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PRONUNCIATO IERI ALLA CAMERA ALLA PRESENTAZIONE DEL RAPPORTO DEL PROF. MONTI

Se oggi facessimo una ricerca incrociata su Google con le parole Europa e crisi troveremmo una serie infinita di voci e documenti.

La più grande Storia di successo del nostro tempo è oggi quasi automaticamente associata con la parola crisi. Molti anche in Italia si dilettano e si sforzano di fare apparire l’Europa come un’idea perdente.

E’ un atteggiamento nichilista, irresponsabile e perdente.

Oggi l’Europa invece  appare quanto mai necessaria.

Rimane il nostro unico punto di riferimento politico per rispondere alla crisi, dare una speranza alle nuove generazioni, costruire il nostro futuro.

Non sempre perché le decisioni dell’Unione siano sempre le “migliori”, ma perché la stessa crisi ci ha dimostrato che alcune decisioni sono “possibili” solamente a livello europeo.

Per le medesimi e opposte ragioni l’Unione non va fatta laddove non è necessaria.

Allora dobbiamo scuoterci! Oggi gli Stati e i popoli europei hanno paura, sono ripiegati su sé stessi, hanno perso fiducia nelle loro forze e per il mondo esterno.

Ma oggi l’Europa appare anche quanto mai incompleta.

Il più grande errore che potremmo compiere è quello di considerare l’Europa cosa fatta, mentre fatta non è.

Il professor Monti, nel suo rapporto,  prova molto bene il costo della non Europa che stiamo pagando tutti.

L’Europa non è pronta per il mondo di oggi e di domani. Non lo è perché non ha ancora attuato i suoi obiettivi, né di mercato unico, né di unione economica, né di unione “tout court”, cioè politica.

In campo sociale, l’Unione è ancora in gran parte “virtuale”, quindi non esiste, non è unione.

Ed è invece fondamentale realizzare gli obiettivi comuni per ritrovare, come europei, la fiducia di poter contare.

Per farlo, l’Europa deve tornare ai suoi fondamentali:

-        la cooperazione, che rafforza;

-        la solidarietà, che unisce

-        la competizione, che stimola.

E ribadire le scelte dell’apertura e del mercato.

Le frontiere aperte, la libera circolazione di persone, beni, servizi e capitali, sono un bene collettivo da difendere e sviluppare. Lo sono in particolare per noi italiani che tanti benefici abbiamo già tratto e potremo trarre dal mercato unico. Pensiamo all’economia verde, al mercato dei servizi o a quello digitale.

Sono gli elementi che emergono chiaramente come filo rosso del rapporto del professor Monti.

Se non completiamo il mercato unico, l’Europa piomberà in uno scenario di  stagnazione economica “alla giapponese”.

Dobbiamo allora finire il lavoro iniziato 25 anni fa.

Dobbiamo  passare dall’Europa della poesia – e della retorica – all’Europa della prosa – e della pratica, delle decisioni concrete e tangibili per i cittadini e per le imprese. Un ottimo esempio di Europa concreta è quella che elimina la doppia tassa di immatricolazione.

Ciò richiede coraggio e un’assunzione di responsabilità collettiva da parte di tutte le forze europee più responsabili, a destra e a sinistra, per realizzare nuove convergenze economiche e sociali,  per evitare dumping sociale, per garantire crescita e competitività.

Finire il lavoro iniziato nel 1985, in un’Europa che nel frattempo è molto cambiata,  vuol dire quindi rafforzare la dimensione sociale, la cooperazione economica e fiscale e la vita democratica, prevista dal trattato di Lisbona.

Non ci può essere infatti mercato unico senza politica economica comune; non ci può essere Europa sociale  senza  democrazia sovranazionale.

Ultimo aggiornamento (Domenica 18 Luglio 2010 22:31)

 

Mio intervento video di oggi alla Camera in occasione della presentazione del rapporto del prof. Monti sul mercato unico

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 14 Luglio 2010 00:39)

 
- pubblicato su Europa il 6 giugno 2010 -

Le numerose sconfitte subite in Europa da socialisti e socialdemocratici, soprattutto negli ultimi due anni, il successo delle forze liberali di sinistra e ecologiste – come nel Regno Unito, in Olanda o in Francia -  ci obbligano ad alzare la testa, guardare un po’ più in là e interrogarci sulle vere questioni politiche di fondo per il futuro del centrosinistra italiano ed europeo.

Quando la maggioranza dei governi in Europa e Stati Uniti erano progressisti, non é stato veramente elaborato un pensiero politico alternativo al neo-capitalismo liberista di  Reagan e Thacher.

Ed è forse quella la ragione per cui anche di fronte al crollo di quel modello, che ha ispirato gran parte delle destre europee, oggi le forze socialiste non appaiono come un’alternativa credibile.

Questo è il problema.

Quali sono la cause principali del fallimento della socialdemocrazia e di cosa ha bisogno un nuovo progressismo oggi?

Una delle cause principali è quella di aver accettato crescenti disparità di reddito. Siamo passati da una disparità di reddito di 1 a 10, considerato accettabile ai tempi del boom economico degli anni ’60 ad un rapporto di 1 a 400 e oltre… Registriamo delle punte in cui un mese intero di lavoro di un operaio è minore ad 1 ora di retribuzione del manager di quell’impresa!

Perché i riformisti quando erano al governo non hanno avviato un movimento collettivo verso un sistema più equilibrato? Cosa hanno fatto per evitare  questa deriva finanziaria del capitalismo globale”? Si sono accorti della radicale perversione del modello neocapitalista? Sembra proprio di no.

Nè il dibattito  sul “riformismo” sinora ci ha portato molto lontano.

Anzi, ci ha lasciato - in Europa  -  privi di munizioni nel momento in cui le destre al potere, dopo essersi adoperate per 15 anni a buttare fuori lo Stato dall’economia, hanno riscoperto le virtù dell’economia sociale di mercato.

La lotta di Obama per un nuovo sistema sanitario, il braccio di ferro contro Wall Street, le nuove proposte sull’immigrazione sono delle svolte epocali.

Ma noi progressisti europei l’abbiamo veramente capito?

Il progressismo europeo deve allora indicare una nuova via liberandosi di schemi politici e riflessi mentali  che risalgono a prima del crollo del muro di Berlino. In Italia, il partito democratico non può servire a riscrivere la nostra storia, per relativizzare, ad esempio,   la diffidenza dei socialisti italiani verso l’Europa comunitaria o gli errori storici che il PCI ha compiuto, dall’opposizione al mercato comune nel 1957 al No al sistema monetario europeo del 1979. L’europeismo di de Gasperi e La Malfa e l’eurocomunismo di Berlinguer non sono state la stessa cosa né possono essere messe oggi sullo stesso piano. Ma vivere il XXI secolo, e costruire veramente il “partito democratico”, vuol dire andare oltre anche a questo.

Il rischio che corriamo, infatti, è di inseguire perennemente il nostro passato politico, dimenticando che la sfida è fuori, è nel rapporto con la profonda trasformazione che attraversa la società. Ed è per questa sfida che abbiamo dato vita al PD.

Il punto allora non è collocarsi nella tradizionale e logora toponomastica – sinistra, centro, destra con tutte le sue sintesi e variabili – ma riuscire a rappresentare una società sempre più complessa attraverso una nuova azione politica.

Il vuoto ideologico nel quale ci troviamo richiede una revisione profonda capace di superare la tradizionale inerzia del socialismo europeo e di riconoscere gli errori della “terza via”. Ciò significa innanzitutto affermare il primato della politica e lottare contro le crescenti disparità di reddito e le derive finanziarie dell’economia.

Il centrosinistra europeo oggi deve rivolgersi all’intera società,  affermare in modo radicale la promozione dei diritti civili e superare, nei fatti,  logiche e categorie mentali del ‘900. Le istanze di lavoratori, artigiani, piccole imprese, ad esempio,  non sono diverse tra loro, di fronte alle enormi concentrazioni di potere e di denaro, alle nuove oligarchie finanziarie nazionali e globali.

Non si tratta peraltro di salvare il capitalismo – si salva da solo – né di rifondarlo, ma di collocare al centro il lavoro e la produzione reale.

E dobbiamo « globalizzare » la politica. Le ragioni sono note: i mercati globali, la mobilità dei capitali, l’evoluzione tecnologica hanno indebolito i poteri di intervento dello Stato; sotto la spinta dei nuovi populismi nazionalisti e a causa della timidezza e delle esitazioni delle forze europeiste, una logica miope e regressiva sta prevalendo in Europa.

Occorre allora proporre un nuovo modello basato sulla europeizzazione dei partiti politici nazionali, la creazione di un vero spazio politico europeo e la piena realizzazione di quella vita democratica enunciata nello stesso trattato di Lisbona.

Per farlo, la via non può essere quella di rifondare la socialdemocrazia, che peraltro in Italia è sempre stata molto minoritaria, a differenza di altri paesi europei. E che non appartiene né alla storia dei popolari ex DC, né dei DS ex PCI, né degli ulivisti, tantomeno dei liberali, dei repubblicani o dei “ nativi democratici”. Il dibattito nel PD non può allora limitarsi al rapporto col PSE - nostro alleato nel Parlamento europeo -   che potrà essere un nostro partner molto stretto, ma non il nostro partito europeo. Perché se il PD entrasse nel PSE diverrebbe una cosa diversa da quella che abbiamo promesso a milioni di italiani e per cui tanti di noi si sono impegnati con convinzione e entusiasmo. Il PD non cambierebbe il PSE ma il PSE snaturerebbe il PD. Una cosa infatti è fare i conti con le regole di funzionamento del Parlamento europeo, in cui se non ci si allea con uno dei 3 gruppi principali si conta pochissimo. Per questo abbiamo dato vita all’ASDE. Un’altra è compiere una libera scelta sulla scena politica europea, e chiudere il potenziale del PD in schemi novecenteschi che poco hanno a che fare con quella “quarta via” democratica che abbiamo deciso di percorrere assieme. Il PD ha senso solo se esplora con coraggio la terra incognita del nuovo mondo post-crisi, non se veleggia con pilota automatico verso le terre socialiste, seppur ribattezzate. Occorre infatti superare le tradizionali divisioni politiche tra le diverse forze di centrosinistra: socialisti, liberali di sinistra, democratici, verdi. Non per riproporre su scala continentale l’esperienza italiana – peraltro ancora incompleta -  ma per costruire una nuova proposta europea, nuove alleanze politiche tra forze e partiti alternativi alle destre. Alleanze di cui il PD potrà essere protagonista tanto più credibile in quanto libero da appartenenze alle famiglie politiche oggi esistenti in Europa. Su questo però, a giudicare anche dal dibattito tenutosi la scorsa settimana a Roma sul ruolo dell’Italia in Europa, c’è ancora molto lavoro da fare. Le terre democratiche sono ancora lontane e i “nativi” del PD ancora troppo pochi.

Ultimo aggiornamento (Domenica 18 Luglio 2010 22:28)

 

Condivido alcune considerazioni che ho già sviluppato in precedenti articoli e che ho rivisto e approfondito per gli incontri  alla Festa PD di Cesena e all'incontro al Circolo PD Balduina di Roma assieme a Visco.

Molto tardi per ora non troppo poco.

Finalmente, dopo mesi di esitazioni e di miopie nazionali, l'Europa con tale intervento a favore della Grecia ha dato un segnale politico forte e ha reagito in modo convincente alle recenti speculazioni finanziarie contro l'euro e quindi contro noi tutti.

L'Europa ha finalmente dato un segno di vitalità, ma dobbiamo guardare un poco più lontano, trascorsi ormai 60 anni da quella prima dichiarazione sull'avvio del processo di integrazione europea, mi riferisco alla «dichiarazione di Schuman», che aveva pregi e qualità che i Governi di questa Europa oggi non hanno, ovvero l'essere coraggiosi e visionari.

Cerchiamo allora di capire cosa è mancato all'Europa anche in tale vicenda, nell'elaborazione e approvazione di questo accordo e cosa dobbiamo fare invece per ridurre questa incompletezza e adeguatezza dell'Unione europea a intervenire su materie come l'euro e l'unione monetaria, così importanti per il nostro presente e futuro.

Un’Europa – lo voglio ricordare come fa spesso e giustamente Bersani – dominata dalle destre, spesso populiste e nazionaliste, un’Europa in cui ci sono solo 6 governi di centrosinistra su 27, in cui il PPE e le altre destre xenofobe euroscettiche sono la maggioranza al PE.

Cerchiamo di capire come passare dall’Europa della poesia – e della retorica – all’Europa della prosa – e della pratica.

È innanzitutto mancato in questi mesi quello spirito di solidarietà «di fatto», proprio per citare la famosa «dichiarazione Schuman», senza la quale l'Europa e soprattutto anche l'unione economica sono semplicemente impossibili.

Se ognuno va per la sua strada i risultati non si raggiungono e i rischi monetari, economici e politici aumentano per noi tutti.
Quindi ci sarebbe bisogno di meno egoismo e di più lungimiranza.

Inoltre è mancata la tempestività: la decisione di cui stiamo discutendo oggi è stata presa il 9 maggio e poteva benissimo essere presa almeno sei mesi prima (poteva benissimo essere presa nel gennaio di quest'anno).

Le esitazioni delle Cancellerie nazionali ci hanno letteralmente portato sull'orlo del baratro; esitazioni dovute alla debolezza delle politiche nazionali delle destre, troppo dipendenti a breve termine, troppo legate all'ultimo sondaggio o all'imminente elezione locale o regionale.

Occorre molta meno miopia e molta più visione.

Inoltre è mancata la spinta a sfruttare finalmente i Trattati esistenti. Merkel, Sarkozy e Tremonti, addirittura per nascondere le loro esitazioni, si sono lanciati in proposte di revisione dei Trattati.

Non è necessaria alcuna revisione dei Trattati per dare all'Europa quegli strumenti di politica economica di cui ci sarebbe bisogno oggi per evitare, alla prossima crisi, di dovere intervenire nell'emergenza (così come si sta facendo con questo provvedimento).

L'Europa non dispone certo di tutti gli strumenti ordinari d'emergenza per governare la zona euro ma ne ha alcuni.

Tra questi c'è la possibilità appunto - è la base sulla quale il provvedimento che a favore della Grecia si fonda - di dare assistenza finanziaria ad uno Stato membro in caso di circostanze eccezionali.

È su questa possibilità che si basa l'intervento europeo. Occorrerebbero meno pretesti e più azione.

In questi mesi, insieme alla Grecia, tutta l’Unione Europea si trova a vivere una fase decisiva per il suo futuro.

La crisi economica della Grecia è la più grande mai verificatasi sin dalla creazione dell’Unione economica e monetaria. È certamente un problema europeo che richiede risposte comuni più rapide e più forti.

L’ipotesi di lasciare Atene al suo destino, sul criterio del “chi sbaglia paga” non meritava  nemmeno di essere discussa. Finiremmo per pagare tutti, e ben di più di quanto non richieda il salvataggio. (E per altro, più aspettavamo ad intervenire e più salto sarebbe stato il conto per tutti…)

Vi è poi un secondo problema di dimensione europea connesso alla vicenda, un problema di natura politica, forse anche più grave del primo.

Le resistenze, i tira e molla, le indecisioni manifestate dal governo tedesco prima dell’assenso, fortemente condizionato  da calcoli ed esigenze di politica interna, sul piano di salvataggio hanno aperto uno scenario molto preoccupante.

La Germania per giorni è apparsa ripiegata su se stessa, incapace di vedere come in passato nell’Europa la miglior tutela del proprio interesse nazionale e soprattutto lo spazio naturale della sua affermazione politica ed economica.

I tentennamenti di Berlino hanno lasciato intravedere un cambiamento di prospettiva: la Germania è intervenuta  non esercitando quella leadership che storicamente le compete, ma per un calcolo finanziario strettamente interno.

Già oggi, nonostante ciò venga completamente tralasciato dal dibattito tedesco, la Germania, in rapporto al proprio PIL, non si è affatto impegnata a pagare di più di noi italiani, dei francesi o degli stessi spagnoli.

Inoltre, il debito della Grecia rappresenta veramente una parte irrisoria rispetto ai volumi dell’U.E.M.. possiamo immaginare di non poter agire meglio e più rapidamente?

Per la prima volta la Germania si sottrae platealmente al ruolo di solido riferimento politico della vicenda europea. Sono lontani i tempi del cancelliere Helmut  Kohl. Angela Merkel non ha né il coraggio né la visione del suo mentore politico.

Oggi gli europei pagano il costo della “non Europa”, della mancanza di un governo europeo.

Alcune cifre per capirci:

  1. il deficit medio della zona euro è pari al 6.5%, quello americano e giapponese sono del 10%;
  2. il debito integrato europeo è 1/3 di quello giapponese e inferiore del 10% rispetto a quello USA, con 25 milioni di europei in più.

Traduzione: paghiamo tutti, molto care, le divisioni dell’Europa, la mancanza di politiche e regole comuni.

E chi presiedeva il consiglio Ecofin, nel 2003, quando le poche regole saltarono con la decisione - poi dichiarata illegittima - di non applicare le sanzioni contro Parigi e Berlino? Tremonti naturalmente. ….

Tutto nero dunque? No, non tutto.

Nei prossimi mesi sarà necessario, noi del PD lo auspichiamo vivamente, compiere un deciso passo in avanti verso l’integrazione delle politiche economiche dei paesi membri.

Dall’inizio di maggio, fino alla fine dell’anno, l’Europa è chiamata a prendere decisioni importanti per una più forte integrazione economica. Ciò significherà istituire dei meccanismi più efficaci di sorveglianza multilaterale e un coordinamento più forte delle politiche economiche e delle decisioni finanziarie nazionali (vedi comunicazioni Commissione europea).

Ciò significherà anche, inevitabilmente, impegnarsi su un altro punto fondamentale: nuove e vere politiche di crescita e miglioramento della competitività economica

Senza questo elemento infatti, la situazione diverrà insostenibile. Il rigore nei conti pubblici da solo, senza un vero impegno per la crescita,  non basta.

L’Europa deve finalmente avere una vera politica economica e industriale.

I vincoli di coordinamento europeo vanno rafforzati sfruttando pienamente il Trattato di Lisbona e il raggiungimento degli obiettivi di competitività va sostenuto da un meccanismo di premi e sanzioni legati ai fondi europei.

Se non mi impegno veramente a portare avanti le riforme strutturali necessarie a livello nazionale, se non oriento il mio bilancio verso gli obiettivi comuni, non c’è ragione che l’Europa metta a mia disposizione i fondi strutturali al servizio di quegli obiettivi.

Ma coordinamento e sorveglianza non possono significare solo rigore e tagli.

Devono essere anche messi al servizio della promozione di crescita e lavoro a livello europeo.

La Commissione Barroso ha fatto buone proposte per maggior sorveglianza multilaterale.

Ma rischia di commettere gli stessi sbagli del passato: cioè di trascurare i benefici potenziali di un coordinamento positivo delle politiche economiche nazionali ed europee per la crescita.

LA CRISI CI E’ GIA’ COSTATA 1000 MILIARDI DI EURO!

Cioè 2000 euro pagati da ogni cittadino europeo…

LA CRSI HA GIA DISTRUTTO 7 MILIONI DI POSTI DI LAVORO!

Alla fine del 2010, in Europa ci saranno 23 milioni di disoccupati.

  1. Coordinamento macroeconomico per la crescita
  2. Patto europeo per il lavoro: basato su sgravi fiscali su lavoro e impresa, formazione professionale, lotta contro la precarietà, accordi tra parti sociali per aziende in crisi o che intendono reinvestire in Europa
  3. Forte dimensione sociale per l’inclusione e la giustizia sociale: riduzione povertà, eguaglianza uomo/donna; occupazione giovanile
  4. Trasformazione delle nostre strutture di produzione, consumo e trasporto per “decarbonizzare” la nostra economia e per una società più sostenibile
  5. Legittimità e responsabilizzazione dei governi nazionali nel’attuazione delle strategie europee (Europa 2020)
  6. Vigilanza europea integrata sulle operazioni di borsa e finanziarie e divieto delle operazione finanziarie più pericolose (come i Credit Default Swaps – CDS)
DILEMMA: I CONSERVATORI GIA’ PARLANO DI “EXIT STRATEGY”.

MA OGNI RIDUZIONE DELLO STIMOLO FISCALE RISCHIA DI PEGGIORARE LA SITUAZIONE PER LA CRESCITA E IL LAVORO.

Cosa proponiamo?

Va rivista la struttura del bilancio comunitario già ora, e lo si dovrà aumentare dopo il 2013 andando oltre il risibile 0.98% del PIL europeo, per utilizzare almeno il tetto massimo dell’1,27%.

PERCHE’?

Perché qualsiasi analisi della produttività della spesa dimostra con facilità che 1 euro speso insieme con strategie europee è di gran lunga più efficiente di 4 centesimi spesi in modi diversi da 27 stati diversi.

E dove trovare ulteriori risorse per gli investimenti pubblici?

Attraverso nuovi partenariati con la Banca europea degli investimenti, con il ricorso a eurobond, introducendo nuove risorse proprie.

Facciamo la scelta dell’economia verde?

Introduciamo una tassa sulle emissioni di carbonio da destinare al bilancio europeo.

Vogliamo lottare contro un sistema finanziario che ha disumanizzato il lavoro ed esaltato una logica disumana?

Accordiamoci per tassare determinate transazioni finanziarie.

Una tassa dello 0,05% porterebbe al bilancio europeo 200 miliardi all’anno!

Ciò significherebbe un aumento del PIL europeo dell’1.3% e la creazione di 2 milioni di posti di lavoro.

Infine, la crisi è seria, i governi sono preoccupati, ma non hanno preso sinora seriamente nessuna delle strategie europee. Tempo scaduto. Occorre decisa inversione di rotta.

Un’assunzione di responsabilità politica collettiva è urgente e implica una mobilitazione dei governi e dei parlamenti nazionali. Abbiamo esaurito le nostre chances, non possiamo permetterci di sprecare anche questa crisi. Senza Europa non c’è futuro per gli europei, tedeschi inclusi.

SE IN EUROPA VIVIAMO UNA CRISI IN ITALIA VIVIAMO UN VERO E PROPRIO DRAMMA CAUSATO DA UN GOVERNO DA FARSA, DI PAGLIAGCCI E BUGIARDI

Il governo Berlusconi ha mentito per due anni agli italiani.

“La crisi non c’è”, diceva Tremonti, “anzi, è passata…”.

All’improvviso, l’ineffabile tributarista  che si vuol far credere filosofo, ministro per 8 anni negli ultimi 10, scopre una crisi storica. La sua risposta? “Lo avevo previsto nei miei libri… mancavano solo le date….”.

Peccato però che per 8 anni non abbia fatto nulla contro le speculazioni; anzi, ha esaltato il sistema turbocapitalista, la finanza creativa, le cartolarizzazioni. Ridicolo?  No, tragico: è il nostro ministro dell’economia…

Da qualche tempo, dopo aver lungamente criticato l’idea stessa dell’euro, il tributarista sembra pure aver scoperto l’Europa.

Addirittura evoca oggi quella “governance economica” che, nel 2002, lui stesso definiva “un  neo-fascismo”.

Insomma, si conferma quello che è: incompetente, falso e pericoloso.

 

Il governo ha poi smentito sé stesso.

Dopo averci attaccato dal 2006 al 2008 per la nostra lotta all’evasione fiscale, dopo aver abolito le misure antievasione del nostro governo, basa praticamente la metà della sua manovra reintroducendole.

Peccato però – per tutti noi in realtà – che Tremonti e Berlusconi non abbiano nessuna credibilità nella lotta contro l’evasione, dato che se si prende solo il dato IVA, l’evasione IVA è sempre diminuita sotto i governi di centrosinistra e sempre aumentata con le destre.

Il governo ha presentato la manovra come “europea”. Europea? Mica tanto…

Una manovra europea deve ridurre la spesa in modo permanente, garantire equità sociale e avere il minor impatto recessivo possibile.

Invece, con Tremonti la spesa pubblica ha continuato ad aumentare dal 2008, del 4,5% ogni anno. E continuerà a farlo dopo che si sarà esaurito l’effetto di queste misure “una tantum”.

Questa manovra non è socialmente equa e diminuirà ancora di più il potere d’acquisto di milioni di lavoratori dipendenti.

E cosa prevede per la crescita? Nulla, come rilevato dallo stesso Draghi nella sua relazione annuale.

Ma la crescita  è un problema o no? Se lo è, la manovra è sbagliata. Se non lo è, allora non c’è crisi, e perché si fa questa manovra?

Chi saranno le prime vittime della manovra? I giovani, sui quali in sostanza viene lasciata una montagna di ipoteche. E ancora di più quei 2 milioni di giovani scoraggiati, che da mesi non studiano, non trovano lavoro, non possono formarsi.

La manovra delle ineguaglianze. Va combattuta.

Come ci ha insegnato Amartya Sen, la recessione si supera combattendo le ingiustizie, non facendola pagare ai più deboli!

Ultimo aggiornamento (Lunedì 05 Luglio 2010 23:33)

 

La mia intervista sul Sole 24 ore.com

Ultimo aggiornamento (Lunedì 05 Luglio 2010 10:43)

 

Il rinnovamento? Che cos’è, dopo tutto? E’ stato il filo rosso degli “Stati Generali del Rinnovamento”,  incontri e scambi organizzati da Libération e Le Nouvel Observateur à Grenoble. Rinnovamento del centrosinistra francese ed europeo, attorno ai temi d’attualità: le pensioni, la povertà, l’esclusione, la crisi europea, la laicità. Rinnovamento attorno a nuovi valori di cui abbiamo dibattuto con deputati – come François Hollande, Jean-Luc Benhamias, Eva Joly, Jean-François Kahn, Pierre Moscovici, Dominique Voynet -  giornalisti, tra cui Laurent Joffrin e Max Armanet e rappresentanti di tante associazioni francesi. In un momento di confronto con sarkozysmo e berlusconismo, gli Stati generali hanno rappresentato l’occasione di riflettere ad un’alternativa politica, sociale e citoyenne. Un’alternativa che deve coinvolgere tutte le forze di opposizione: democratici, socialdemocratici,  radicali, ecologisti, liberali di sinistra.

Di fronte alla crisi, dobbiamo mostrare coraggio.

Coraggio innanzitutto di rimettersi in discussione, partendo dagli errori del centrosinistra europeo. Gli ostacoli sono tanti: eccessiva personalizzazione della politica, veduta corta, oblio dell’interesse generale, dipendenza dall’ultimo sondaggio o dall’imminente elezione locale.

Reagire significa riassumere le proprie responsabilità politiche, rendere conto dei risultati raggiunti, capacità di portare gli elettori  dove non andrebbero spontaneamente.

Significa uscire dall’individualismo. Nelle “mediacrazie” come l’Italia, presa a modello di ciò che altri paesi europei non devono diventare, è forte la tentazione di vedere, a destra come a sinistra, degli istrioni monopolizzare tutto lo spazio pubblico. Di qui la necessità di uscire dall’antipolitica, che si sta manifestando in tanti paesi europei e che non rivoluzionaria ma reazionaria, un                                       senza alternative. Significa ridare fiducia alla gente, ai movimenti, alla società civile, riconoscendo che è sulle gambe delle persone e non attraverso le leggi che viaggiano i veri cambiamenti. Arrestare il degrado sociale e l’erosione della cittadinanza; organizzare il nostro rifiuto collettivo: costruire un nuovo progressismo europeo. Tutto ciò richiede tempo, non si risolve tutto in un discorso, in un dibattito televisivo, in una manifestazione. Richiede partecipazione pubblica e democratica, un ampio dibattito in tutte le dimensioni della sfera pubblica.

Votare non basta. Solo la partecipazione e la libera informazione garantiscono che tutti possano veramente “pesare” nel dibattito pubblico. Solo la consapevolezza garantisce pluralismo e democrazia. Sfide di società da affrontare insieme, politica, movimenti e cittadini. Oggi infatti la politica, i partiti, non possono più, da soli, cambiare la società. Se la politica non può più tutto, la politica è però dappertutto. E’ chiamata a scegliere, a risolvere i problemi immediati, ad anticipare quelli che sorgeranno. A proporre un’alternativa partendo dalle nuove esigenze della gente.

Riaffermare in modo radicale la promozione di diritti civili, sulla base del principio della libera scelta, per costruire una famiglia, scegliere di curarsi, scegliere di diventare cittadino di un paese. Lottare in modo duro contro le oligarchie e le corporazioni economiche, contro tutti i conflitti di interesse. Non si tratta poi di salvare il capitalismo – si salva da solo – né di rifondarlo, ma di collocare al centro il lavoro e la produzione reale.

Il nuovo centro sinistra europeo deve riaffermare il primato della politica, la lotta contro le crescenti disparità di reddito e le derive finanziarie dell’economia e deve globalizzare la politica. I mercati globali, la mobilità dei capitali, le evoluzioni tecnologiche hanno fortemente indebolito il potere di intervento dello stato. Pressati dai nuovi populismi e nazionalismi, indeboliti dalla timidezza e dalle incertezze degli europeisti, non abbiamo impedito la frammentazione dell’Europa in tante piccole patrie chiuse e impotenti. Democratici, socialdemocratici, verdi, liberali di sinistra insieme devono superare le loro divisioni in Europa e costruire nuove alleanze per una vera democrazia sovranazionale europea.

Ultimo aggiornamento (Lunedì 28 Giugno 2010 15:09)

 

Alcune riflessioni sull'immigrazione e le seconde generazioni in Italia - dibattito sulle seconde generazioni con Emiliano Boschetto, coordinatore circolo PD Casalbalocco (Roma), Igiaba Scego, scrittrice, Khalid Chouki, responsabile immigrazione giovani PD alla Festa democratica di Ostia Antica.

DIBATTITO IMMIGRAZIONE

Arnold Scharwenegger

Martina Navratilova

Isaac Asimov

Sono solo tre esempi di naturalizzati cittadini americani. Non sono nati sul suolo statunitense ma sono divenuti cittadini americani oltre che famosi scrittori, sportivi, governatore della California per due mandati.

L’unica cosa che non possono fare negli Stati Uniti è diventarne il Presidente. Ma i loro figli – se nati sul suolo americano – si.

E in Italia?

In Italia invece ci sono tanti “figli di un diritto minore”, tanti italiani per scelta a cui viene complicata la scelta. Tanti italiani per cultura la cui “italianità” ufficiale deve venire concessa dopo una corsa ad ostacoli contro la burocrazia.

Sono i cosiddetti immigrati di seconda generazione.

Definire le seconde generazioni è meno scontato di quanto non appaia.

Confluiscono in questa categoria casi assai diversi, che spaziano dai bambini nati e cresciuti nella società ricevente, agli adolescenti ricongiunti dopo aver compiuto un ampio processo di socializzazione nel paese d’origine.

La « Generazione 2 » riguarda i figli di immigrati nati in Italia; la « Generazione 1.75 » i bambini arrivati in Italia prima di cominciare la scuola; la « Generazione 1,25 » i ragazzi che emigrano tra i 13 e i 17 anni: quelli per cui l’integrazione sembra piu` difficile.

Una nuova generazione che, a differenza delle prime, matura aspettative sia da parte della famiglia che dalla societa` nella quale vivono. Che ha modi di vita, competenze e valori simili a quelli della popolazione autoctona. Che presenta tuttavia specificità e problematiche, spesso anche provocate da debolezze della società e della legislazione italiane.

Sono la “generazione Ballottelli” come sono stati definiti.

Ci dimostrano quanto sia vecchio un paese che ragioni ancora sul diritto di sangue per  distinguere i propri cittadini. Sono le famose “seconde generazioni”, i giovani che sono nati in Italia o che ci sono  arrivati in Italia prima di cominciare la scuola, che non possono essere definiti immigrati, perché non lo sono, ma nemmeno italiani perché il diritto di cittadinanza viene loro negato o ristretto.

A volte sono sospesi tra due mondi, quello di origine e quello nel quale si trovano a vivere. Ciò nonostante sono loro a mostrarci la possibile soluzione. Sono loro a mostrare una convergenza di abitudini, di costumi con i coetanei italiani, una voglia di integrazione con gli italiani  e un’apertura mentale che si scontra con la chiusura della nostra società, della nostra legislazione e della proposta in esame.

Ma se vogliamo una vera integrazione non possiamo certo trattarli come “figli di un diritto minore”. Si, perché le seconde generazioni, gli “italiani col trattino”, oggi sono figli di un diritto minore, vittime di una visione anacronistica della nazione.

La crisi di identità c’è in chi non ha senso di appartenenza…e come volete che si crei questo sentimento, se i provvedimenti che proponiamo li emarginano rispetto ai coetanei, se frequentano le stesse scuole, hanno le stesse aspirazioni, gli stessi sogni ma ad un certo punto scoprono di non avere gli stessi diritti, le stesse opportunità.

Insistere sulle seconde generazioni è dunque utile anche per meglio spiegare come si dovrebbe realizzare quel processo di integrazione “a doppio senso” basato di un adattamento reciproco tra società di accoglienza e nuovi residenti, partendo dal rispetto reciproco e dalla dimensione umana – non di ordine pubblico o sicurezza – degli immigrati o dei “nuovi italiani”. Senza dubbio, le seconde generazioni possono da questo punto di vista divenire un potente fattore al servizio di nuove politiche di integrazione ma anche una spia del loro eventuale fallimento.

Lo sforzo che questo dibattito impone è grande, me ne rendo conto, richiede una apertura mentale tale da farci capire e accettare che si può essere italiani “per scelta”.

L’unico strumento per costruire insieme, con un atto di volontà individuale e collettiva, un nuovo patto repubblicano è la piena integrazione sancita dalla cittadinanza.

Alle piccole patrie etniche care alla Lega, dobbiamo rispondere con un nuovo patriottismo costituzionale italiano, con i piedi nel presente e lo sguardo rivolto al futuro.

Problemi: invisibilità – assistenzialismo – assenza di partecipazione

Strumenti: eguaglianza – legalità – rispetto reciproco

Risultato possibile: Nuova convivenza civile

Un tema centrale è il diritto di voto: funzionale al passaggio da politiche assistenziali e paternalistiche ad una piena partecipazione politica e civica basata su una piena eguaglianza di diritti e doveri.

La questione dell’immigrazione in Italia, invece,  è oggi ridotta unicamente ad una questione di ordine pubblico. Ha perso, se mai l’ha avuto, qualsiasi aspetto umanitario.

Non si guarda alle persone, ai loro drammi. Non si guarda ad una vera convivenza civile, tutto è solo un problema di polizia.

Sull’immigrazione, infatti, occorre un nuovo approccio. E un problema su cui ci si divide troppo spesso tra ottimisti ciechi e pessimisti che vedono pericolo ovunque, tra chi fa lo struzzo e chi il gufo.

Diniego sociale della trasformazione della nostra società. Immigrati sono considerati invisibili. Li si espelle dal dibattito politico-sociale prima ancora di espellerli fisicamente.

Ma cosi si ribaltano i termini della questione!

Destra: basa la sua politica su un assunto folle: tanto più si rende la vita difficile agli immigrati, tanto più saremo sicuri.

Falso! Accade invece esattamente il contrario.

Cosi, a chi importa del danno sofferto da un bimbo che un giorno torna da scuola e non trova più suo padre, perché espulso, magari dopo essere entrato in Italia regolarmente, aver perso il lavoro, e quindi divenuto irregolare.

BOSSI FINI

Si, non mi stancherò mai di dirlo: la Bossi – Fini produce irregolarità, devianza, rischi, crimine.

Si basa su regole che annientano l’uomo mentre sarebbe nostro interesse avere regole a misura d’uomo, a misura della famiglia, a misura dell’educazione e della convivenza.

La Bossi- Fini e le proposte della maggioranza sulla cittadinanza, compiono la scelta della chiusura, della diffidenza, guarda al passato.

Chiusura e diffidenza verso i cittadini stranieri con prevalenza del legame di sangue con indebolimento del diritto di cittadinanza per chi nasce in Italia, in netta controtendenza rispetto agli orientamenti dei principali paesi  dell’Unione europea. Chiusura, diffidenza e basta? No, anche molta xenofobia e razzismo. Più volte l’Alto Commissario ONU per i diritti umani, Novi Pillay, ad esempio, ha affermato che in Italia ci sono pregiudizi pericolosi nei confronti degli immigrati da parte di politici e media e che dipingere gli immigrati come criminali può portare a nuove tensioni.

CITTADINANZA: SEMPRE PIU’ LONTANI DALL’EUROPA

Certo, la cittadinanza è una fondamentale scelta nazionale, una scelta che corrisponde alla visione di società e di convivenza civica di un paese.

Ma per un paese europeo, è anche un contributo alla realizzazione di una spazio di libertà, di diritti e di cittadinanza condiviso nella stessa Unione.

E guardiamo all’Europa allora. Il Parlamento europeo, nella sua risoluzione del 2 aprile 2009, spronava gli stati membri a rivedere  i modi di acquisto e perdita della cittadinanza per " offrire ai cittadini dei paesi terzi che soggiornano legalmente in maniera prolungata l'opportunità di ottenere la cittadinanza dello Stato membro in cui risiedono"; invitava a riesaminare le loro leggi sulla cittadinanza e ad esplorare le possibilità di rendere più agevole per i cittadini non nazionali l’acquisizione della cittadinanza e il godimento dei pieni diritti, superando la discriminazione fra cittadini nazionali e non nazionali, in particolare a favore dei cittadini dell’Unione; e suggeriva di favorire lo scambio di esperienze sui sistemi di naturalizzazione per un maggiore coordinamento quanto ai criteri ed alle procedure di accesso alla cittadinanza dell'Unione, in maniera tale da limitare le discriminazioni che i diversi regimi giuridici comportano.

Certo, la cittadinanza non garantisce automaticamente l’integrazione, ma non c’è vera integrazione senza cittadinanza.

Ultimo aggiornamento (Lunedì 05 Luglio 2010 11:08)

 

NEL 1994 NEW YORK si preparava ad eleggere il sindaco. I contendenti in gara erano due: il sindaco uscente, IL DEMOCRATICO DINKINS, e lo sfidante, IL REPUBBLICANO GIULIANI. Il pezzo forte della campagna di Giuliani era la lotta alla criminalità. Giuliani sosteneva che I CRIMINI commessi a New York avevano raggiunto LIVELLI INTOLLERABILI, come tutti i cittadini potevano constatare da soli, e come lui sapeva per esperienza diretta, visto che lavorava come RAPPRESENTANTE DELLA PUBBLICA ACCUSA.

Giuliani propose UN’INNOVATIVA STRATEGIA di contenimento del crimine, basato sul concetto di TOLLERANZA ZERO. Cioè PIÙ REPRESSIONE E NESSUN PATTEGGIAMENTO con i criminali, in particolare se recidivi.

Alla fine della campagna elettorale, GIULIANI FU ELETTO SINDACO. IL NUMERO DI CRIMINI DIMINUÌ durante gli anni del suo mandato e cinque anni dopo GIULIANI FU RICONFERMATO SINDACO.

Bella storia. Somiglia molto a una uguale CHE CI HANNO PROPINATO anche in Italia i rappresentanti delle destre che ci affliggono.

Solo che questa storia è basata su TRE MACROSCOPICHE FALSITÀ.

LA PRIMA: NON È VERO che gli indici di criminalità avessero raggiunto UN PICCO PRIMA dell’elezione a sindaco di Giuliani. A NEW YORK tutti i reati stavano subendo UN CALO COSTANTE DA CINQUE ANNI prima che Giuliani venisse eletto, CONTINUARONO A CALARE mentre lui era in carica e CALARONO ANCHE DOPO che lui lasciò il municipio.

SECONDA BALLA: non era vero che la cosiddetta TOLLERANZA ZERO servisse a far diminuire i reati.

TERZA OVVIA BUGIA: non c’era ALCUN MERITO di Giuliani nella diminuzione dei reati.

LE RAGIONI REALI del fenomeno sono state analizzate da economisti, statistici e sociologi e NON DIPENDEVANO AFFATTO dall’azione di Giuliani. Eppure il sindaco repubblicano di New York conquistò due mandati grazie a TRE ELEMENTI TAROCCATI.

Prima diede una RAPPRESENTAZIONE FALSATA DELLA REALTÀ, poi propose UN RIMEDIO CHE NON SERVIVA A NIENTE ma faceva presa sul modo di ragionare della MAGGIOR PARTE DELLE PERSONE, infine si attribuì il merito di risultati che NON DIPENDEVANO DA LUI.

Costruì una vittoria politica importante su un buon RACCONTO DELLA REALTÀ, dal suo punto di vista, che fece presa sul suo elettorato.

Perché vi ho raccontato questa storia? Perché noi siamo messi, circa, come il sindaco perdente, Dinkins.

Non dico che dobbiamo imitare IL COMPORTAMENTO DISINVOLTO della destra che fa del marketing politico quasi la sua UNICA ARMA. Però, magari, è il caso che IMPARIAMO A RACCONTARE LA REALTÀ in modo efficace dal nostro punto di vista.

Ho letto da poco l’ennesimo sondaggio molto sconsolante per il Pd. Mentre BERLUSCONI E IL SUO PARTITO SONO AL MINIMO STORICO, noi siamo intorno al 27 per cento. Cioè mentre imperversa LA CRISI PEGGIORE, affrontata dal governo Berlusconi NEL MODO PEGGIORE, il partito più importante dell’opposizione invece di aumentare i suoi consensi li vede diminuire. E, la cosa più deprimente è che il motivo per cui tutto questo accade è semplice. Semplicissimo.

Noi non abbiamo mai IL RACCONTO GIUSTO da proporre agli elettori.

Noi siamo bravissimi a fare analisi, usando LINGUAGGI UNIVERSITARI, TECNICI e approfonditi che NON FANNO ALCUNA PRESA sulla stragrande maggioranza degli elettori.

Noi proponiamo VECCHIE ANALISI, VECCHIE PAROLE, e le facciamo pronunciare da VECCHIE FACCE. Per fare un esempio, sulla crisi attuale noi abbiamo aspettato sin troppo per avanzare al nostro governo, in nome di tutti gli italiani, una domanda banale: Caro Silvio, caro Giulio, avete finito di PRENDERCI IN GIRO?

Volete continuare per molto a dire che diminuirete le tasse, quando LE AVETE AUMENTATE E CONTINUATE A FARLO?

Volete smetterla di dichiararvi federalisti e leghisti, quando AVETE TAGLIATO I FONDI sempre e solo a regioni e comuni? Volete piantarla di dire che taglierete gli sprechi? Quello che fate, invece, è tagliare la spesa delle AMMINISTRAZIONI VIRTUOSE, regionali, comunali o federaliste che siano, per alimentare gli sprechi della vostra INEFFICIENTISSIMA, CENTRALISSIMA, MACCHINA STATALE.

Quello che fate voi è TAGLIARE AI VIRTUOSI senza riempire il buco nei conti pubblici. QUELLO CHE FATE VOI è tagliare senza diminuire il debito il che ci condanna a nuovi pesantissimi tagli.

Caro ministro Tremonti, la esorto a smettere di raccontarci favole sulla crisi mondiale.

In quasi dieci anni di governo lei si è rivelato bravissimo, un vero campione, IN UNA COSA SOLA: ATTRIBUIRE AGLI ALTRI LA COLPA DELLA SUA INCAPACITÀ.

Il suo ministero è stato afflitto dalla crisi del 2001, dovuta alla Enron, poi da quella legata all’attacco delle torri gemelle, poi da quella successiva legata alla guerra in Iraq, poi da quella di borsa del 2008, peraltro da lei considerata fino all’altro ieri di nessun effetto per i nostri conti. Dopo tanta lungimiranza, adesso lei si rifugia dietro la crisi greca. Be’, diciamo la verità: o lei è molto sfortunato, OPPURE È UN INCAPACE o PIU’ PROBABILMENTE, entrambe le cose.

In tutti i casi, DELLE SUE RICETTE DELLA NONNA CONTRABBANDATE PER GRANDE ECONOMIA, l’Italia non sa che farsene.

Però, ribadisco, se un personaggio improponibile come lei imperversa sui media italiani SPACCIANDOSI PER UN ECONOMISTA, la colpa è stata anche nostra. Dovevamo dire immediatamente che QUESTA MANOVRA FA SCHIFO.

Io penso, molto semplicemente, che questa manovra SIA SBAGLIATA DALL’INIZIO ALLA FINE e sia un chiaro segno della pochezza politica della destra.

E aggiungo che noi non dovremmo farci coinvolgere in discussioni surreali tutte le volte che il governo rifila una fregatura agli italiani.

Io penso che LASCIARSI INFINOCCHIARE DA TREMONTI E BERLUSCONI intorno a discussioni amene sulla libertà d’impresa sia sciocco e fuorviante. Gli italiani vogliono che si parli dei LORO PROBLEMI URGENTI e non di teoria astratta intorno a principi costituzionali. Discutere ADESSO di libertà d’impresa è UN NON PROBLEMA, L’ENNESIMO FAVORE a una destra ansiosa di parlare d’altro.

Sono profondamente convinto che in questo momento storico per l’Italia dobbiamo riuscire a imporre IL NOSTRO RACCONTO della realtà e a mettere in crisi quello della destra. Dobbiamo riuscire a indicare i punti di sofferenza della società, PROPORRE RIMEDI PRATICI E POCO IDEOLOGICI, evidenziare il dilettantismo dell’azione economica del governo Berlusconi e i danni che produce. Dire chiaramente come pensiamo di fare per evitarli.

UN LAVORO DIFFICILE per il quale, però, siamo PERFETTAMENTE ATTREZZATI.

Basta VOLERLO fare.

RENDENDOSI CONTO che questo lavoro non può essere affidato a chi propone VISIONI SUPERATE, usando PAROLE ANTICHE pronunciate da FACCE CONSUMATE NELLE BATTAGLIE DEL PASSATO. E mi riferisco a Berlusconi e molti dei suoi principali ministri, come Tremonti, ma anche a tanti uomini e donne del Pd che in questo ultimo anno si SONO ALLONTANATI DALLA REALTÀ.

FACCE CHE IN UN ANNO SONO INVECCHIATE DI QUINDICI, per il semplice fatto che sono rimaste ancorate a vecchi schemi politici, buoni per il ventesimo secolo, non certo per la velocità dei problemi di oggi.

FACCE CHE SONO APPASSITE semplicemente rimanendo ferme mentre intorno a loro tutto viaggia a velocità crescente.

Troppo facile addossare tutte le cause dei mali dell’Italia a Berlusconi. Se il centrosinistra fosse stata all’altezza, oggi non sarebbe all’opposizione.

IL NOSTRO RACCONTO dell’Italia, il racconto che io vi propongo è chiaro. Siamo UN PAESE IN DIFFICOLTÀ, CHE CRESCE CON FATICA E HA UN DEBITO PESANTE. Però ABBIAMO LE RISORSE, L’INTELLIGENZA E LA VOLONTÀ PER SUPERARE ogni crisi, compresa questa.

A patto di CONDIVIDERE UNA VISIONE. A patto di credere che possiamo liberarci dal debito COSTRUENDO UN PAESE PIÙ GIUSTO, che funziona meglio, che RICONOSCE I DIRITTI INVECE DI CONCEDERE FAVORI, che chiede a tutti il meglio di quello che possono dare.

Siamo un paese che PUÒ RISOLLEVARSI FACILMENTE se crede nelle sue capacità, se raccoglie le forze, SE PREMIA I MIGLIORI, se riconosce i meriti, se gratifica le persone di buona volontà.

SIAMO UN PAESE che può crescere più degli altri se invece di affidarsi alla furbizia comincia A PUNTARE SULL’ECCELLENZA.

Se fa EMERGERE LA SUA ECONOMIA IN NERO SENZA AUMENTARE le tasse. La NOSTRA MANOVRA ECONOMICA, la manovra economica del centrosinistra deve essere una manovra in cui AGLI APPARATI STATALI SI CHIEDE EFFICIENZA, a cominciare dalla lotta all’evasione fiscale, mentre AGLI ENTI LOCALI SI CHIEDE RESPONSABILITÀ, a cominciare dai pareggi di bilancio, e AI CONTRIBUENTI NON SI CHIEDE UN SOLO EURO in più.

Invece L’ITALIA DI SILVIO E GIULIO, è un paese in cui SI AUMENTANO LE TASSE E SI CIANCIA di non mettere le mani in tasca agli italiani, si PREDICA IL FEDERALISMO E SI TAGLIANO FONDI A COMUNI e regioni, si proclama il principio di responsabilità e si danno SOLDI SOTTOBANCO AI COMUNI AMICI BANCAROTTIERI come Catania, si taglia l’istruzione, cioè il futuro dei nostri figli, e gli si prospetta un domani da faccendieri o veline.

Abbiamo un ministro come CALDEROLI, UN BARZELLETTIERE ARROGANTE almeno quanto il premier, che SI INVENTA LE TASSE SUI PREMI DELLA NAZIONALE DI CALCIO.

Veramente, ABBIAMO UN GOVERNO, quello sì, DA BARZELLETTA, e noi continuiamo a lanciare ponti per un dialogo CHE NON SERVE A NIENTE. NON SERVE al Pd e, soprattutto, non serve al paese.

L’ultimo esempio è di questi giorni.

Il decreto sulle INTERCETTAZIONI, CON UN DIBATTITO PERENNEMENTE INQUINATO dagli interessi personali del premier. Conviene dirlo con la dovuta fermezza: sì, ESISTONO PROBLEMI NELLA GIUSTIZIA ITALIANA, anche se non rappresentano il tema più importante dell’agenda politica. Il tema PIÙ IMPORTANTE, DRAMMATICO, È L’ECONOMIA.

E in mezzo al disastro che si abbatte sugli italiani SU COSA SI CONCENTRANO GLI SFORZI DEL GOVERNO?

SULLE INTERCETTAZIONI. C’è un problema di PRIVACY? SENZ’ALTRO ma nella situazione attuale, con il mastodontico conflitto d’interessi di Berlusconi in materia, qualsiasi proposta di DIALOGO SULLA GIUSTIZIA È IRRICEVIBILE.

Finché la richiesta di dialogo arriva da uno come Berlusconi, CIOÈ DA UNO A CUI NON FREGA NIENTE né della privacy degli italiani né del diritto, noi non dobbiamo entrare neanche nel merito. Quando il macigno del conflitto di interessi del premier sarà rimosso, ALLORA POTREMO DISCUTERE di tutto. Così come stanno le cose adesso, farlo sarebbe inutile, dannoso e funzionale alle necessità della destra di COPRIRE LE LEGGI PORCATA mascherandosi dietro il nostro coinvolgimento.

Questo ennesimo tentativo di Berlusconi di agire sulle procure e sulle intercettazioni, cioè di censurare il racconto della realtà, ci dice anche dov’è la sua debolezza. Si rende conto che la sua visione dell’Italia e il suo racconto dell’Italia adesso fanno acqua e cerca di tamponare le falle come può.

Mentre ci accusa di essere giustizialisti, Silvio cosa fa? USA OGNI SPIFFERO D’INCHIESTA CONTRO DI NOI, alimenta le procure con le veline dei suoi giornali e delle sue tv, monta polveroni mediatici. E allo stesso tempo, SI LAMENTA DELLA GOGNA a cui lo sottopongono le procure che indagano sui suoi ministri. Dietro la maschera del garantismo, c’è l’editore disposto A CAVALCARE OGNI MINIMO SOSPETTO, PURCHÉ RIGUARDI I SUOI AVVERSARI POLITICI.

Mentre noi viviamo nel terrore di essere etichettati come il partito del tassa e spendi, SILVIO CHE FA? TAGLIA, TASSA E SPENDE in una botta sola. Io credo che dovremmo essere molto meno timidi nel rivendicare la necessità di nuove tasse, SE SONO GIUSTE.

Voglio chiedere al partito e agli elettori: è più ingiusta una TASSA SUL LAVORO O UNA TASSA SUL GIOCO D’AZZARDO IN BORSA?

Perché oggi siamo arrivati a questo paradosso: CHI SPECULA sui mercati finanziari, cercando di mandare in fallimento gli stati nazionali, giocando al ribasso sull’euro e mettendo in difficoltà milioni di persone PAGA MENO TASSE SUI PROFITTI DI QUESTO GIOCO IMMORALE di quante ne paghino un operaio o un impiegato sul loro stipendio.

CHI MANDA IN ROVINA l’economia mondiale, con la benedizione di Tremonti che DEPLORA IN PUBBLICO SENZA FARE UN TUBO IN PRATICA, è premiato dal fisco.

Chi invece TIENE IN PIEDI L’ECONOMIA MONDIALE CON IL SUO LAVORO è penalizzato dal fisco prima ancora che un solo euro gli entri in tasca.

Il turbo-capitalismo ha rischiato di trasformare il mondo in un gigantesco casinò. Oggi non si tratta di salvare il capitalismo – si salva da solo – né di rifondarlo - ma di salvarlo dalle destre neo-riconvertite allo statalismo per collocare al centro la persona, cioè il lavoro e la produzione reale.

Sono convinto che un governo di centrosinistra POSSA FARE MOLTO per cambiare le cose.

Noi NON DOBBIAMO aumentare le tasse. Le HA GIÀ AUMENTATE BERLUSCONI in una misura intollerabile per il sistema Italia.

NOI DOBBIAMO CAMBIARE LE TASSE.

Noi dobbiamo RENDERLE PIÙ GIUSTE. Noi NON DOBBIAMO AUMENTARE le aliquote fiscali, ma RENDERE TRASPARENTI i pagamenti. Noi non dobbiamo inseguire entrate fiscali su REDDITI PRESUNTI, ma far pagare sui REDDITI REALI. E per riuscirci dobbiamo METTERE LA MACCHINA AMMINISTRATIVA IN GRADO di fare bene il suo lavoro.

Il punto è semplice: NOI ABBIAMO L’OBBLIGO di diffondere la nostra visione della realtà e del Paese, e abbiamo IL DOVERE DI ACCOMPAGNARE QUESTA VISIONE CON IL RACCONTO GIUSTO da condividere con i cittadini. Perché SE NON CI RIUSCIAMO IL CONTO SARÀ INSOPPORTABILE per l’Italia.

Rischiamo di trovarci un paese BRUCIATO DALLE TASSE INGIUSTE del berlusconismo, dai TAGLI INDISTINTI DEL TREMONTISMO e DAL FEDERALISMO IN PERDITA della Lega. Un paese a pezzi, che NESSUN EGOISMO PARTICOLARE RIUSCIRÀ A TENERE INSIEME.

Facciamo una politica che sia europea, in Italia, e non una politica romano-centrica e sempre troppo distratta su quanto accade in Europa.

Abbiamo bisogno di una svolta liberale e sociale, per ammodernare l’Italia e lottare contro le troppe corporazioni e i troppi conflitti di interesse.

Dobbiamo liberare le migliore risorse tra i nostri giovani, superando il mito dell’esperienza, per cui qualsiasi promozione in Italia è unicamente basata sull’anzianità, e la retorica della pazienza, che lascia ai margini del mondo del lavoro, dell’impresa, della politica tanti giovani sino a quarant’anni e oltre.

Ma certo, questo sforzo di raccontare e disegnare un’altra Italia non possiamo chiederlo a una classe dirigente del centrosinistra che si dimostra ogni giorno di più INADATTA A LEGGERE IL PRESENTE.

Mentre siamo nel mezzo della peggiore crisi economica degli ultimi sessant’anni i nostri dirigenti, nell’ultimo mese, si sono DILETTATI A CERCARE DI RISCRIVERE LA STORIA del 1990, delle stragi del ’92 e ’93, a parlare di mancato colpo di stato, a SUGGERIRE che forze politiche importanti siano nate grazie alle bombe della mafia, a DISCETTARE DI MASSONERIA e affiliazioni, DI ANIMA CATTOLICA CHE DEVE AVERE IL GIUSTO RICONOSCIMENTO all’interno del Pd e altri temi assortiti. Tutti argomenti forti, NEL VENTESIMO SECOLO. Peccato che quel secolo, con le sue ideologie e i suoi rappresentanti, SIA GIÀ FINITO DA UN DECENNIO.

Compiamo un atto di coraggio.

Entriamo nel XXI secolo.

L’Italia di Berlusconi appare ogni giorno di più un paese rassegnato, senza capacità di indignazione.

Siamo finiti nella melma. E tanti sono scoraggiati.

Reagiamo. Riprendiamo vitalità.

Apriamo un nuovo ciclo.

Dobbiamo avviarlo ora. Per noi, non c’è il “più tardi”.

Ora, insieme. Perché questo “più tardi” non esiste, è privo di senso.

Questo vuol dire essere “contemporanei”.

Arrivare cioè puntuali ad un appuntamento che non possiamo mancare.

Lo disse JFK nel luglio del 1960: “oggi il nostro impegno deve essere rivolto al futuro perché il mondo sta cambiando. La vecchia epoca è finita. Le vecchia strade non ci sono più”.

Sono le ragioni del ricambio. Oggi come allora, occorrono “giovani che non sono prigionieri delle vecchie paure e dei vecchi odi, che si possono lasciare alle spalle i vecchi slogan, le vecchie delusioni, i vecchi sospetti”.

L’Italia è vecchia, sprofondata nell’iperindividualismo, in un narcisismo che ci rende, come cittadini, ormai invisibili.

Lo vediamo nella scuola, lo vediamo ancora di più nel mondo del lavoro.

Lo vediamo nella politica, che non è più lotta per il cambiamento, ma per la realizzazione di se stessi.

Se non usciamo da questa melma, la vittoria del Berlusconismo sarà completa, sopravviverà a Silvio.

Prima parlavo di New York e di Giuliani.

Ma siamo in Toscana. Pensiamo alRoma e Venezia di Macchiavelli.

Roma forte delle sue istituzioni.

Venezia della sua decadenza.

Da una parte, uguaglianza nell’accesso agli incarichi pubblici, efficace gestione delle divergenze.

Dall’altra una repubblica oligarchica e ingiusta, dove una piccola casta ha tutti i poteri e le divergenze generano conflitti.

Roma in Italia è morta da tempo. Venezia domina.

I nostri dogi oggi portano altri nomi, ma agiscono allo stesso modo.

E le false politiche “di rottura” sbancano per completare la distruzione della democrazia e della repubblica.

Primo: usciamo dall’individualismo.

Nella mediacrazie come l’Italia la tentazione è forte di vedere degli istrioni, a destra e a sinistra, monopolizzare TUTTA LA SCENA.

Secondo: usciamo dall’antipolitica, che non è rivoluzionaria ma reazionaria, è risentimento senza alternativa.

Terzo: ritroviamo coraggio.

Partiamo dalla responsabilità delle persone, riconosciamo che è sulle gambe delle persone e non attraverso le leggi che i veri cambiamenti viaggiano.

Trovare coraggio significa mettersi insieme per uscire dalla melma, per organizzare il nostro rifiuto collettivo, per arrestare il degrado sociale e l’erosione della cittadinanza.

Ciò richiede tempo. Il tutto non si risolve in un discorso, in un dibattito televisivo, in una manifestazione, anche se riuscita come quella di stamattina al Palalottomatica.

E’ l’importanza della partecipazione pubblica e democratica, del dibattito in tutte le dimensioni della sfera pubblica.

“Vota e poi battiti”.

Non siamo tranquilli perché non siamo sovrani limitandoci a votare.

Votare non basta. Occorre partecipare.

E la politica deve assicurare che il voto sia “consapevole”.

La consapevolezza richiede libertà di informarsi: con la stampa, con la parola, con la discussione.

Perchè solo l’informazione e la consapevolezza garantiscono che tutti possano veramente “pesare” nel dibattito pubblico. Solo la consapevolezza garantisce il pluralismo.

Oggi la politica, i partiti, da soli, non possono più cambiare la società. Se la politica non può più “tutto”, è però “dappertutto”.

E’ chiamata a fare arbitrati, a risolvere problemi.

Non dobbiamo più allora presentare “nuove utopie”.

Il muro di Berlino è crollato venti anni fa.

Dobbiamo dimostrare la capacità di proporre soluzioni valide ai problemi immediati e anticipare quelli che, ineluttabili, sappiamo che sorgeranno.

Un partito politico non può pretendere di cambiare da solo la società.

Un partito politico è parte di una dinamica di cambiamento molto più grande.

Il partito oggi deve alimentare quella dinamica, la deve incoraggiare, organizzare senza pretendere di comandarla. La deve orientare in un nuovo progetto politico.

Una politica allora non più imposta dall’alto, una politica orizzontale, che interagisce in rete con tutti gli attori del cambiamento nella società.

All’individualismo rispondiamo con una politica che permetta a ciascuno di autorealizzarsi.

Una politica che organizzi una risposta collettiva.

E’ quanto ci chiedono quei milioni di giovani – il doppio in Italia rispetto alla media europea – che oggi non studiano più, non possono formarsi né trovano lavoro.

E’ quello che ci chiedono tante donne italiane che ancora devono rinunciare ad una carriera o ad un lavoro.

Allora facciamo una cosa semplice: INSIEME, Permettiamo a ciascuno di diventare ciò che è!

Ultimo aggiornamento (Sabato 19 Giugno 2010 22:06)

 
Ecco alcune riflessioni per Grenoble, Stati generali del centrosinistra francese, promosso da Libération e Le nouvel Observateur e numerose associzioni francesi, a cui sono stato invitato. 

Le numerose sconfitte subite in Europa da socialisti e socialdemocratici negli ultimi due anni ci obbligano ad alzare la testa, guardare un po’ più in là e interrogarci sulle vere questioni politiche di fondo per il futuro del centrosinistra italiano. Già Romano Prodi, aveva messo il dito nella piaga, ricordando come anche quando la maggioranza dei governi in Europa e Stati Uniti erano progressisti, non era stato veramente elaborato un pensiero politico alternativo al neo-capitalismo liberista di Reagan e Thacher, ed è forse quella la ragione per cui anche di fronte a quel modello, che ha ispirato grande parte delle destre europee, oggi le forze socialiste non appaiono oggi come un’alternativa credibile. Questo è il problema. Il problema italiano è ancora più specifico, soprattutto perché la socialdemocrazia non è mai stata dominante a sinistra.
Quali sono la cause principali del fallimento del socialismo e di cosa ha bisogno l’Italia oggi?
Una delle cause principali è quella di aver accettato crescenti disparità di reddito. Siamo passati da una disparità di reddito di 1 a 10, considerato accettabile subito dopo la grande crisi del 1939 ad un rapporto di 1 a 400 e oltre… Registriamo delle punte in cui un mese intero di lavoro di un operaio è minore ad 1 ora di retribuzione del manager di quell’impresa!
E’ la logica dei Berlusconi, dei Sarkozy, salvo le conversioni recenti, prima di Aznar della Thacher: ma perché i riformisti quando erano al governo non hanno avviato un movimento verso un sistema più equilibrato?
Le destre europee – salvo il solito Tremonti, troppo superbo per questo – riconoscono di non aver previsto la crisi.
Ma i socialisti europei cosa hanno fatto per evitare questa deriva finanziaria del capitalismo globale”? Si sono accorti della radicale perversione del modello neocapitalista? la loro colpa? Sembra proprio di no.
Il dibattito sul riformismo– così come interpretato in Italia nell’era Berlusconiana non ci ha portato molto lontano.
E ci ha lasciato – soprattutto in Italia- privi di munizioni nel momento in cui le destre al potere, dopo essersi adoperate per 15 anni a buttare fuori lo Stato dall’economia, hanno riscoperto le virtù dell’economia sociale di mercato.
A cosa abbiamo assistito negli ultimi 15 anni, mentre Berlusconi si faceva gli affari suoi e i dirigenti di centrosinistra cercavano modi per sopravvivere?
Innanzitutto, il totale fallimento dei sistemi comunisti che si sono riconvertiti all’ultraliberismo più sfrenato.
Poi il fallimento del sistema neo-capitalista che, per sopravvivere, ha dovuto ricorrere a dei metodi interventisti totalmente contrastanti con l’ideologia sottostante. Tremonti e Berlusconi ne sono una versione casereccia e di bigiotteria “cheap”.
Dire, come fa Tremonti, bianco il lunedì e nero il mercoledì è uno sforzo teorico? Limitarsi a fare il megafono dei sindacati o delle associazioni di categoria, come succede ad alcuni a sinistra, è uno sforzo teorico?

Negli Stati Uniti, gli americani hanno deciso di cambiare direzione, hanno eletto Obama. Lo stesso hanno fatto i giapponesi, portando per la prima volta al potere il partito democratico.
Ma in Italia, alla politica italiana, cosa è successo?
Da 15 anni, cambiamo i simboli, ma non abbiamo elaborato un nuovo pensiero progressista.
Oggi, la nostra proposta politica deve andare in avanti, altrove, oltre e diversamente. Deve pensare e fare pensare, deve indicare una via liberandosi dei complessi che dirigenti che si sono formati mentalmente e politicamente prima del crollo del muro di Berlino continuano a portarsi dietro.


Lo Stato che interviene oggi, che in Italia taglia scuola, polizia e sicurezza, non investe nelle carceri, strozza le autonomie locali, non regola né pianifica più: si limita a socializzare le perdite e a privatizzare completamente i profitti.
E non compie alcuno sforzo né di liberalizzazione dei diritti, né dell’economia.

Dobbiamo invece impegnarci in un processo continuo e radicale di promozione dei diritti civili, sulla base del principio della libera scelta e del rispetto della libertà di coscienza di ciascuno.
Dobbiamo lottare in modo duro per aprire e ammodernare un sistema economico chiuso, oligarchico, corporativo e profondamente affetto da conflitti di interessi grandi e piccoli.
Dobbiamo cioè pensare ad una nuova società, attraverso un nuovo umanesimo democratico. Non si tratta di salvare il capitalismo – si salva da solo – né di rifondarlo - ma di collocare al centro la persona, cioè il lavoro e la produzione reale.
Dobbiamo liberare le migliore risorse tra i nostri giovani, superando il mito dell’esperienza, per cui qualsiasi promozione è unicamente basata sul’anzianità, e la retorica della pazienza, che lascia ai margini del mondo del lavoro, dell’impresa della politica tanti giovani sino a quarant’anni e oltre.
Dobbiamo riformare profondamente la pubblica amministrazione, con metodi che premino i i buoni amministratori e sanzionino chi spreca le sempre più rare risorse pubbliche.
Dobbiamo lanciare una rivoluzione verde dell’economia italiana, concentrando le risorse pubbliche sui settori del futuro: energie rinnovabili, nuove tecnologie, rete…
E dobbiamo abbandonare il rapporto incestuoso tra politica e media, che non garantisce un vero diritto di informazione e confronto, ma garantisce solo i potenti di turno.

Impossibile? No, insieme possiamo farlo. Anche perché spesso le vere rivoluzioni sono nate da gesti di persone che forse non avrebbero mai pensato di innescare simili cambiamenti
Dobbiamo recuperare – in Francia come in Italia– innanzitutto la capacità di indignarsi, a cui segue quella di reagire e di innescare un nuovo movimento. Ogni di noi può innescare il cambiamento: tutti insieme posiamo cambiare.
Non è utopia né ingenuità. Dopo tutto, ciò che per noi oggi è normale – l’Europa, la democrazia, la Repubblica, le leggi sul divorzio o l’aborto – sembravano impossibili solo 50, 40 o 30 anni fa…
E dobbiamo rifiutare i falsi antagonismi: sicurezza e libertà, prevenzione e sanzione, mercato e stato, individuo e comunità, privato e pubblico….non si tratta di scegliere, ma di promuovere entrambe, con idee chiare, scelte nette, parole semplici.
 
Si realizzano siti web personali e per gruppi o associazioni
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