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Signor Presidente, il Governo Berlusconi ha mentito per due anni agli italiani.
La crisi non c'è, diceva Tremonti aiutato dal suo miglior portavoce di questo periodo: Silvio Berlusconi, il Presidente del Consiglio. Anzi, è passata; all'improvviso l'ineffabile Ministro, che si vuol far credere filosofo, sempre Tremonti, scopre una crisi storica, con cui tutti gli italiani, in realtà, si scontrano da mesi, se non da anni.
Scopre, inoltre, che l'Italia, che ha governato Tremonti per più di otto anni su dieci, va male. Il Ministro ha aggiunto che aveva previsto tutto nei suoi libri, gli mancava solo la data.
Ci chiediamo, caro Ministro, perché lei non ha fatto nulla se aveva previsto tutto da anni.
Tremonti, poi, di recente, sembra anche aver scoperto qualcosa che si chiama Europa, che si chiama Unione europea.
Ne parla, male; la invoca, a sproposito; addirittura invoca oggi quella governance economica (non pronuncia mai la parola governo economico) che nel 2002 lui stesso in uno dei suoi libri scadenti definiva un pericoloso neofascismo.
Insomma, si conferma quello che è: incompetente, falso e pericoloso.
L'Europa ci chiede di mantenere certi impegni, non entra certamente nel merito e non ci chiede quelle non misure che invece voi state adottando con un ennesimo voto di fiducia. Anche da un punto di vista europeo, se entriamo nel merito, una manovra come la vostra, per come è strutturata, è inutile ed è tipica di un Governo che non ha strategia, che non ha visione e che non ha a cuore il futuro della gente e del Paese.
Il Governo ha improvvisato. Ho detto che il Governo ha mentito e ora aggiungo che il Governo ha improvvisato. Siamo partiti dalle province: province sì, province no. Poi aboliamo l'Istituto nazionale per il commercio estero, anzi no salviamolo. Eliminiamo, però, l'Istituto di studi e analisi economica. Certamente, rispetto all'Europa è troppo imbarazzante avere un istituto indipendente che svolge analisi indipendenti in materia di economia e finanza in Italia. È molto meglio riportarlo sotto controllo del Ministro.
Certamente, occorrono tagli non orizzontali. Occorrono tagli, ma sulla base di una valutazione di efficienza di tutte le amministrazioni centrali. È stato detto da vari colleghi, da ultimo Duilio, e non tornerò su questo punto. Il Governo, poi, ha smentito se stesso. Dopo averci attaccato dal 2006 al 2008 per la nostra lotta efficace all'evasione fiscale, dopo aver abolito tutte le misure antievasione varate dal nostro Governo precedente, ora basa praticamente la metà della sua manovra su misure ideate da noi e che ora Tremonti reintroduce in maniera parziale.
Secondo il Ministro queste misure di lotta contro l'evasione fiscale dovrebbero garantire dagli 8 ai 10 miliardi di nuove entrate. Se la matematica non è un'opinione ciò significa che se nel 2008 queste misure non fossero state abolite, oggi avremmo almeno tra i 18 e i 20 miliardi di entrate in più e questa manovra non sarebbe stata necessaria. Peccato, però, per noi tutti perché in realtà, anche in un quadro europeo, se guardiamo ad un'imposta che ha una dimensione europea, quale è l'IVA, e ne analizziamo i dati, la credibilità delle destre italiane nella lotta contro l'evasione fiscale è assolutamente zero. Infatti, se andate a guardare gli ultimi dieci anni e tutti i periodi in cui il centrodestra è stato al Governo, l'evasione dell'IVA è sempre aumentata, mentre è diminuita nei pochi periodi in cui noi del centrosinistra eravamo al Governo. Quindi, anche sull'evasione fiscale vi è un dato contabile e un'originalità, perché di solito non si prendono in considerazione i risultati che deriveranno dall'evasione fiscale. Vi è un dato di credibilità - soprattutto in materia di IVA, ma non solo - che depone in maniera molto negativa rispetto al Governo.
Ma veniamo ad altre considerazioni. L'Italia è, tra i Paesi europei e in generale tra i Paesi sviluppati, il Paese in cui stiamo vedendo le disparità di reddito più ampie. Le disparità di reddito in Italia crescono a ritmi molto più veloci e molto più preoccupanti rispetto ad altri Paesi europei e sviluppati. Si sta veramente creando un divario sempre più grande tra ricchi e poveri e tra i poveri ora vi sono anche i cosiddetti colletti bianchi, i liberi professionisti e la famosa classe media che anche in Italia soffre sempre di più, per non parlare degli operai. Il coefficiente di Gini, che calcola il tasso di disparità nella distribuzione del reddito dei Paesi, assegna a noi italiani un valore di 35, contro il 28 della Francia e il 23 di Svezia e Danimarca. Peggio di noi in Europa, per quanto riguarda le disparità del reddito, ci sono solo il Portogallo e la Polonia. Fuori dell'Europa fanno peggio di noi la Turchia e il Messico.
È stata presentata, quindi, una manovra «europea» dal Ministro, ma mica tanto europea. Nei Paesi del nord Europa si chiedono sacrifici maggiori ai cittadini più abbienti con le manovre (basta guardare alla Svezia). In Francia e in Germania certamente si tagliano gli sprechi, ma non si sacrificano famiglie e scuola. Se andiamo oltreoceano, gli Stati Uniti di Obama combattono la crisi con stimoli all'economia e con la riforma storica della sanità e del welfare.
Non chiediamo di punire i ricchi in Italia per una malcelata invidia sociale. Certo, in altri tempi questa manovra si sarebbe definita una manovra classista, perché colpisce solo alcuni ceti e, guarda caso, i ceti medi e quelli più deboli. Però, si tratta di chiedere a chi sta meglio un piccolo sacrificio, un aiuto per sostenere e riavviare l'economia di un Paese che non uscirà mai dalla crisi con queste misure.
Ce ne sono varie: invece di condannare il Paese alla stagnazione, basterebbe un contributo - e parlo solo dell'Italia - una tantum dello 0,3 per cento sul patrimonio dei 2 milioni di contribuenti superricchi, che sono compresi in quel 10 per cento della popolazione che in Italia detiene ormai più del 50 per cento della ricchezza nazionale, e si ricaverebbero 10 miliardi di euro.
Per non parlare di quanto si potrebbe fare contro la crisi a livello europeo: abbiamo già parlato della possibilità di una imposizione sulle operazioni finanziarie di borsa a livello europeo, ma Berlusconi si è opposto. Vorrei ricordare che, imponendo dello 0,05 per cento ogni singola operazione finanziaria nello spazio europeo, si ricaverebbero in Europa circa 200 miliardi, pari all'1,3 per cento del prodotto interno lordo. Ovviamente Berlusconi si è opposto nell'ultimo Consiglio europeo anche a questa ipotesi.
Non parliamo nemmeno del regalo che stiamo facendo con lo scudo fiscale: anche questo è un tema che è stato sollevato. Vengo, prima di terminare, ad alcuni punti che invece, non solo non ci mettono in linea politica con le grandi tendenze europee, ma ci mettono nella ambiguità comunitaria e nella piena illegalità comunitaria.
Ambiguità comunitaria significa che le poche disposizioni che dovrebbero, secondo Tremonti, favorire la crescita, come ad esempio la riduzione dell'IRAP o le agevolazioni fiscali per le imprese aderenti ai contratti di rete, sono misure del tutto ipotetiche. Lo sono perché ogni singolo progetto che riguardi la riduzione dell'IRAP in certe zone del Paese o le agevolazioni fiscali per i contratti di rete andrà previamente, progetto per progetto, notificato alla Commissione europea.
La Commissione europea, progetto per progetto, ci dirà se quelle agevolazioni fiscali sono o meno compatibili con le norme del mercato unico. Quindi, quelle pochissime misure che presentate per la crescita sono del tutto ipotetiche, non solo dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista giuridico.
Vengo alla cosa più flagrante e veramente non credo vi siano precedenti nella storia della politica agricola comune, che è la vicenda delle quote latte. Si tratta di una vicenda veramente grave, perché per la prima volta abbiamo una maggioranza che sta adottando una manovra in flagrante violazione degli impegni giuridici e politici che abbiamo preso con un gentlemen's agreement con la Commissione europea (ma evidentemente ce ne sono pochi di gentiluomini della maggioranza). Durante l'approvazione il Ministro dell'agricoltura scrive al Commissario europeo che ritiene questa misura incompatibile e in violazione con gli impegni politici presi in materia di rateizzazione delle quote latte.
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