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- pubblicato su Europa il 6 giugno 2010 -

Le numerose sconfitte subite in Europa da socialisti e socialdemocratici, soprattutto negli ultimi due anni, il successo delle forze liberali di sinistra e ecologiste – come nel Regno Unito, in Olanda o in Francia -  ci obbligano ad alzare la testa, guardare un po’ più in là e interrogarci sulle vere questioni politiche di fondo per il futuro del centrosinistra italiano ed europeo.

Quando la maggioranza dei governi in Europa e Stati Uniti erano progressisti, non é stato veramente elaborato un pensiero politico alternativo al neo-capitalismo liberista di  Reagan e Thacher.

Ed è forse quella la ragione per cui anche di fronte al crollo di quel modello, che ha ispirato gran parte delle destre europee, oggi le forze socialiste non appaiono come un’alternativa credibile.

Questo è il problema.

Quali sono la cause principali del fallimento della socialdemocrazia e di cosa ha bisogno un nuovo progressismo oggi?

Una delle cause principali è quella di aver accettato crescenti disparità di reddito. Siamo passati da una disparità di reddito di 1 a 10, considerato accettabile ai tempi del boom economico degli anni ’60 ad un rapporto di 1 a 400 e oltre… Registriamo delle punte in cui un mese intero di lavoro di un operaio è minore ad 1 ora di retribuzione del manager di quell’impresa!

Perché i riformisti quando erano al governo non hanno avviato un movimento collettivo verso un sistema più equilibrato? Cosa hanno fatto per evitare  questa deriva finanziaria del capitalismo globale”? Si sono accorti della radicale perversione del modello neocapitalista? Sembra proprio di no.

Nè il dibattito  sul “riformismo” sinora ci ha portato molto lontano.

Anzi, ci ha lasciato - in Europa  -  privi di munizioni nel momento in cui le destre al potere, dopo essersi adoperate per 15 anni a buttare fuori lo Stato dall’economia, hanno riscoperto le virtù dell’economia sociale di mercato.

La lotta di Obama per un nuovo sistema sanitario, il braccio di ferro contro Wall Street, le nuove proposte sull’immigrazione sono delle svolte epocali.

Ma noi progressisti europei l’abbiamo veramente capito?

Il progressismo europeo deve allora indicare una nuova via liberandosi di schemi politici e riflessi mentali  che risalgono a prima del crollo del muro di Berlino. In Italia, il partito democratico non può servire a riscrivere la nostra storia, per relativizzare, ad esempio,   la diffidenza dei socialisti italiani verso l’Europa comunitaria o gli errori storici che il PCI ha compiuto, dall’opposizione al mercato comune nel 1957 al No al sistema monetario europeo del 1979. L’europeismo di de Gasperi e La Malfa e l’eurocomunismo di Berlinguer non sono state la stessa cosa né possono essere messe oggi sullo stesso piano. Ma vivere il XXI secolo, e costruire veramente il “partito democratico”, vuol dire andare oltre anche a questo.

Il rischio che corriamo, infatti, è di inseguire perennemente il nostro passato politico, dimenticando che la sfida è fuori, è nel rapporto con la profonda trasformazione che attraversa la società. Ed è per questa sfida che abbiamo dato vita al PD.

Il punto allora non è collocarsi nella tradizionale e logora toponomastica – sinistra, centro, destra con tutte le sue sintesi e variabili – ma riuscire a rappresentare una società sempre più complessa attraverso una nuova azione politica.

Il vuoto ideologico nel quale ci troviamo richiede una revisione profonda capace di superare la tradizionale inerzia del socialismo europeo e di riconoscere gli errori della “terza via”. Ciò significa innanzitutto affermare il primato della politica e lottare contro le crescenti disparità di reddito e le derive finanziarie dell’economia.

Il centrosinistra europeo oggi deve rivolgersi all’intera società,  affermare in modo radicale la promozione dei diritti civili e superare, nei fatti,  logiche e categorie mentali del ‘900. Le istanze di lavoratori, artigiani, piccole imprese, ad esempio,  non sono diverse tra loro, di fronte alle enormi concentrazioni di potere e di denaro, alle nuove oligarchie finanziarie nazionali e globali.

Non si tratta peraltro di salvare il capitalismo – si salva da solo – né di rifondarlo, ma di collocare al centro il lavoro e la produzione reale.

E dobbiamo « globalizzare » la politica. Le ragioni sono note: i mercati globali, la mobilità dei capitali, l’evoluzione tecnologica hanno indebolito i poteri di intervento dello Stato; sotto la spinta dei nuovi populismi nazionalisti e a causa della timidezza e delle esitazioni delle forze europeiste, una logica miope e regressiva sta prevalendo in Europa.

Occorre allora proporre un nuovo modello basato sulla europeizzazione dei partiti politici nazionali, la creazione di un vero spazio politico europeo e la piena realizzazione di quella vita democratica enunciata nello stesso trattato di Lisbona.

Per farlo, la via non può essere quella di rifondare la socialdemocrazia, che peraltro in Italia è sempre stata molto minoritaria, a differenza di altri paesi europei. E che non appartiene né alla storia dei popolari ex DC, né dei DS ex PCI, né degli ulivisti, tantomeno dei liberali, dei repubblicani o dei “ nativi democratici”. Il dibattito nel PD non può allora limitarsi al rapporto col PSE - nostro alleato nel Parlamento europeo -   che potrà essere un nostro partner molto stretto, ma non il nostro partito europeo. Perché se il PD entrasse nel PSE diverrebbe una cosa diversa da quella che abbiamo promesso a milioni di italiani e per cui tanti di noi si sono impegnati con convinzione e entusiasmo. Il PD non cambierebbe il PSE ma il PSE snaturerebbe il PD. Una cosa infatti è fare i conti con le regole di funzionamento del Parlamento europeo, in cui se non ci si allea con uno dei 3 gruppi principali si conta pochissimo. Per questo abbiamo dato vita all’ASDE. Un’altra è compiere una libera scelta sulla scena politica europea, e chiudere il potenziale del PD in schemi novecenteschi che poco hanno a che fare con quella “quarta via” democratica che abbiamo deciso di percorrere assieme. Il PD ha senso solo se esplora con coraggio la terra incognita del nuovo mondo post-crisi, non se veleggia con pilota automatico verso le terre socialiste, seppur ribattezzate. Occorre infatti superare le tradizionali divisioni politiche tra le diverse forze di centrosinistra: socialisti, liberali di sinistra, democratici, verdi. Non per riproporre su scala continentale l’esperienza italiana – peraltro ancora incompleta -  ma per costruire una nuova proposta europea, nuove alleanze politiche tra forze e partiti alternativi alle destre. Alleanze di cui il PD potrà essere protagonista tanto più credibile in quanto libero da appartenenze alle famiglie politiche oggi esistenti in Europa. Su questo però, a giudicare anche dal dibattito tenutosi la scorsa settimana a Roma sul ruolo dell’Italia in Europa, c’è ancora molto lavoro da fare. Le terre democratiche sono ancora lontane e i “nativi” del PD ancora troppo pochi.

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