LA CRISI EUROPEA, IL DRAMMA ITALIANO
Condivido alcune considerazioni che ho già sviluppato in precedenti articoli e che ho rivisto e approfondito per gli incontri alla Festa PD di Cesena e all'incontro al Circolo PD Balduina di Roma assieme a Visco.
Molto tardi per ora non troppo poco.
Finalmente, dopo mesi di esitazioni e di miopie nazionali, l'Europa con tale intervento a favore della Grecia ha dato un segnale politico forte e ha reagito in modo convincente alle recenti speculazioni finanziarie contro l'euro e quindi contro noi tutti.
L'Europa ha finalmente dato un segno di vitalità, ma dobbiamo guardare un poco più lontano, trascorsi ormai 60 anni da quella prima dichiarazione sull'avvio del processo di integrazione europea, mi riferisco alla «dichiarazione di Schuman», che aveva pregi e qualità che i Governi di questa Europa oggi non hanno, ovvero l'essere coraggiosi e visionari.
Cerchiamo allora di capire cosa è mancato all'Europa anche in tale vicenda, nell'elaborazione e approvazione di questo accordo e cosa dobbiamo fare invece per ridurre questa incompletezza e adeguatezza dell'Unione europea a intervenire su materie come l'euro e l'unione monetaria, così importanti per il nostro presente e futuro.
Un’Europa – lo voglio ricordare come fa spesso e giustamente Bersani – dominata dalle destre, spesso populiste e nazionaliste, un’Europa in cui ci sono solo 6 governi di centrosinistra su 27, in cui il PPE e le altre destre xenofobe euroscettiche sono la maggioranza al PE.
Cerchiamo di capire come passare dall’Europa della poesia – e della retorica – all’Europa della prosa – e della pratica.
È innanzitutto mancato in questi mesi quello spirito di solidarietà «di fatto», proprio per citare la famosa «dichiarazione Schuman», senza la quale l'Europa e soprattutto anche l'unione economica sono semplicemente impossibili.
Se ognuno va per la sua strada i risultati non si raggiungono e i rischi monetari, economici e politici aumentano per noi tutti.
Quindi ci sarebbe bisogno di meno egoismo e di più lungimiranza.
Le esitazioni delle Cancellerie nazionali ci hanno letteralmente portato sull'orlo del baratro; esitazioni dovute alla debolezza delle politiche nazionali delle destre, troppo dipendenti a breve termine, troppo legate all'ultimo sondaggio o all'imminente elezione locale o regionale.
Occorre molta meno miopia e molta più visione.
Inoltre è mancata la spinta a sfruttare finalmente i Trattati esistenti. Merkel, Sarkozy e Tremonti, addirittura per nascondere le loro esitazioni, si sono lanciati in proposte di revisione dei Trattati.
Non è necessaria alcuna revisione dei Trattati per dare all'Europa quegli strumenti di politica economica di cui ci sarebbe bisogno oggi per evitare, alla prossima crisi, di dovere intervenire nell'emergenza (così come si sta facendo con questo provvedimento).
L'Europa non dispone certo di tutti gli strumenti ordinari d'emergenza per governare la zona euro ma ne ha alcuni.
Tra questi c'è la possibilità appunto - è la base sulla quale il provvedimento che a favore della Grecia si fonda - di dare assistenza finanziaria ad uno Stato membro in caso di circostanze eccezionali.
È su questa possibilità che si basa l'intervento europeo. Occorrerebbero meno pretesti e più azione.
La crisi economica della Grecia è la più grande mai verificatasi sin dalla creazione dell’Unione economica e monetaria. È certamente un problema europeo che richiede risposte comuni più rapide e più forti.
L’ipotesi di lasciare Atene al suo destino, sul criterio del “chi sbaglia paga” non meritava nemmeno di essere discussa. Finiremmo per pagare tutti, e ben di più di quanto non richieda il salvataggio. (E per altro, più aspettavamo ad intervenire e più salto sarebbe stato il conto per tutti…)
Vi è poi un secondo problema di dimensione europea connesso alla vicenda, un problema di natura politica, forse anche più grave del primo.
Le resistenze, i tira e molla, le indecisioni manifestate dal governo tedesco prima dell’assenso, fortemente condizionato da calcoli ed esigenze di politica interna, sul piano di salvataggio hanno aperto uno scenario molto preoccupante.
La Germania per giorni è apparsa ripiegata su se stessa, incapace di vedere come in passato nell’Europa la miglior tutela del proprio interesse nazionale e soprattutto lo spazio naturale della sua affermazione politica ed economica.
I tentennamenti di Berlino hanno lasciato intravedere un cambiamento di prospettiva: la Germania è intervenuta non esercitando quella leadership che storicamente le compete, ma per un calcolo finanziario strettamente interno.
Già oggi, nonostante ciò venga completamente tralasciato dal dibattito tedesco, la Germania, in rapporto al proprio PIL, non si è affatto impegnata a pagare di più di noi italiani, dei francesi o degli stessi spagnoli.
Inoltre, il debito della Grecia rappresenta veramente una parte irrisoria rispetto ai volumi dell’U.E.M.. possiamo immaginare di non poter agire meglio e più rapidamente?
Per la prima volta la Germania si sottrae platealmente al ruolo di solido riferimento politico della vicenda europea. Sono lontani i tempi del cancelliere Helmut Kohl. Angela Merkel non ha né il coraggio né la visione del suo mentore politico.
Oggi gli europei pagano il costo della “non Europa”, della mancanza di un governo europeo.
Alcune cifre per capirci:
- il deficit medio della zona euro è pari al 6.5%, quello americano e giapponese sono del 10%;
- il debito integrato europeo è 1/3 di quello giapponese e inferiore del 10% rispetto a quello USA, con 25 milioni di europei in più.
Traduzione: paghiamo tutti, molto care, le divisioni dell’Europa, la mancanza di politiche e regole comuni.
E chi presiedeva il consiglio Ecofin, nel 2003, quando le poche regole saltarono con la decisione - poi dichiarata illegittima - di non applicare le sanzioni contro Parigi e Berlino? Tremonti naturalmente. ….
Tutto nero dunque? No, non tutto.
Dall’inizio di maggio, fino alla fine dell’anno, l’Europa è chiamata a prendere decisioni importanti per una più forte integrazione economica. Ciò significherà istituire dei meccanismi più efficaci di sorveglianza multilaterale e un coordinamento più forte delle politiche economiche e delle decisioni finanziarie nazionali (vedi comunicazioni Commissione europea).
Ciò significherà anche, inevitabilmente, impegnarsi su un altro punto fondamentale: nuove e vere politiche di crescita e miglioramento della competitività economica
Senza questo elemento infatti, la situazione diverrà insostenibile. Il rigore nei conti pubblici da solo, senza un vero impegno per la crescita, non basta.
L’Europa deve finalmente avere una vera politica economica e industriale.
I vincoli di coordinamento europeo vanno rafforzati sfruttando pienamente il Trattato di Lisbona e il raggiungimento degli obiettivi di competitività va sostenuto da un meccanismo di premi e sanzioni legati ai fondi europei.
Se non mi impegno veramente a portare avanti le riforme strutturali necessarie a livello nazionale, se non oriento il mio bilancio verso gli obiettivi comuni, non c’è ragione che l’Europa metta a mia disposizione i fondi strutturali al servizio di quegli obiettivi.
Ma coordinamento e sorveglianza non possono significare solo rigore e tagli.
Devono essere anche messi al servizio della promozione di crescita e lavoro a livello europeo.
La Commissione Barroso ha fatto buone proposte per maggior sorveglianza multilaterale.
Ma rischia di commettere gli stessi sbagli del passato: cioè di trascurare i benefici potenziali di un coordinamento positivo delle politiche economiche nazionali ed europee per la crescita.
Cioè 2000 euro pagati da ogni cittadino europeo…
LA CRSI HA GIA DISTRUTTO 7 MILIONI DI POSTI DI LAVORO!
Alla fine del 2010, in Europa ci saranno 23 milioni di disoccupati.
- Coordinamento macroeconomico per la crescita
- Patto europeo per il lavoro: basato su sgravi fiscali su lavoro e impresa, formazione professionale, lotta contro la precarietà, accordi tra parti sociali per aziende in crisi o che intendono reinvestire in Europa
- Forte dimensione sociale per l’inclusione e la giustizia sociale: riduzione povertà, eguaglianza uomo/donna; occupazione giovanile
- Trasformazione delle nostre strutture di produzione, consumo e trasporto per “decarbonizzare” la nostra economia e per una società più sostenibile
- Legittimità e responsabilizzazione dei governi nazionali nel’attuazione delle strategie europee (Europa 2020)
- Vigilanza europea integrata sulle operazioni di borsa e finanziarie e divieto delle operazione finanziarie più pericolose (come i Credit Default Swaps – CDS)
MA OGNI RIDUZIONE DELLO STIMOLO FISCALE RISCHIA DI PEGGIORARE LA SITUAZIONE PER LA CRESCITA E IL LAVORO.
Cosa proponiamo?
Va rivista la struttura del bilancio comunitario già ora, e lo si dovrà aumentare dopo il 2013 andando oltre il risibile 0.98% del PIL europeo, per utilizzare almeno il tetto massimo dell’1,27%.
PERCHE’?
Perché qualsiasi analisi della produttività della spesa dimostra con facilità che 1 euro speso insieme con strategie europee è di gran lunga più efficiente di 4 centesimi spesi in modi diversi da 27 stati diversi.
E dove trovare ulteriori risorse per gli investimenti pubblici?
Attraverso nuovi partenariati con la Banca europea degli investimenti, con il ricorso a eurobond, introducendo nuove risorse proprie.
Introduciamo una tassa sulle emissioni di carbonio da destinare al bilancio europeo.
Vogliamo lottare contro un sistema finanziario che ha disumanizzato il lavoro ed esaltato una logica disumana?
Accordiamoci per tassare determinate transazioni finanziarie.
Una tassa dello 0,05% porterebbe al bilancio europeo 200 miliardi all’anno!
Ciò significherebbe un aumento del PIL europeo dell’1.3% e la creazione di 2 milioni di posti di lavoro.
Un’assunzione di responsabilità politica collettiva è urgente e implica una mobilitazione dei governi e dei parlamenti nazionali. Abbiamo esaurito le nostre chances, non possiamo permetterci di sprecare anche questa crisi. Senza Europa non c’è futuro per gli europei, tedeschi inclusi.
SE IN EUROPA VIVIAMO UNA CRISI IN ITALIA VIVIAMO UN VERO E PROPRIO DRAMMA CAUSATO DA UN GOVERNO DA FARSA, DI PAGLIAGCCI E BUGIARDI
Il governo Berlusconi ha mentito per due anni agli italiani.
“La crisi non c’è”, diceva Tremonti, “anzi, è passata…”.
All’improvviso, l’ineffabile tributarista che si vuol far credere filosofo, ministro per 8 anni negli ultimi 10, scopre una crisi storica. La sua risposta? “Lo avevo previsto nei miei libri… mancavano solo le date….”.
Peccato però che per 8 anni non abbia fatto nulla contro le speculazioni; anzi, ha esaltato il sistema turbocapitalista, la finanza creativa, le cartolarizzazioni. Ridicolo? No, tragico: è il nostro ministro dell’economia…
Da qualche tempo, dopo aver lungamente criticato l’idea stessa dell’euro, il tributarista sembra pure aver scoperto l’Europa.
Addirittura evoca oggi quella “governance economica” che, nel 2002, lui stesso definiva “un neo-fascismo”.
Insomma, si conferma quello che è: incompetente, falso e pericoloso.
Il governo ha poi smentito sé stesso.
Dopo averci attaccato dal 2006 al 2008 per la nostra lotta all’evasione fiscale, dopo aver abolito le misure antievasione del nostro governo, basa praticamente la metà della sua manovra reintroducendole.
Peccato però – per tutti noi in realtà – che Tremonti e Berlusconi non abbiano nessuna credibilità nella lotta contro l’evasione, dato che se si prende solo il dato IVA, l’evasione IVA è sempre diminuita sotto i governi di centrosinistra e sempre aumentata con le destre.
Il governo ha presentato la manovra come “europea”. Europea? Mica tanto…
Una manovra europea deve ridurre la spesa in modo permanente, garantire equità sociale e avere il minor impatto recessivo possibile.
Invece, con Tremonti la spesa pubblica ha continuato ad aumentare dal 2008, del 4,5% ogni anno. E continuerà a farlo dopo che si sarà esaurito l’effetto di queste misure “una tantum”.
Questa manovra non è socialmente equa e diminuirà ancora di più il potere d’acquisto di milioni di lavoratori dipendenti.
E cosa prevede per la crescita? Nulla, come rilevato dallo stesso Draghi nella sua relazione annuale.
Ma la crescita è un problema o no? Se lo è, la manovra è sbagliata. Se non lo è, allora non c’è crisi, e perché si fa questa manovra?
Chi saranno le prime vittime della manovra? I giovani, sui quali in sostanza viene lasciata una montagna di ipoteche. E ancora di più quei 2 milioni di giovani scoraggiati, che da mesi non studiano, non trovano lavoro, non possono formarsi.
La manovra delle ineguaglianze. Va combattuta.
Come ci ha insegnato Amartya Sen, la recessione si supera combattendo le ingiustizie, non facendola pagare ai più deboli!
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