“Mi manca la donna! Viaggio nell’arretratezza italiana”
Mari Kiviniemi è nata sugli sci, come capita a tante finlandesi. Ma era il pattinaggio la sua vera passione. Passione che coltivò, diventando una pattinatrice provetta. Passione che si accompagnava a quella per la società e per la politica. Per questo, Mari decise di laurearsi in scienze politiche e poi di impegnarsi nel Partito di Centro (conservatori). Un impegno non certo alternativo alla famiglia: Mari in effetti non ha mai dovuto scegliere tra sport, famiglia e politica.
Il 21 giugno di quest’anno, a 41 anni, madre di due figli, Mari è diventata Primo Ministro della Finlandia. Ma a Helsinki, il fatto che una donna sia diventata primo ministro non ha fatto poi tanta notizia. I finlandesi conoscevano già una donna ai vertici dello Stato dal 2000, rieletta nel 2006: Tarja Halonen, presidente della Repubblica. E hanno già avuto un governo in cui su 20 ministri, 11 erano donne.
Le donne sono in politica, si impegnano per la politica in un paese che valorizza il merito. Perchè donne e merito vanno di pari passo. Ed è in base al criterio del merito, e non con la tecnica delle quote o con la logica delle compensazione, che il tema va affrontato.
Non è un caso che in Finlandia al governo non ci siano solo giovani donne, ma anche giovani uomini, come Alexander Stubb, ministro degli esteri, che lavorava con me come consigliere ai tempi di Prodi Presidente della Commissione europea.
Certamente, in Finlandia la presenza femminile in politica ha radici solide e antiche. Le finlandesi hanno diritto di elettorato attivo e passivo dal lontano 1906 e già nel 1926 una donna era ministro per gli affari sociali. Per questo, in Finlandia non si parla mai di “quote rosa”. Se scommetti sui talenti, sui diritti e sulla vera eguaglianza, se ancor prima scommetti sull’istruzione, poni le basi per una società socialmente equilibrata e competitiva. Non è un caso che la Finlandia non solo sia prima in Europa per le donne in politica, ma anche all’avanguardia nel sistema scolastico - premiando e valorizzando anche economicamente la professione di insegnante - nella ricerca e nell’innovazione, oltre a primeggiare nel continente con il suo sistema sanitario e di servizi sociali. La lezione è molto chiara: scommettere su merito, innovazione e competitività vuol dire creare una società più dinamica, avere un ascensore sociale che funziona e riporre fiducia nel futuro.
Ma la Finlandia, potremmo obiettare, è così lontana dall’Italia! Insomma, in un’estate così afosa, prendere a modello il paese delle renne è del tutto inutile…noi siamo così diversi…
Benissimo, allora proseguiamo nel nostro viaggio europeo e scendiamo molto più a sud e a ovest. Scendiamo in Spagna.
E che cosa troviamo dai nostri cugini latini, che 4 anni dopo di noi festeggiano in tutte le strade del Regno la fantastica vittoria della Coppa del Mondo di calcio?
Troviamo il secondo governo Zapatero. In cui ci sono 9 donne e 8 uomini al governo del paese.
Il ministro della Difesa è Carmen Chacon, che abbiamo visto tutti passare in rassegna incinta le truppe spagnole in Afghanistan. Il ministero dell’Economia è diretto da Elena Salgano (in Francia, invece da…..Christine Lagarde). Sono donne le due portavoce del PSOE e del PP alle Cortes, il parlamento spagnolo, la presidente della Comunità Autonoma (regione) di Madrid, Esperanza Aguirre, di destra. E potrebbero essere proprio Carmen Chacon e Esperanza Aguirre à sfidarsi per la Presidenza del Governo alle prossime elezioni politiche!
Ma, potremmo dire, anche l’esempio spagnolo non ha nulla a che vedere con l’Italia. Là c’è quel pericoloso laico e socialista di Zapatero, con la sua mania di diritti civili per tutti, un femminista… No, Madrid non è un buon esempio per un’Italia che, dopo tutto, è ancora legata a valori conservatori.
Benissimo, allora andiamo al centro dell’Europa geografica e a destra di quella politica. Andiamo nella conservatrice Germania. E chi troviamo a Berlino come Cancelliere? Una certa Angela Merkel. Sì, proprio così, la Germania democristiana ha scelto una donna come cancelliere - la seconda, dopo la Thacher, ad aver presieduto un G8 - e “addirittura” un omosessuale, Guido Westerwelle, leader dei Liberali, come ministro degli Esteri. E ci sono donne a guidare i ministeri della Giustizia, dell’Agricoltura, del Lavoro, dell’Istruzione e della Famiglia.
Inutile andare nei fantascientifici Stati-Uniti d’America, in cui c’è un famoso “abbronzato” alla casa Bianca, una donna ministro degli affari Esteri, Hillary Clinton, e anche i posti chiave alla sicurezza nazionale e alla presidenza della camera sono ricoperti da due donne con… cognomi italiani: Janet Napolitano e Nancy Pelosi.
Se poi dall’Estremo Occidente via pacifico arriviamo all’Estremo Oriente scopriamo che forse anche il paese delle Geishe e dei gerontocrati, il Giappone, rischia di fare meglio di noi, sull’onda dell’entusiasmo per Rehno Lian Fang, una quarantenne al governo che ha deciso di scalare due generazioni e di portare i quarantenni al potere.
Terminiamo a questo punto il nostro viaggio (anche perché scendendo in Australia scopriremmo che le cose non cambiano molto, ma che vuoi, il paese dei canguri è strano…).
Torniamo in Italia. E cosa troviamo in Italia? Troviamo un paese arretrato e squilibrato. Un paese dove le donne in politica sono poche e quelle che ci sono entrate per merito, ad esempio in parlamento, ancora di meno.
E non perché le donne italiane valgano meno delle altre o gli uomini siano particolarmente cattivi. Ma perché tutto il sistema sociale italiano dà incentivi perché tutto rimanga così: dagli asili nido, che non ci sono, alle nomine nei consigli di amministrazione, che non arrivano
In questo contesto, le scelte femminili del Berlusconi politico sono state devastanti e il modo in cui sono state presentate offensivo per tutte le donne, peggiorando un quadro già molto compromesso.
Ma anche il PD – che pure è il partito che si è impegnato più e meglio di tutti gli altri partiti italiani – ancora balbetta tra logica delle quote, che uccide il merito, retorica delle pari opportunità e pratiche correntizie che spesso finiscono per promuovere donne non proprio per meriti…
Anche nel partito più avanzato - il PD, gli altri partiti neppure si pongono il problema – si fanno le liste, si attribuiscono gli incarichi, e poi ci si arrampica sugli specchi e si grida “mi manca la donna!”. E’ la sindrome di Amarcord, ricorda quella scena in cui Ciccio Ingrassia gridava dall’albero in dialetto romagnolo “a voi na dona!” (trad.: voglio una donna!).
E’ così: al rientro in Italia dal nostro viaggio scopriamo un paese di mogli, di mamme, di nonne e di amanti. Un paese in cui le pari opportunità per le donne non esistono, esistono solo protezione per le loro debolezze o parziali compensazioni per le discriminazioni subite durante tutta una vita.
Scommettere sul merito delle donne in politica vuol dire non doversi imprigionare nelle quote né dover arrampicarsi sugli alberi.
Vuol dire costruire una società aperta, ricca delle sua diversità, dinamica grazie alle sue competenze, fiduciosa grazie alla sua giustizia sociale, attrattiva, per investitori, ricercatori, lavoratori per queste sue caratteristiche messe insieme.
Vuol dire migliorare la politica.
Vuol dire cambiare l’Italia.
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