Cittadinanza e diritti: il ritardo italiano
Signor Presidente,
onorevoli colleghi,
Il testo che oggi esaminiamo è molto più frutto di un compromesso all’interno della maggioranza che sintesi positiva delle diverse posizioni che si sono espresse sul tema.
Compie la scelta della chiusura, della diffidenza, guarda al passato.
Chiusura e diffidenza verso i cittadini stranieri con prevalenza dello ius sanguinis, con indebolimento dello ius soli, in netta controtendenza rispetto alle tendenze dei principali paesi dell’Unione europea.
Certo, la cittadinanza è una fondamentale scelta nazionale, una scelta che corrisponde alla visione di società e di convivenza civica di un paese. Ma per un paese europeo, è anche un contributo alla realizzazione di una spazio di libertà, di diritti e di cittadinanza condiviso nella stessa Unione.
Vorrei allora ricordare come il Parlamento europeo, nella sua risoluzione del 2 aprile 2009, spronava gli stati membri a rivedere i modi di acquisto e perdita della cittadinanza per " offrire ai cittadini dei paesi terzi che soggiornano legalmente in maniera prolungata l'opportunità di ottenere la cittadinanza dello Stato membro in cui risiedono"; invitava a riesaminare le loro leggi sulla cittadinanza e ad esplorare le possibilità di rendere più agevole per i cittadini non nazionali l’acquisizione della cittadinanza e il godimento dei pieni diritti, superando la discriminazione fra cittadini nazionali e non nazionali, in particolare a favore dei cittadini dell’Unione; e suggeriva di favorire lo scambio di esperienze sui sistemi di naturalizzazione in essere, al fine di pervenire, nel rispetto della competenza dei singoli Stati membri, ad un maggiore coordinamento quanto ai criteri ed alle procedure di accesso alla cittadinanza dell'Unione, in maniera tale da limitare le discriminazioni che i diversi regimi giuridici comportano.
Certo, la cittadinanza non garantisce automaticamente l’integrazione, ma non c’è vera integrazione senza cittadinanza. E il modo in cui legiferiamo sulla cittadinanza dà il senso della nostra visione della comunità nazionale, del grado di apertura che intendiamo adottare nei confronti degli stranieri, di come vogliamo vivere meglio insieme.
Guardando al tempo di residenza richiesto, il testo attuale rimane fermo a dieci anni, che sono senz’altro troppi e ci pongono molto al di sopra della media europea. Un periodo di cinque anni, come accade ad esempio in Francia o nel Regno Unito, è senza dubbio più adeguato.
Occorrono regole certe che definiscono un percorso definito, in tempi prevedibili, per l’ottenimento della cittadinanza, per una vera e completa integrazione.
Percorso che voi rendete ancora più difficile con le complesse procedure e i requisiti aggiuntivi che chiedete per il processo di naturalizzazione.
Pensiamo ad esempio al requisito del possesso del permesso CE per soggiornanti di lungo periodo. Che succede se un individuo non lo ha richiesto, limitandosi al rinnovo del permesso annuale?
Pensiamo alla frequentazione di un corso di educazione civica e linguistica: può essere utile, è previsto in vari altri paesi, io stesso, con Fouad Allam, avevo fato proposte simili nella passata legislatura. Ma laddove è previsto, penso ad esempio alla Germania, serve ad accorciare i tempi previsti per la naturalizzazione, proprio perché dimostra una forte volontà di aderire alla comunità nazionale che va prima incentivata e poi premiata. Mentre nella vostra proposta diviene unicamente requisito aggiuntivo a quanto già previsto.
Un altro criterio riguarda l’ambito familiare. Una prima assoluta! In nessun paese dell’Unione europea si parla di verificare il rispetto anche in ambito familiare dei principi costituzionali fondamentali. Ogni individuo viene considerato come singolo, per quanto riguarda i diritti e per quanto riguarda i doveri. Che assurdità è questa? Come possiamo pensare che un giovane straniero che voglia la cittadinanza italiana non possa ottenerla perché magari in ambito familiare vigono forti legami con la cultura di appartenenza?
Ma il punto determinante è sicuramente l’estensione – o meglio la restrizione (da voi prevista) – del principio dello jus soli.
Principio che si sta affermando nella maggior parte dei paesi avanzati. Penso al caso francese, in cui l’acquisizione automatica della cittadinanza può ora anche essere anticipata a 16 anni.
Penso a quello tedesco, che ha profondamente modificato al sua legislazione in materia, consentendo, dal 2000, ai nati in Germania, di diventare automaticamente tedeschi, oltre ad acquisire la nazionalità dei genitori.
Il nostro paese, in base al testo in esame, si distinguerebbe ancora una volta in Europa per andare nella direzione opposta. Nella proposta resta la prevalenza dello jus sanguinis, e si restringe addirittura la portata dello jus soli.
In una realtà sociale profondamente mutata come quella italiana, dove le ultime stime attribuiscono al nostro paese 4 milioni e mezzo di stranieri regolari, dei quali solo 40.000 arrivano ad acquisire la cittadinanza, la vostra proposta sembra molto lontana dalla realtà italiana.
Ciò che proprio non capisco è la ragione per cui la proposta non tratti in modo specifico dei minori stranieri.
Anche se fate finta di ignorarli, i dati non cambiano e i dati ci dicono che al 1 gennaio 2008 i residenti stranieri nati in Italia, la cosiddetta “seconda generazione” erano circa 457.000, e i minori stranieri in Italia rappresentavano il 22.2% degli stranieri residenti.
Ne ho sentite tante in questi giorni: voi della maggioranza avete addirittura parlato della crisi di identità delle seconde generazioni adducendola come motivazione a non forzare l’integrazione, sostenendo che non si può dare per scontato che chi nasca in Italia voglia essere italiano.
Ma cosi si ribaltano i termini della questione!
La crisi di identità c’è in chi non ha senso di appartenenza…e come volete che lo abbiano se i provvedimenti che proponiamo li emarginano rispetto ai coetanei, se frequentano le stesse scuole, hanno le stesse aspirazioni, gli stessi sogni ma ad un certo punto scoprono di non avere gli stessi diritti, le stesse opportunità.
Sono la “generazione Ballottelli” come li ha definiti il Presidente Fini.
Ci dimostrano quanto sia vecchio un paese che ragioni ancora sul diritto di sangue per distinguere i propri cittadini. Sono le famose “seconde generazioni”, i giovani che sono nati in Italia o che si sono arrivati in Italia prima di cominciare la scuola, o anche tra i 5 e i 12 anni - che non possono essere definiti immigrati, perché non lo sono, ma nemmeno italiani perché non avendo ancora 18 anni non hanno potuto ottenere la cittadinanza.
Sono sospesi tra due mondi, quello di origine e quello nel quale si trovano a vivere. Ciò nonostante sono loro a mostrarci la possibile soluzione. Sono loro a mostrare una convergenza di abitudini, di costumi con i coetanei italiani, una voglia di integrazione con gli italiani e un’apertura mentale che si scontra la chiusura della nostra società, della nostra legislazione e della vostra proposta.
M se vogliamo una vera integrazione non possiamo certo trattarli come figli di un diritto minore.
Lo sforzo che questo dibattito impone è grande, me ne rendo conto, richiede una tale apertura mentale che ci faccia capire e accettare che si può essere italiani “per scelta”.
L’unico strumento per costruire insieme, con un atto di volontà individuale e collettiva, un nuovo patto repubblicano è la piena integrazione sancita dalla cittadinanza.
Alle piccole patrie etniche care alla Lega, rispondiamo con un nuovo patriottismo costituzionale italiano ed europeo.
Grazie Presidente.
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