di integrazione politica: solo un Europa più forte al suo interno, con istituzioni più efficaci e maggiore capacità d’azione può far pesare la propria influenza ed essere sempre più polo di attrazione per i paesi limitrofi.

2. Il trattato di Lisbona fornisce una nuova base costituzionale che può divenire uno strumento essenziale per lo sviluppo di una nuova strategia di vicinato.

Il Trattato ha portato una novità rilevante e ha indicato una chiara scelta, di valore costituzionale, a favore di una specificità istituzionale e politica della politica di vicinato rispetto alla generale azione esterna europea. All’art. 57 titolo VIII comma 1, il nuovo trattato dispone che: ”L'Unione sviluppa con i paesi limitrofi relazioni privilegiate al fine di creare uno spazio di prosperità e buon vicinato fondato sui valori dell'Unione e caratterizzato da relazioni strette e pacifiche basate sulla cooperazione”.

e però non seguiranno strategie e strumenti politici innovativi la nuova disposizione rischia di rimanere lettera morta. Essa va utilizzata per superare l’attuale distinzione tra paesi membri e paesi terzi, creando un nuovo status giuridico e politico per tutti i paesi vicini (europei e non), che si colloca a metà strada fra l’adesione e l’associazione.

Con il Trattato di Lisbona possiamo dare vita ad un nuovo genere di accordi specifici di vicinato. L’Unione può concludere accordi specifici con i paesi interessati.
Detti accordi possono comportare diritti e obblighi reciproci, e la possibilità di condurre azioni in comune.
La loro attuazione è oggetto di una concertazione comune.

I nuovi accordi di vicinato potrebbero dare un contributo decisivo alla specialità dello status di paese vicino.
Dalla loro portata e dal loro contenuto potremmo capire la reale capacità, e volontà, dell’Unione di dare vita ad un nuovo genere di rapporti, né interni, né internazionali ma di prossimità marcata dalla comunanza (o dalla ricerca della comunanza) di valori, di culture e di intenti a cominciare proprio con Israele. Una prossimità che ha, sì, caratteri geografici, ma anche e soprattutto politici e valoriali.

La scelta di prossimità renderebbe possibile sviluppare una nuova regione politica ed economica, costituita dall’Unione europea, dai paesi candidati e dai paesi vicini. Una simile regione avrebbe la massa critica necessaria per affermarsi come nuovo “polo” in un mondo multipolare e come soggetto protagonista dei nuovi possibili equilibri globali. Renderebbe anche possibile avvicinare le società europee, quella israeliana a dare più spazio a solidarietà e rispetto meno alle reciproche diffidenze e quelle di altri paesi vicini: al di là delle posizioni di questo o quel governo infatti è sempre più evidente la volontà di queste società di avvicinarsi e costruire insieme un futuro comune. Del resto – su questo punto – occorre aggiungere un elemento importante, specifico per Israele.

Storicamente rifugio per milioni di Ebrei nei secoli della diaspora, l’Europa vanta con Israele legami molto profondi, che non si esauriscono nei già proficui rapporti a livello politico e commerciale. Basti pensare all’impatto che può avere per Israele l’allargamento a 27 dell’Unione Europea, in ragione del fatto che – secondo alcune cifre ufficiali - quasi il 50% della popolazione israeliana, di origine centro-europea, potrebbe, in linea di principio, aver titolo per possedere anche il passaporto di un Paese UE. Il problema è che spesso la loro percezione dell’Europa è diversa da quello che l’Unione europea è molto diversa da quello che vorrebbe essere.

Dall'Europa però ci aspettiamo più consapevolezza di quanto  potrebbe fare e ancora non fa, per la pochezza dei suoi leader e la mancanza di coraggio delle sue istituzioni.

Il video dell'intervento è su www.radioradicale.it

 

Discussione della mozione concernente iniziative per l'istituzione della Banca euromediterranea

Camera dei deputati, 11 maggio 2010

Signor Presidente, noi parliamo di un'iniziativa che ha un grande valore e una grande importanza e che deve essere anche la spinta per dare un nuovo valore e una nuova importanza alla politica euromediterranea nella quale l'iniziativa si colloca. Questa politica è la politica di vicinato, una politica che ha fortemente voluto la Commissione Prodi che ha proposto con grandi ambizioni, ma che oggi è affidata e gestita senza quelle ambizioni, in maniera ordinaria e molto burocratica.
L'essenza politica di questa strategia, all'interno della quale certamente ben si colloca la proposta di una Banca di sviluppo euromediterraneo, è una politica che è stata concepita per superare il cosiddetto dilemma in o out: o si è membri interamente dell'Unione europea o si rimane sempre e comunque, anche con diverse gradazioni, Paesi terzi. Rimanendo Paesi terzi non si può partecipare ai grandi processi di integrazione europea che, invece, oggi noi avremmo tutto l'interesse a estendere a tutta l'area dei Paesi vicini.
La politica di vicinato deve diventare una strategia che ci permetta di costruire una nuova regione politica, economica ed anche culturale intorno all'Unione europea. Si tratta di una politica che deve riguardare certamente la parte più orientale dell'Europa, il Caucaso e innanzitutto il grande interesse nazionale (e giustamente questa proposta nasce da vari gruppi), ossia il Mediterraneo.
Tuttavia, per riuscire in questo dobbiamo veramente reinventare il concetto di frontiera euro-mediterranea. Reinventare il concetto di frontiera euro-mediterranea vuol dire, dal punto di vista dell'Unione europea, dare un senso compiuto a quell'obiettivo politico che avevamo proposto all'inizio degli anni Duemila e che mirava a condividere con i Paesi mediterranei tutto tranne le istituzioni europee. È chiaro che per far sì che questa strategia possa veramente fare la differenza politica ed economica - e sappiamo benissimo e tanti colleghi lo hanno sottolineato quanto sia interesse nazionale dell'Italia fare la differenza politica ed economica in ambito euromediterraneo - occorrono ovviamente anche nuovi strumenti operativi e istituzionali e tra questi certamente figura la Banca.
Il periodo è propizio, nonostante tutto. Sono trascorsi sessant'anni dalla dichiarazione Schuman e siamo nei giorni in cui finalmente l'Europa ha dato segni di vitalità, volontà di reagire, e di proseguire sul proprio percorso di integrazione. Sessant'anni fa quel progetto si basava proprio sul concetto della svalutazione della frontiera, facendo in modo che la frontiera non sia più un ostacolo a forti progetti di integrazione economica e politica tra Paesi che condividono obiettivi comuni.
Credo che ciò sia necessario e che sia giunto il tempo. Noi italiani abbiamo tutto l'interesse e la necessità di farlo per dare un senso compiuto a quegli obiettivi comuni che noi e i mediterranei - anzi noi mediterranei del nord e i nostri partner mediterranei del sud - da quindici anni affermiamo di voler raggiungere all'interno del processo di Barcellona e successivamente con l'avvio dell'Unione per il Mediterraneo.
Dare un senso compiuto a quegli obiettivi comuni vuol dire, finalmente, passare dalle parole ai fatti con una maggiore flessibilità, anche alla luce dell'esperienza, in buona parte negativa, del processo di Barcellona. Flessibilità vuol dire che per il lancio di nuove iniziative non è necessaria, sempre e comunque, la partecipazione di quasi una cinquantina di Paesi - perché questo è il numero dei Paesi europei e mediterranei - ma significa fare in modo che anche su iniziativa di alcuni di questi Paesi si possano creare quegli strumenti per cominciare ad incidere concretamente nella costruzione di quella grande regione economica e politica che per noi europei dovrebbe costituire anche il livello minimo di azione in un mondo che si sta organizzando intorno a grandi regioni economiche.
Sarebbe storicamente una responsabilità troppo grande - e che sarebbe assunta da noi europei - se in questa fase non facessimo tutto quanto possiamo e nella maniera più rapida possibile per cominciare finalmente a integrare veramente Europa e Mediterraneo. Di fronte all'accelerazione dei processi di integrazione asiatici, di fronte all'integrazione latinoamericana, di fronte anche ai processi che sul nostro modello si stanno addirittura sviluppando nel continente africano non possiamo, dopo avere indicato la via, essere gli ultimi a percorrerla. È evidente che, per pesare economicamente e per avere una certa importanza a livello politico su certi scenari globali, l'Europa e il Mediterraneo devono fare un passo avanti e devono uscire da quella logica in cui o si è dentro l'Unione europea o si è fuori e sviluppare una terza via dando così un senso compiuto alla politica di vicinato.
Venendo in maniera più specifica all'iniziativa che stiamo discutendo oggi, ossia la proposta di istituzione di una banca, faccio presente che questa iniziativa viene presentata - ed è rivolta, ovviamente, anche ai lavori dell'Assemblea parlamentare euro-mediterranea - durante la Presidenza spagnola.
Vorrei attirare l'attenzione dei colleghi e del Governo sul fatto che, quando si dice che è tempo di passare ai fatti, non lo si dice come una frase che è dovuta in un dibattito parlamentare. Infatti, mi sono occupato del progetto della banca durante una Presidenza spagnola, però non era la Presidenza di Zapatero del 2010, ma quella del 2002. Sono, cioè, otto anni che noi europei e noi italiani stiamo proponendo di passare ad un livello di integrazione superiore in campo economico attraverso la creazione della banca. Vi sono tutta una serie di ragioni perché non si debba pensare di dover aspettare la prossima Presidenza spagnola, che magari verrà tra 13 anni nell'Europa a 27.
Passiamo veramente all'azione; vi sono tanti motivi che dovremmo invocare: alcuni, i principali e più importanti, sono indicati nella mozione, però vi sono degli aspetti che dobbiamo ricordare in quest'Aula.
Innanzitutto, l'Europa, già di per sé, è il primo «banchiere» della regione, sia per quanto riguarda gli aiuti pubblici sia per quanto riguarda il finanziamento multilaterale. Occorrono, però, degli strumenti perché questo banchiere generale possa incidere in maniera più concreta sui processi di sviluppo all'interno dei singoli Paesi della sponda sud. Da questo punto di vista, passare dal semplice FEMIP, dal semplice fondo, dalla semplice facility, alla creazione di una banca, potrebbe essere finalmente l'occasione di coinvolgere pienamente il sud del Mediterraneo nel suo sviluppo.
Il fatto di avere una banca - tornerò su questo aspetto - su un piede di parità, su posizioni di vero partenariato tra partner uguali, tra nord e sud, e di poter lavorare insieme, può diventare anche l'occasione per formare degli economisti, dei banchieri, per sviluppare una cultura dello sviluppo e della finanza comune tra europei e mediterranei, tra Paesi donatori e Paesi beneficiari. Questo potrebbe avvenire all'interno del lavoro comune nella banca e attraverso il lavoro della banca nei singoli Paesi. Si potrebbe, quindi, avere anche un nuovo strumento finanziario, che dovrebbe cominciare a incoraggiare maggiormente gli investimenti esteri diretti.
Il collega dell'Italia dei Valori ricordava alcune cifre: è evidente che sarà molto difficile vedere uno sviluppo sostenibile dei Paesi della riva sud del Mediterraneo con degli investimenti esteri diretti che, ancora oggi, rimangono attorno al semplice 1 per cento della somma globale degli investimenti esteri diretti nel mondo.
È evidente anche che impegnare i Paesi della riva sud nella costruzione della Banca euromediterranea vorrebbe dire anche cominciare a impegnarli in maniera concreta su tutta una serie di importanti riforme, che sono necessarie per il loro sviluppo: riforme a livello strutturale e a livello macroeconomico, incoraggiando, quindi, anche quella transizione economica e politica che, dopo 15 anni del processo euromediterraneo di Barcellona, è giudicata dai nostri Governi e dal Parlamento europeo ancora insufficiente.
Poi, occorre anche venire incontro a quelle mancanze e carenze che il settore bancario arabo ancora ha in alcuni Paesi e che è interesse comune di noi europei e degli arabi continuare a diminuire. Tra l'altro, i costi, proprio seguendo la proposta che viene fatta nella mozione, e cioè quella di inserire e basare la nuova banca di sviluppo sulla Banca europea per gli investimenti, sarebbero particolarmente ridotti. È evidente, infatti, che di tutto vi è bisogno oggi nell'euromediterraneo, salvo di creare ulteriori amministrazioni inutili o duplicazioni burocratiche di quanto esiste.
Vi sono degli esempi molto diversi. Ne faccio solo uno: rispetto alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, una banca che pochi conoscono, ma che ha funzionato molto bene, la Banca di sviluppo del Consiglio d'Europa ha dieci volte personale in meno, dieci volte meno di strutture burocratiche, di costi burocratici e di pesanti procedure.
Quindi, certamente dovremmo anche guardare a questi modelli nel momento in cui proponiamo la creazione della nuova banca.
È già stato menzionato da alcuni colleghi l'impatto estremamente positivo, in base a tutte le analisi che sono state compiute in questi otto, anzi in realtà dieci, lunghi anni di dibattito sul se creare una banca e quale banca euromediterranea istituire, ed è evidente l'impatto positivo che questo strumento avrebbe sullo sviluppo delle piccole e medie imprese. Lo sviluppo delle piccole e medie imprese nell'area euromediterranea, infatti, è un passaggio cruciale per il processo di crescita economica e sociale della sponda sud del Mediterraneo, e quindi, di conseguenza, per una sua maggiore integrazione con l'Unione europea nell'ambito di quella strategia di vicinato di cui ho già parlato.
Lo sviluppo di un settore dinamico delle piccole e medie imprese può infatti allargare il mercato euromediterraneo, può assicurare una più equa distribuzione della ricchezza e può aprire la società a nuovi attori, aumentando i partecipanti non solo al mercato, ma anche al dibattito pubblico e politico più generale. Inoltre, le piccole e medie imprese più dinamiche ed efficaci nei Paesi beneficiari, nei Paesi mediterranei, certamente aumenterebbero l'attrattività degli stessi per gli investimenti stranieri, per gli investimenti esteri diretti di cui c'è grandissimo bisogno in questi Paesi, oltre a favorire delle forme di cooperazione industriale, che automaticamente introdurrebbero quegli elementi di apertura, di modernizzazione di cui c'è, altresì, grande necessità nel sud del Mediterraneo.
Il dibattito a livello comunitario, a livello di Unione europea, sugli strumenti utilizzabili per conseguire questo obiettivo dello sviluppo economico e sociale, che come è evidente avrebbe anche degli effetti positivi rispetto alla diminuzione della pressione migratoria - è chiaro, infatti, il legame diretto che sussiste tra il successo della nostra strategia di integrazione economica attraverso la banca e il nostro interesse a controllare e a gestire meglio i flussi migratori nel Mediterraneo - negli ultimi dieci anni è sempre oscillato tra la creazione di una facility e la creazione di una banca.
Nel 2002 la Commissione europea presieduta da Romano Prodi presentò una nuova strategia euromediterranea che si basava su due grandi aree, la cultura e l'economia, sulla base di un assunto molto semplice: ossia che non ci poteva essere vera integrazione euromediterranea se non si favoriva, da una parte, il dialogo interculturale, dall'altra, l'integrazione economica e lo sviluppo locale endogeno.
Il Consiglio dei ministri, all'epoca, con molta fatica accettò la proposta di creare dei nuovi strumenti di dialogo interculturale, ed è così che è stata creata la Fondazione Anna Lindh per il dialogo interculturale, che ha sede ad Alessandria d'Egitto; non vi fu altrettanta apertura, però, sul resto, nonostante il sostegno dell'Italia, del suo Governo, allora presieduto dal Presidente Berlusconi. Il Consiglio non accettò, infatti, di fare quel passo avanti necessario nell'ambito economico, quello dell'integrazione economica, e si limitò quindi a ridurre la proposta della Commissione europea di creare una vera banca in questo FEMIP (in questa facility), ossia il Fondo per gli investimenti e il partenariato euromediterraneo.
Giustamente, allora, la mozione invita il Governo ad attivarsi per superare il semplice Fondo, la semplice facility e creare una vera e propria banca per un motivo che è molto evidente. È chiaro, infatti, che l'impatto di una facility non può che essere molto limitato; una facility non può avere l'operatività di una istituzione dedicata, come invece sarebbe la banca per lo sviluppo. Le facility finanziarie tendono, infatti, ad essere viste da tutti gli operatori come degli interventi a termine, senza una stabilità di ruolo nel lungo periodo, e proprio per questa transitorietà, almeno percepita, non riescono ad influenzare direttamente il comportamento del sistema economico locale.
Inoltre, solo una vera e propria banca - anche se con le percentuali del 51 e del 49 per cento rispettivamente della BEI e dei Paesi beneficiari di cui si parla nella mozione - può garantire quel partenariato paritario e strategico, nonché quella operatività che deve caratterizzare appunto qualsiasi intervento serio della politica di vicinato dell'Unione europea.
È evidente quindi che la presenza e la creazione di una banca di sviluppo può esercitare una reale influenza sui singoli Paesi e può promuovere concretamente linee guida condivise, che ciascun Paese potrebbe poi adottare autonomamente, inserendole opportunamente non solo nei loro interventi economici, ma anche nelle regole relative al funzionamento delle proprie istituzioni nazionali e locali.
La banca di sviluppo potrebbe anche stimolare processi di riforma, proprio attraverso la diffusione di una cultura condivisa dello sviluppo economico, che è preliminare al successo della strategia euromediterranea, favorendo e promuovendo regole e comportamenti destinati a influenzare anche l'atteggiamento delle amministrazioni pubbliche locali, territoriali e nazionali, che spesso costituiscono una delle cause dell'assenza di quegli ambienti economici favorevoli a progetti di sviluppo locali o a investimenti esteri all'interno dei singoli Paesi.
È evidente quindi che la banca in questione ci potrebbe permettere di fare quel salto di qualità di cui abbiamo bisogno, però solo - ripeto - se si sviluppa su un partenariato tra eguali. Se invece la banca è semplicemente un ulteriore strumento per gli europei per dare lezioni ai mediterranei su come si deve o non si deve fare, se non c'è quella condivisione e quel senso di partecipazione e di co-partecipazione al progetto, se un tale atteggiamento non viene proposto né tenuto dagli europei, anche la banca non andrà molto lontano.
Certamente quindi occorre sin dagli inizi dare il segnale che si tratta di un co-partenariato, nel senso che vogliamo sviluppare su basi eguali un nuovo strumento di sviluppo.
Un altro aspetto è quello di evitare delle duplicazioni, ed anche da questo punto di vista la mozione offre al Governo un'indicazione ben precisa ed assolutamente condivisibile: partiamo dall'esistente, adattiamo e sviluppiamo ciò che già esiste per i progetti ed il raggiungimento degli obiettivi comuni (e a ragione quindi ci si basa sulla Banca europea per gli investimenti).
Per l'Italia essa rappresenta finalmente anche la possibilità di spingere i nostri partner europei a passare dalla retorica euromediterranea (che ormai ha stancato tutti, ripetendo lo stesso mantra da quindici anni) a fatti molto più concreti. Credo che l'Italia, e in particolare il sud d'Italia, sia e debba essere in prima linea, sostenuto da tutto il Paese, perché certamente lo sviluppo del Mediterraneo e del sud dell'Italia, quale centro del Mediterraneo, rappresenta una questione di interesse nazionale ed europeo.
Certamente, dunque, il sud dell'Italia deve essere in prima linea in questa battaglia perché è evidente che questa volta occorrerà, come è successo otto anni fa quando abbiamo ottenuto solo la facility, portare avanti una battaglia positiva, approfittando di tutte le scadenze. Le prossime scadenze sono la riunione euromediterranea dei Ministri dell'economia e delle finanze, ma anche il lavoro dell'Assemblea parlamentare euromediterranea, il lavoro delle delegazioni italiane dei nostri gruppi al Parlamento europeo ed il nostro lavoro: tutto questo deve essere messo a sistema.
Occorre fare assolutamente un gioco di squadra perché se si vince nel Mediterraneo, cominciando a creare la Banca del Mediterraneo, se vince il Mezzogiorno d'Italia nel Mediterraneo, vinciamo tutti, noi italiani e noi europei

 

Mio commento sulle conclusioni del summit europeo di domenica su Europa in edicola oggi.

Ultimo aggiornamento (Giovedì 13 Maggio 2010 21:25)

 

Intervento alla giornata di studio alla Camera del 3 maggio 2020

ITALIA ED UNIONE EUROPEA DOPO IL TRATTATO DI LISBONA

 

Il Trattato di Lisbona, attraverso le modifiche alla struttura istituzionale e alle procedure decisionali, altera l’equilibrio tra Istituzioni, tra Istituzioni e Stati membri e tra gli stessi Stati membri.

La creazione di nuove figure e strutture istituzionali e le regole di voto, in particolare la riduzione dell’ambito del diritto di veto, così come le prerogative riconosciute ai parlamenti nazionali creano un quadro che esalta la capacità degli Stato membro più attrezzati nell’influenzare la formazione dei progetti legislativi, nel negoziarli in seno al Consiglio e con il Parlamento europeo, di creare sinergie al proprio interno tra l’azione del Governo e quella del Parlamento nazionale nonché dei propri europarlamentari come pure delle regioni, delle categorie produttive e delle parti sociali.

Un Paese che voglia “contare” in Europa deve dunque avere una politica europea forte, con obiettivi precisi e strumenti adeguati per intervenire, facendo sistema, nella formazione e dell’attuazione della normativa europea.

Come arriva l’Italia a questa sfida? Come si sta preparando?

Purtroppo, devo ribadire anche in questa sede – come ho detto in più occasioni, da ultimi nella discussione generale del ddl comunitaria 2009 – che le premesse non sono buone.

Il nostro Paese ha un crescente problema di credibilità e di influenza in Europa, misurabile in base ad indicatori oggettivi, che ci nega il suo giusto riconoscimento come Paese fondatore che ha sempre apportato un contributo fondamentale in Europa

Non abbiamo Presidenti di Istituzioni o organi dell’UE, dopo che anche Mercedes Presso – con l’acquiescenza del Governo e la soddisfazione di parte della maggioranza – ha lasciato la Presidenza del Comitato delle regioni.

Siamo sottorappresentati ai vertici delle amministrazioni delle Istituzioni europee, con la lodevole eccezione forse del Parlamento europeo, e – sembra oramai certo, nonostante le rassicurazioni del Ministro Frattini – anche del servizio diplomatico comune.

Non riusciamo ad incidere né sulle grandi strategie dell’Unione europea, né su specifici atti legislativi. Le più importanti decisioni sono oramai basate su accordi e compromessi che escludono quasi sistematicamente l’Italia.

La lingua italiana è orami emarginata in seno alle istituzioni dell’UE.

Siamo il peggiore Stato membro – nonostante un lento miglioramento in valori assoluti, avviato dal Governo Prodi e dal Ministro Bonino – per numero di procedure di infrazioni pendenti, 139.

Non abbiamo ancora adeguato la nostra legislazione alle innovazioni previste dal Trattato di Lisbona.

Le nostre vicende di politica interna costituiscono poi non di rado oggetto di scontro – a volte indebito, vista la sede, ed è responsabilità di alcuni esponenti dell’opposizione, in particolare alcuni deputati IDV – a volte di vera e propria censura politica da parte delle Istituzioni europee – ed è responsabilità del governo, come in materia di immigrazione: basterebbe ricordare le risoluzioni e i dibattiti del Parlamento europeo sulla libertà di informazione in Italia e sui casi di xenofobia e razzismo nei confronti di rom e immigrati.

Alla base di questa grave situazione, si pongono fattori diversi, in parte strutturali, in parte congiunturali.

Sotto quest’ultimo profilo è innegabile l’assenza di una vera e propria politica europea dell’Italia oggi. La nostra azione a livello UE, almeno ad alto livello, è occasionale e guidata generalmente da motivazioni di politica interna, e quindi non è credibile e autorevole.

Manca un raccordo con il Parlamento, che rappresenta invece l’eccezione felice, almeno in parte. A fronte dell’impressionante crescita dell’attività in fase ascendete delle Camere – in buona parte ascrivibile all’azione di tutte le forze politiche nella nostra Commissione – il Governo è praticamente assente.

I membri del governo non sono presenti ai lavori della nostra Commissione. Il governo non trasmette valutazioni di impatto, relazioni tecniche o altra documentazione in grado di coadiuvare il nostro intervento. Non dà conto, nonostante le nostre sollecitazioni, del seguito dato ai nostri indirizzi.

Non gestisce l’esame del ddl comunitaria – appesantito proprio da emendamenti di vari ministri - e oramai stabilmente approvato oltre l’anno di riferimento, né dei c.d. decreti legge salvainfrazioni.

Non nascondo che alle carenze dell’attuale Governo si accompagnano problemi strutturali, riconducibili a lacune e obsolescenza del quadro normativo vigente e alla cultura politica e amministrativa diffusa del nostro Paese.

Non c’è anzitutto un vero centro di coordinamento dell’azione del Governo in materia europea. Il CIACE, praticamente inattivo, e il Dipartimento mancano delle risorse necessarie allo scopo, mentre il Ministero degli esteri, e la rappresentanza a Bruxelles, non è certo in grado di coordinare l’azione italiana in settori e politiche oramai sempre più numerosi e ad alta specializzazione.

Mancano strutture e personale specializzato nei ministeri di settore, nelle regioni e negli enti locali né si procede alla necessaria formazione.

Sono carenti e poco efficaci le procedure per il coinvolgimento delle parti sociali e delle categorie produttive.

Non sono state ancora introdotte, salvo per il controllo di sussidiarietà, strumenti per l’esercizio dei nuovi poteri dei parlamenti nazionali in materia europea.

A fronte di questo quadro fortemente critico, il PD non si è mai limitato alla denuncia sterile ma al contrario ha sempre – con spirito costruttivo e senso di responsabilità – proposto soluzioni concrete e immediate.

Per quanto riguarda l’adeguamento del quadro normativo, abbiamo presentato una proposta organica di riforma, anzi sostituzione, della legge 11 del 2005 che interviene su tutti i nodi problematici richiamati e che sarà illustrata in dettaglio dal collega Farinone nella seconda sessione.

Voglio tuttavia richiamare sin d’ora i rappresentanti del Governo ad assumere una posizione chiara e motivata su uno dei punti centrali della nostra proposta: l’attribuzione alla Presidenza del Consiglio e al Ministro delle politiche europee di un reale potere di coordinamento dell’azione europea dell’Italia, mediante il rafforzamento del CIACE e la riconduzione alle loro dipendenze funzionali della rappresentanza permanente.

Solo il Presidente del Consiglio può assicurare, in un paese e in una struttura di governo come la nostra, una coerenza effettiva dell’azione di governo in materia europea. Chi si oppone alle nostre proposte dovrà spiegare a noi e al Paese quali meccanismi alternativi di coordinamento prevede.

Assieme a colleghi della maggioranza, con il Presidente pescante, abbiamo lanciato un appello per Mario Draghi alla presidenza della BCE, sul quale tra poco presenteremo al presidente del consiglio le prime firme e su cui siamo disposti alla piena cooperazione con il governo per una strategia europea nell’interesse dell’Europa e dell’Italia.

Per quanto attiene invece alla politica europea dell’attuale governo, abbiamo più volta formulato proposte e indicazioni di merito, spesso trasfuse in atti di indirizzo approvati all’unanimità – in commissione e in aula – cui non è stato dato seguito.

Eppure, proprio la fase critica che l’Unione sta attraversando rende evidenti le priorità e gli obiettivi su cui dovrebbe concentrarsi un’azione forte e autorevole del Governo, che rilancerebbe il prestigio del nostro Paese.

Primo: la crisi greca conferma e rende urgente la questione della governance economica europea. Come abbiamo sottolineato all’unanimità nell’esaminare la strategia UE 2020 l’UE ha bisogno di un reale coordinamento delle politiche economiche attraverso meccanismi premiali o sanzionatori, senza il quale ogni obiettivo comune di crescita e occupazione è destinato al fallimento come la strategia di Lisbona. E’ nell’interesse dell’Europa e del nostro Paese.

Di fronte alla gravità della situazione e all’atteggiamento irresponsabile della Merkel. on dobbiamo avere remore a proporre, se necessario, il ricorso a cooperazioni rafforzate nell’area euro o nell’UE a 27.

Secondo: occorre proseguire nella costruzione di una reale politica estera e di difesa, sfruttando le potenzialità del Trattato di Lisbona. I primi passi – con la nomina della Ashton e le difficoltà e incoerenza nella costruzione del servizio di azione esterna – tra duplicazioni e frammentazioni – non sono confortanti. Il nostro Paese può guidare una svolta, a cominciare dagli ambiti di interesse prioritario come la politica euromediterranea, incalzando la Ashton e la Presidenza di turno e utilizzando, se necessario, anche la cooperazione strutturata in materia di difesa.

Terzo: occorre realizzare un effettivo Spazio di libertà, sicurezza e giustizia, che realizzi politiche comuni non solo per la lotta all’immigrazione illegale, alla criminalità e al terrorismo, ma anche per la tutela dei diritti e le libertà fondamentali e per l’integrazione.

Anche in questo caso giungono segnali preoccupanti, come la separazione in seno alla Commissione del portafoglio degli affari interni da quello della giustizia.

Ma è evidente che l’Italia può, attraverso questi ed altri interventi se – prima e a prescindere – dalle modifiche legislative, tutti gli attori istituzionali coinvolti sapranno collaborare.

La Camera – come ho accennato - sta facendo la sua parte. Oltre a definire indirizzi per il Governo su tutte le questioni principali, stiamo esercitando il controllo di sussidiarietà e rafforzando il dialogo politico con il Parlamento europeo e la Commissione europea.

Intendiamo migliorare ulteriormente il nostro raccordo con il Parlamento europeo, da cui ci aspettiamo un riscontro – anche nel testo delle relazioni e delle risoluzioni approvate – delle posizioni espresse dai parlamenti nazionali.

Ma soprattutto aspettiamo segnali immediati dal Governo, a partire dalla sistematica partecipazione ai lavori delle Commissioni parlamentari.

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 02 Giugno 2010 21:59)

 
Sito deputatipd.it

Ultimo aggiornamento (Lunedì 03 Maggio 2010 20:21)

 

La génération des "Enfants d'Erasmus" veut prendre ses responsabilités

su Le Monde di venerdi scorso un contributo al dibattito sull'Europa di Les Enfants d'Erasmus

A plus d'un titre, la crise européenne qu'a ouverte le très laborieux sauvetage financier de la Grèce nous interpelle. Elle nous enseigne que les gouvernements de l'Union, lorsqu'il s'agit de venir en aide à l'un des leurs, quand bien même le problème est inédit et les solutions à inventer, peuvent manquer d'un certain courage politique. Que les Vingt-Sept ne se précipitent pas au secours d'un Etat dont le précédent gouvernement a bafoué les règles de transparence budgétaire est certes compréhensible, mais est-on conscient du prix à payer pour un manque de solidarité collective ?

Outre l'étirement du peloton de la zone euro qui en résulterait, le vrai risque réside dans une perte de confiance sans précédent dans le système communautaire, dans sa monnaie et dans la construction européenne dans son ensemble.

Quelle leçon tirer des atermoiements de ces dernières semaines, si ce n'est que l'Union européenne, si elle est conduite par des responsables politiques hésitants à l'aube d'une nouvelle ère institutionnelle, doit aussi compter avec l'interpellation constructive de citoyens impliqués ?

C'est ce que souhaite notre génération d'Européens, celle des "enfants d'Erasmus", la première à avoir bénéficié du programme de mobilité étudiante européenne dès la fin des années 1980 et qui a pris position voilà tout juste un an dans ces mêmes colonnes pour en appeler au courage et à la mobilisation de nos dirigeants (Le Monde du 28 mars 2009).

Adolescents lors de la chute du mur de Berlin, nous avons grandi avec l'évidence européenne et sommes soucieux de voir disparaître la conviction et l'énergie politiques qui ont inspiré notre engagement.

Il y a en effet dans l'air du temps une sorte de schizophrénie collective. D'une part, la plupart des citoyens ont conscience que le monde change, qu'il faut se rassembler pour défendre nos intérêts mais aussi que l'Europe est la mieux à même de penser une gouvernance mondiale juste et efficace dont elle est le laboratoire naturel ; d'autre part, ils sont empêtrés dans la tentation nationale, qui est celle de la seule proximité, des intérêts à court terme et parfois même d'une certaine forme de populisme.

Les forces vives que représente cette génération d'Européens dans les secteurs de la société civile organisée, des médias, de la recherche, du monde de l'entreprise, dans les institutions ou plus largement dans la vie économique, sociale et intellectuelle de notre continent doivent se réveiller et saisir les opportunités qu'offre aussi la crise actuelle.

Mais cette génération pourra-t-elle s'appuyer sur les relais nécessaires dans toute démocratie ? Les partis politiques, mais aussi les médias et le système éducatif, ont une responsabilité particulière, puisqu'ils participent au système de démocratie raisonnée qui est désormais le propre des pays de l'Union européenne. Or, ce sont aujourd'hui les lieux où l'Europe est peut-être la plus absente et où ces enfants d'Erasmus ont du mal à trouver leur place.

N'est-ce pas là le véritable sujet d'inquiétude ? Deux générations qui se côtoient, l'une qui a grandi bercée par le rêve européen et qui s'investit plutôt dans la société civile, une autre qui gravit les échelons des partis et des médias nationaux, en s'appuyant parfois sur l'euroscepticisme ambiant pour avancer. Sans oublier que la mobilité européenne et l'idéal européen ne sont pas, pour tous les jeunes, une priorité, voire une évidence, quand ils ont déjà du mal à "affronter" leur vie quotidienne.

L'héritage le plus précieux des pères fondateurs, celui que nous devons à tout prix préserver, est peut-être tout simplement le courage. Valeur morale avant d'être politique, le courage isole toujours celui qui le pratique, avant de recréer du lien collectif, à un niveau supérieur. C'est pourquoi les situations inconnues effraient. Or la crise actuelle bouleverse l'ensemble des structures connues, déroute les certitudes les plus ancrées et les habitudes les plus tenaces.

En tant qu'il engage entièrement celui qui le pratique, le courage implique la responsabilité, sur les plans individuel et collectif. Pour qu'une communauté politique comme l'Europe, soixante ans après son acte fondateur, évite la dispersion et que son leadership ne sombre pas dans la dissolution, il est impératif que cette génération de citoyens européens s'implique collectivement et courageusement dans un projet qui ne peut plus progresser sans eux.

C'est le message que véhiculent les Etats généraux de l'Europe, rassemblement de la société civile, dont la troisième édition aura lieu samedi 17 avril, sur le thème de la responsabilité des Européens pour sortir de la crise mais aussi créer un monde meilleur. Après Lille et Lyon, c'est à Strasbourg que se retrouveront plusieurs milliers de citoyens, pour échanger et dialoguer avec de grands témoins et acteurs de la construction européenne.

Des dizaines d'associations, de nombreuses personnalités politiques, intellectuelles, économiques ou syndicales, de simples citoyens de tous horizons se retrouveront le temps d'une journée. Avec un objectif partagé : se rencontrer, débattre, contester, proposer, dans un esprit d'ouverture et de partage qui, justement, sont les valeurs qui ont présidé aux premiers pas de la construction européenne. Et puis - qui sait - poser un acte citoyen courageux : une première initiative citoyenne qui encouragerait les Etats membres à prendre les décisions qui les engageront désormais au sein d'une véritable Union politique, économique et sociale.

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 02 Giugno 2010 22:04)

 

Terra Nova Policy Network


SEMINAIRE VERS UN NOUVEAU MODELE DE DEVELOPPEMENT POUR L’EUROPE?
VENDREDI 23 AVRIL,

Dans le cadre de la « stratégie de Lisbonne » élaborée en 2000, l’Union européenne prétendait
devenir en 2010 l’économie la plus compétitive du monde. Force est de constater que ce n’est
pas le cas, et la crise économique a achevé de déstabiliser le modèle de développement
européen. Les négociations sur la stratégie post-Lisbonne (« agenda UE 2020 ») ainsi que le
rapport Monti sur l’articulation entre marché intérieur et services publics permettent toutefois
d’envisager de nouvelles perspectives.


9h30 Mot de bienvenue : Olivier Ferrand, président de Terra Nova
9h30-9h45 Introduction : Joaquin Almunia, Commissaire européen à la concurrence


9h45-11h15 Première session :
Le modèle européen : de la stratégie de Lisbonne à l’Agenda UE 2020
Keynotes : Laurent Cohen-Tanugi, avocat, essayiste, auteur du rapport EuroMonde 2015
Xavier Prats-Monné, directeur-général pour l’emploi et la stratégie UE 2020 à la Commission européenne
Modérateur : Olivier Ferrand, président de Terra Nova

11h30-13h Seconde session :
Agenda UE 2020 : les conditions politiques du succès
Keynote : Sandro Gozi, député du Parti démocrate italien
Modérateur : Olaf Cramme, directeur de Policy Network
NB : une pièce d’identité vous sera demandée à l’accueil

Ultimo aggiornamento (Giovedì 22 Aprile 2010 16:28)

 
Questa doveva essere una legge comunitaria snella e veloce, light and fast, potremmo dire; ci siamo trovati, invece, di fronte a una legge comunitaria extra large e molto slow, molto lenta.
Stiamo, infatti, battendo tutti i record con una legge comunitaria 2009 ancora da approvare in terza lettura alla Camera nell'aprile del 2010. Sono stati ricordati i 18 mesi su una fantomatica legge comunitaria Bonino: vorrei ricordare che in 20 mesi il nostro Governo ha fatto approvare due leggi comunitarie e abbiamo avviato i lavori, accelerando anche con un Governo dimissionario, per una terza legge comunitaria, che poi il Ministro Ronchi ha ripreso.
Diciamo, quindi, che questa è veramente una delle leggi comunitarie più lente nella storia della Repubblica, ma anche una delle più ampie. Infatti, voi della maggioranza e del Governo, disattendendo gli impegni che ci avevate chiesto, come opposizione, di prendere in seconda lettura qui alla Camera, avete utilizzato la legge comunitaria come un treno a cui agganciare qualsiasi tipo di vagone e di carico.
Diciamo che la legge comunitaria, così com'era stata concepita, doveva essere un treno ad alta velocità, che ci permette di adempiere rapidamente agli obblighi comunitari e di fare più e meglio politica europea. Avete, invece, ridotto questa legge comunitaria a un treno regionale: ci siete saliti e vi avete messo di tutto e, spesso, il contrario di tutto. Basta pensare alle profonde divisioni che sono emerse all'interno della maggioranza e tra la maggioranza alla Camera e quella al Senato su tante questioni. Pag. 67
Ne ricordo solo alcune, su cui tornerò tra un attimo: la caccia, il tetto ai bonus dei manager, l'energia, l'ambiente, e in particolare lo stoccaggio di ossido di carbonio, i servizi postali, gli aspetti istituzionali.
Il testo risulta raddoppiato nel numero di articoli e cambiato in modo molto ampio nel suo contenuto rispetto a quello iniziale presentato dal Governo, carico contraddittorio e improprio, perché tante modifiche hanno ben poco o nulla a che fare con il contenuto e le finalità proprie della legge comunitaria, così com'era stata concepita.
È evidente, dunque, la necessità, che vogliamo ribadire oggi qui in Aula, di intervenire per evitare tali distorsioni, per impedire questo uso improprio e strumentale della legge comunitaria e per approdare a una riforma organica, il più possibile condivisa, della legge n. 11 del 2005.
Per questo ci asterremo; ci asterremo per questi motivi e anche perché, per alcuni aspetti specifici di questa legge comunitaria, siete passati, dal Senato alla Camera, da un estremo all'altro: dalla volontà di disciplinare per legge gli stipendi dei manager delle società quotate in borsa all'opposizione alle nostre proposte, basate sulle raccomandazioni della Commissione europea, volte ad evitare che i meccanismi dei bonus e delle stock option spingano i dirigenti delle società finanziarie quotate in borsa ad assumere rischi eccessivi e ad affermare il principio fondamentale per cui la struttura della remunerazione deve essere fondata sui risultati conseguiti dalle società e che siano misurabili su una strategia a lungo termine.
Anziché inviarci testi di sue lezioni su etica e mercato, il Ministro Tremonti potrebbe cominciare a fare qualcosa di più concreto per favorire veramente più etica e più responsabilità sociale in questa società, e accogliere i nostri emendamenti sarebbe stato un passo avanti.
E cosa dire delle vostre acrobazie sulla caccia, colleghi della maggioranza? Al Senato e nella prima lettura alla Camera avete letteralmente preso in ostaggio la legge comunitaria sul tema della caccia. Noi abbiamo sventato il rischio di una deregolamentazione totale, che avrebbe trasformato questa legge comunitaria in una legge comunitaria di contrabbando, o meglio, visto il tema, in una legge comunitaria di frodo.
Credo che la lezione di questa legge comunitaria debba essere che non va utilizzata per disciplinare un tema come quello della caccia. Non si interviene a rate, non si interviene su un tema del genere saltando da una legge comunitaria all'altra, con ripetuti colpi di mano.
Noi abbiamo tenuto una posizione lineare e coerente: la nostra mediazione consente una gestione più flessibile solo per alcune specie, e vincola le regioni all'ISPRA; senza toccare peraltro il calendario venatorio, che - lo vorrei ricordare - non era oggetto dei vari rilievi della Commissione europea.
Credo che l'altra lezione da ricavare sia che, su un tema come questo, debbano essere evitate le divisioni ideologiche, le guerre di religione; e quando si cerca di fare delle forzature, come voi in questa lettura alla Camera avete tentato di fare e come avete fatto in Senato, tutto va a pezzi. Il problema per voi, però, è che non siamo andati in pezzi noi: è andata in pezzi la maggioranza, visto il voto così contrastante tra Lega e PdL, ed è andato in pezzi il PdL.
Credo allora che la nostra linea sia coerente e sia sempre stata volta a garantire un equilibrio positivo; e che questa debba essere la linea, anziché dare il via, tentando delle forzature, a degli opposti estremismi.
Vi è una questione, sulla quale in Commissione agricoltura abbiamo presentato delle proposte di legge. La questione vera, il nodo essenziale in questa materia, è la questione dei danni da fauna selvatica all'agricoltura: il nostro invito, dopo la mediazione che con grande fatica e grandi divisioni nel vostro campo avete accettato, è di cominciare i lavori in Commissione su questo punto.
Quindi «no», cari colleghi della maggioranza, noi non ci rassegniamo: non ci Pag. 68rassegniamo ad un vostro atteggiamento che mira sempre e comunque a strumentalizzare la legge comunitaria, ed a strumentalizzare l'Europa per rispondere agli interessi delle lobby, per rispondere agli interessi di questo o quell'altro gruppo, senza tenere mai conto dell'interesse generale. Non ci rassegniamo al fatto che, in questo modo, state tagliando tutti i veri legami con l'Europa: l'abbiamo visto durante i lavori della legge comunitaria in esame, ma l'abbiamo visto anche rispetto a quanto è successo in questi giorni, durante i lavori della legge comunitaria, per quanto riguarda alcune questioni relative alle nomine a Bruxelles. Vedo il presidente Cota oggi presente in Aula: gli vorrei dire che la sua opposizione, l'opposizione di Roberto Cota alla permanenza di Mercedes Bresso alla presidenza del Comitato delle regioni, è una cosa inaccettabile che va contro l'interesse nazionale di questo Paese, perché, in questo modo, rischiamo di perdere l'unica presidenza di un organo che ci sia rimasta nell'Unione europea. E rischiamo di farlo per ragioni faziose, di parte, localistiche, che ben poco hanno a che fare con il nostro interesse nazionale.
Devo purtroppo constatare, dopo l'esperienza che abbiamo fatto in terza lettura alla Camera sulla legge comunitaria ed alla luce delle vicende che hanno accompagnato la legge comunitaria, e che hanno riguardato i rapporti tra Italia ed Europa, che, dopo le elezioni regionali, più Lega in Italia significa meno Italia in Europa. Vi rendete conto che state danneggiando l'intero Paese, senza trarre un concreto vantaggio per voi stessi? E perché, in casi di questo genere, il Governo rimane inerte? Perché sta in silenzio, perché avalla posizioni così contrarie al nostro interesse nazionale? E perché il PdL sta a guardare, rimane passivo, salvo sforzarsi all'ultimo minuto di trovare soluzioni su cui poi si divide al proprio interno?
Signor Presidente, cari colleghi, questo Paese ha un crescente problema di credibilità e di influenza in Europa. Ed è facile capirne il perché: basta osservare cosa è successo questa mattina, nella faticosa mediazione su un provvedimento che, in gran parte, non doveva neppure essere contenuto nella legge comunitaria.
Signor Presidente, vorrei concludere, dicendo una cosa molto semplice. Si tratta di un invito che ho già rivolto ai colleghi di maggioranza, che voglio ancora rivolgere e che spero che questa volta abbia un qualche impatto positivo: se noi in Parlamento, se noi in questo Paese, tra Parlamento e Governo, non prendiamo più seriamente l'Europa e l'Unione europea, sarà molto difficile che l'Europa ci prenda più sul serio

Ultimo aggiornamento (Giovedì 22 Aprile 2010 15:57)

 
Si realizzano siti web personali e per gruppi o associazioni
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