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Dopo il congresso, il PD sta finalmente uscendo dal gossip e dall’approssimazione.

Siamo all’inizio, dobbiamo ancora trovare ritmo e tono.

Urlare alla Di Pietro non serve. Ma non basta nemmeno fare meno rumore per fare meglio l’opposizione. Dobbiamo scegliere subito dei temi qualificanti in cui appaia la novità della nostra proposta, facciamo un agenda partendo dai nostri contenuti, non dalle iniziative della maggioranza.

La giustizia è una delle priorità per un programma di riforma dell’Italia.

Dobbiamo finalmente aprire una nuova pagina nella questione “Giustizia”.

La Costituzione italiana e la convenzione europea dei diritti dell’uomo stabiliscono che ogni cittadino ha diritto ad un processo equo che si concluda entro un termine ragionevole, sia esso civile o penale. Ciò non vuol dire certo farlo estinguere dopo 2 anni, ma organizzare  in modo che finisca in tempi certi e rapidi.

Non è vero che in Italia il problema giustizia e percepito unicamente come un problema di Berlusconi. E’ un problema di tutti i cittadini, di chiunque abbia a che fare con un tribunale. Teniamolo presente nella nostra posizione, che non può essere solo opposizione ma anche proposta alternativa nell’interesse dei cittadini.

Non possiamo stare a guardare senza trarne alcun esempio da processi come quello di Madoff, negli USA, durato 6 mesi e terminato con una condanna a 150 anni. In Italia, sarebbe durato 150 anni e terminato con una pena di 6 mesi…

Non possiamo neppure gridare al colpo di stato ogni volta che si discute di riforma del sistema giudiziario - il più condannato dalle istituzioni internazionali e comunitarie -  ma dobbiamo farci portatori di una proposta che responsabilizzi finalmente il giudice-funzionario dello stato e dia certezze al cittadino-utente del servizio giustizia.

Il punto da cui necessariamente partire è dato dalla consapevolezza che il sistema giustizia in Italia non funziona, non solo per le croniche carenze strutturali che vengono – a volte retoricamente – denunciate ( mancano i computer, il personale, la carta….), ma anche per molte, troppe resistenze corporative ( coniugate a privilegi obbiettivamente indifendibili) e per effetto di una legislazione farraginosa, arcaica, contraddittoria

Facciamo alcune provocazioni.

Il Paese, le istituzioni sono coinvolte in un dibattito infinito sul processo penale ( per i motivi che conosciamo), ma ignora le condizioni della giustizia civile ( oggetto di una riforma in itinere), di quella amministrativa e di quella tributaria.

Si tratta di una dimostrazione ulteriore di lontananza dal paese reale, che chiede – è vero – efficienza e certezza…ma nel settore della giustizia civile prima che su quella penale.

E’ indiscutibile che la giustizia penale necessiti di un ripensamento complessivo. che coinvolga – senza inerzie corporative – tutti i protagonisti ( avvocati e magistrati in primis), nel rispetto dell’autonomia del Parlamento.

In particolare la fase investigativa, deve arricchirsi di quella cultura europea della tutela del cittadino indagato ( in Inghilterra l’habeas corpus è stato introdotto nel 1215!) che rende un paese effettivamente civile.

Necessario corollario è l’adozione di una nuova etica di comportamento al magistrato inquirente ( ed a maggior ragione a quello giudicante).

Se si vuole confermare il sistema italiano di unicità dell’ordine giudiziario, allora che i magistrati parlino solo con i provvedimenti, o nell’ambito delle istituzioni preposte, e comunque senza toni che poco hanno da spartire con la funzione giudiziaria, e spesso assomigliano a quelli di tribuno. Senza parlare di quei magistrati (??) che hanno addirittura preparato la loro entrata in politica attraverso teoremi giudiziari forse affascinanti dal punto di vista teorico, in realtà del tutto infondati. Infondati ma molto appetibili per media - siano essi a destra o sinistra -  sempre pronti a sbranare chiunque sia sfiorato da un inizio di inchiesta.

La Magistratura – quale ordine ( non potere) – va difesa, come qualsiasi altra istituzione della Repubblica.

Altro però è difendere la singola inchiesta ( a volte con motivazioni inconfessabili), che deve rimanere collocata nell’ambito di pesi e contrappesi propri delle norme processuali.

Perché? Perché altrimenti il rischio di corto circuito è sempre in agguato.

Garantire autonomia ed indipendenza impone alla politica di astenersi da interferenze. E quelle attuali, di Ghedini e Alfano, esecutori della volontà del “Capo supremo”,  basate sulla teoria per cui il consenso popolare giustificherebbe qualsiasi attacco a qualsiasi istituzione, come se il voto popolare fosse una sorta di ordalia, di giudizio divino, sono veramente inaccettabili.   Ma autonomia e indipendenza impongono anche  all’ordine giudiziario di non travalicare la propria funzione, e rispettare il sistema di tutele, garanzie proprie di uno stato di diritto. Cosa che alcuni pm nostrani sembrano aver del tutto dimenticato. I nomi sono noti, inutile ricordarli….

A tali riflessioni, va aggiunta l’altra – decisiva – che riguarda l’avvio di un processo serio di depenalizzazione.

I processi italiani durano troppo, è vero. E non solo per le carenze strutturali. Ma anche per l’eccessiva durata della fase delle indagini, e per la mole enorme di procedimenti bagatellari o relativi a condotte la cui antisocialità è tutta da provare ( basti pensare alle recenti ed aberranti norme sulla immigrazione clandestina).

Ma durano troppo anche perché in Italia non si è dato seguito ad una grande vittoria referendaria dei cittadini italiani: la responsabilità civile dei magistrati. Vittoria mutilata dalla ipocrisia del sistema.

La risposta non può – non deve – essere quell’obbrobrio giuridico partorito dall’Avv. Ghedini ( in questo caso più parlamentare che giurista, visti gli esiti cui è giunto).

Ma certo una riflessione sulla durata del processo va condotta.

Va quindi colto il segnale positivo – riformista – che il segretario Bersani ha lanciato alla maggioranza sull’apertura di un tavolo serio sulla riforma ( sgombrando il campo da questa proposta di riforma aberrante, in particolare per la norma transitoria ad personam).

Ma – ripeto – il cittadino vuole riforme nel campo della giustizia civile.

Oggi un credito rischia di essere una chimera, così come la risoluzione delel cause commerciali, affidate ad una procedura stratificata, che allunga tempi ed allontana – spesso – gli investitori non italiani.

Senza fare numeri – noti anche ai non addetti – suona strano che a fronte di un numero di magistrati superiore a quello di qualsiasi altro paese europeo , la durata media dei processi civili in Italia sia la più lunga d’Europa.

Vogliamo parlare della Giustizia tributaria?

Oggi affidata a commissioni tributarie provinciali e regionali composte di professionisti tratti anche dagli albi dei geometri, dei ragionieri, dei periti.

Le conseguenze sono immaginabili.

Ancora. E’ accettabile che giudici ( amministrativi, a quelli ordinari è stato – per fortuna - precluso) siedano in collegi arbitrali, con compensi anche di svariate centinaia di migliaia di euro, per dirimere controversie che hanno già deciso o che dovranno decidere in caso di mancato accordo?

Sono queste le riforme su cui aprire il confronto, su cui la Politica dovrebbe misurarsi per dare risposte moderne ai bisogni di una collettività che vede la giustizia come un onere e non come una garanzia.

Bene. Il nostro compito di riformisti europei, deve essere quello di restituire al sistema giustizia la sua funzione di garanzia, propria di una visione liberale del diritto, e liberarlo dalle incrostazioni proprie di uno stato corporativo ed autoritario.

La costruzione della società aperta passa anche,e forse soprattutto,  da qui.

Ma è pensabile che si possa avviare un vero processo condiviso di riforma, magari partendo dalla bozza Violante e in parallelo vivere uno scontro al calor bianco sul processo breve? Sentiero strettissimo. La riforma della giustizia è in buona parte la riforma della Costituzione nella parte che riguarda il sistema giudiziario. Non dobbiamo provarci? Sì, non abbiamo scelta: l’alternativa è una legislatura sulle barricate.

Veniamo quindi al B-Day. Tutto il tema è ruotato al dubbio amletico: esserci o non esserci?

Possiamo essere d’accordo con Bersani: se lo scopo è quello di erodere il consenso a Berlusconi, non conviene radicalizzare lo scontro: il più antiberlusconiano sarà quello che riesce a mandarlo a casa, non quello che grida di più. Ciò diventa ancora più vero se cominceremo a rendere più visibili e comprensibili le nostre proposte di riforma della giustizia per 57 milioni di italiani, non per i problemi di uno solo, e per giunta il più ricco tra loro.

Ma attenzione: dobbiamo certamente erodere parte del consenso a Berlusconi, dobbiamo anche continuare a fare tornare il consenso che abbiamo perso in questi due anni al PD, dobbiamo cioè dare segnale ai nostri elettori e ai nostri “ex-elettori”. Però non possiamo più permettere che Di Pietro e i suoi accoliti presentino la nostra prudenza, la nostra ragionevolezza e la nostra volontà di lavorare per una giustizia più giusta per tutti  venga presentata, all'immaginario collettivo, come collusione con l'avversario.

E' un fatto che lasciare a Di Pietro l'esclusiva della opposizione forte a Berlusconi ha fatto perdere voti al PD. E’ un altro fatto che la manifestazione del 5 è una manifestazione spontanea, nata dal basso, dai blog, da tante persone che vogliono partecipare in prima persona, senza ulteriori mediazioni.
Viviamo la manifestazione del 5 dicembre come una testimonianza, un momento di unità, un momento di umiltà da parte nostra. Sì, umiltà, perché il dato politico che deve farci riflettere è che sempre di più, la protesta e l’opposizione nasce in maniera spontanea, diffusa, dal basso. Non si tratta allora né di “accettare lezioni..” , né di fare del giustizialismo autoritario stile Travaglio, né tanto meno di “metterci il cappello”, come stanno facendo maldestramente Di Pietro e Ferrero. Si tratta di capire il messaggio: la gente vuole partecipare, ha tanta voglia di partecipare in prima persona, di dialogare, ne ha sempre meno di delegare. Ascoltiamola.

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